Giuni Russo: voce prigioniera

19 ottobre 2004, Pride, n. 64, ottobre 2004 con il titolo "Voce prigioniera"

La notte dello scorso 14 settembre è morta a Milano Giuni Russo.
Da pochi giorni aveva compiuto 53 anni. Gli ultimi quattro sono stati dominati da una grave malattia. In silenzio ne circolò la notizia dopo la sua ultima e strepitosa apparizione, pallida e calva, al Festival di San Remo dello scorso anno. Nessuno ne scrisse, amici mi confermarono d'averla vista in terapia all'ospedale. Lei giocò come al solito con l'ambiguità eccentrica del suo personaggio, dichiarando d'essere talmente stufa di perdere tempo col parrucchiere a discapito della sua voce.
Una voce regina che le influenzò l'intera esistenza. Un talento eccezionale, pesante da portare come una maledizione: suo Amore e Dolore Sacro. Voce unica e riconoscibile sