Greta Garbo: mademoiselle Hamlet

12 marzo 2005, "Babilonia", maggio 1990, con il titolo "Greta Garbo: mademoiselle Hamlet"

Garbo... ed è subito l'immagine di un volto leggendario che ritorna alla mente.

"La Garbo è un'eminenza bianca, uno spettro, remoto ed immortale come una statua di Pallade Atena. Ci si aspetta quasi che non muoia" si legge nella biografia dedicatale dall'americano Richard Corliss nel 1974.

Invece la Garbo è morta.

In perfetta sintonia con l'alone di mistero che da sempre le era compagno, ha imposto il silenzio sui particolari del decesso dovuto ad una malattia che per lungo tempo l'aveva stremata.

Risale al 1941, con Two faced Woman di George Cukor, la sua ultima apparizione cinematografica, impegnata nel ruolo brillante di una donna borghese intenta a riconquistare il marito infedele.

Fu un fiasco e primo bagliore di un tramonto ormai prossimo. "In questo crudo nuovo mondo non c'è più posto per me", disse, come se stesse recitando la battuta di un film, poi scomparve nel suo esilio volontario. Si dedicò al culto della propria immagine tenendola lontano dagli occhi del pubblico.

 

LA GARBO-ATTRICE

 

In un mondo costruito sull'immagine capì che la non-immagine poteva essere la sua immortalità. Lei ci ha risparmiato lo spettacolo della Garbo profanata in uno spot pubblicitario, in un film dell'orrore o in una ripetizione fossile del proprio mito à la Dietrich.

Per questo le foto pubblicate sui giornali di una Garbo che si protegge il volto con le mani paiono tanto oscene, come una continua autopsia giornalistica eseguita su una persona viva.

Per diciassette anni sullo schermo è stata "la Garbo".

Le fotografie che precedono o seguono quel periodo sono di una ragazzetta e di una vecchia che si chiamava Greta Gustafsson, nata a Stoccolma nel 1905.

Con due dozzine di pellicole creò qualcosa che non si è più ripetuto: la donna ideale, la Venere umana.

A quale altra donna è toccato il privilegio di rappresentare l'Inaccessibile, l'Irraggiungibile del nostro secolo?

Non alla Bernhardt né alla Duncan o alla Duse e né, certamente, alle altre dive "mortali" a cui è stata spesso paragonata: Louise Brooks, Hedy Lamarr o Ingrid Bergman.

Della "Sacerdotessa del cinema", come l'ha chiamata Fellini, anno dopo anno se ne alimentava il culto annunciandone il ritorno alle scene, come se si trattasse di un'imminente manifestazione del sacro ai fedeli.

Non a torto i rotocalchi titolavano "Torna il Sogno", la Garbo è eterna perché eterni sono proprio i sogni degli uomini.

La fortuna della Garbo-attrice stava nella magia del suo sguardo che riusciva a trasmettere un misto di dramma e voluttà, ambiguità che Bela Balazs chiamò beauté de la suffrance: un incrocio tra la femme fatal peccaminosa e la vergine innocente predisposta al sacrificio.

Non c'è da stupirsi, perciò, se questo dualismo tra istinto e predestinazione l'hanno fatta eleggere "imperatrice monaca" della "cultura camp", perché in essa l'omosessuale riconosce le pulsioni avverse tra peccato e rassegnazione al peccato, che sono a fondamento del senso di colpa imposto dalla morale comune ai gay.

Tutti i film della Garbo, studiati appositamente sulla personalità della diva, compongono un itinerario sentimentale sempre identico per intenzione e finalità, drammi seriali di cui gli occhi degli spettatori vogliono nutrirsi, godere e poi redimersi.

Ogni pellicola mostra la caduta e la resurrezione di un angelo, dannato perché volle farsi donna e poi redento per la volontaria rinuncia alla felicità terrena.

Un rito, dunque, in cui il gay-vittima s'identifica nelle componenti tardo-romantiche della trasgressione, della fatalità e della lussuosa grandezza del gesto sacrificale.

Come in Jean Genet, tutto nel rito si trasfigura in splendore, anche ciò che più appare squallido, come il tradimento di Mata Hari, il suicidio della Karenina, la tisi di Margherita Gautier.

 Poco importa se la Garbo aveva dei movimenti sgraziati, brutte mani, piedi troppo grandi, spalle e andatura maschile. Sullo schermo la sua presenza risplendeva di una tale intensità interiore come pochi altri attori del cinema hanno sfiorato.

Al suo fianco, le più romantiche star maschili di Hollywood, sembravano ragazzini imberbi prossimi a scomparire agli occhi del pubblico. La Garbo più che di partner aveva bisogno di chierichetti che servissero al suo altare di fallen woman.

Così, con il passare degli anni e con l'affermarsi del suo mito, la Garbo finì per sostituire al fisico il metafisico.

Le sue più grandi scene d'amore rituale le interpretò con se stessa o con gli oggetti: i fiori di A woman of affairs, i mobili di Queen Christina...

La Garbo portò sullo schermo il sesso come non è riuscito a nessuna.

 Marilyn Monroe al confronto era un'allegra ragazzotta che distribuisce se stessa liberamente, la Dietrich allude al denaro anche con le pupille. La loro è una sessualità più sana, forse più onesta, ma cosa ne segue? Il trionfo dell'uomo, del macho conquistatore. Tutt'altra cosa accade agli amanti della Garbo.

Sia che si tratti di Clark Gable, John Barrymore o Melvyn Douglas, in ognuno di essi c'è come il bisogno, dopo la capitolazione fisica, di misurare negli occhi di lei la propria performance sessuale e di riceverne l'approvazione.

Ma nella Garbo una specie di fatalismo le impedirà di ammettere d'aver toccato il paradiso... persino con Napoleone in Maria Walewska.

 In lei c'è una miscela che porta l'uomo al colmo del desiderio e insieme a una frustrazione che rasenta l'impotenza.

Basta guardarla sullo schermo per studiarne la sfuggevolezza: a chi tenta di baciarla offre la gola con la testa rivolta all'indietro, ad un altro dà la mano da portare alle labbra, ed è il massimo concesso prima della rituale dissolvenza in nero del fotogramma.

 Il suo sguardo afferma ripetutamente che per lei il sesso è poco importante, che non le dispiace darsi, ma "dopo" tutto è sublimato con un "Accendimi una sigaretta Alessio".

La "battaglia dell'amore" con la Garbo non è una battaglia: è una resa incondizionata da parte di lei, che esaspera la tensione prolungando l'attesa. Come se mentre l'uomo desidera la sua carne, lei desiderasse solo d'essere desiderata.

La Garbo si è già concessa appena vede l'amante sullo schermo, il suo mistero è quello di essere irraggiungibile ed insieme, ogni volta, già raggiunta.

Forse è proprio per questo che l'hanno chiamata "la divina", perché donne così non ne esistono. In lei c'è il duplice aspetto di dominatrice e dominata, sadismo e masochismo relazionale che si ritrovano anche nella sua vita privata.

 

LA GARBO-DONNA

 

I grandi amori della Garbo furono degli uomini apparentemente forti che non seppero reggere a lungo un rapporto di questo genere: Maurice Stiller, John Gilbert, Leopold Stokowski.

Non si sposò mai e ciò fece parlare di un ulteriore "mistero Garbo", legato alla sua omosessualità.

Non si è mai detto apertamente che la "divina" era da più di 45 anni vicina ad una donna, la baronessa Olga de Rothschild, della famosa famiglia di miliardari.

Forse, se si fosse detto, il grande "mistero Garbo" non esisterebbe più.

 Del resto rimane enigmatica la strana amicizia giovanile che la legò a Mimi Pollak, una sua compagna all'Accademia d'arte drammatica di Stoccolma nei primi anni Venti.

La Garbo ebbe legami con tutti i gay dell'alta società artistica, nobiliare e finanziaria; basti citare le sue intime amicizie con Cecil Beaton, Lord Mountbatten, Noel Coward, Ivor Novello e molti altri. Molti degli uomini cui i giornali le attribuirono dei flirt in realtà avevano nella sua vita privata ruoli di fotografi, dietologi o amministratori, e non certo quello di amanti.

L'aspetto maschile della psicologia della Garbo si ritrova anche nelle sue scelte cinematografiche. Dopo aver interpretato Cristina di Svezia in abiti maschili sognò di portare sullo schermo i ruoli di Giovanna d'Arco, di una partigiana russa, di una donna capitano della Marina Mercantile norvegese e addirittura quello di Dorian Gray. Poco è trapelato su questo lato oscuro, eppure non certo secondario, della persona-Garbo; per esempio è sicuro che fu la sua amante Mercedes de Acosta a fotografarla seminuda, tutt'altro che "glaciale" come il mito vorrebbe invece eternarla.

La stessa Acosta era famosa per le sue amicizie con celebri lesbiche, tra le quali Alice B. Toklas, amante fissa per quarant'anni di Gertrude Stein.

Ed è proprio la Toklas che commentò lapidariamente la fuggevolezza della Garbo definendola "Mademoiselle Hamlet", figura ambigua d'una fiaba nordico-hollywoodiana che mai finirà d'interrogarci e affascinarci al tempo stesso.

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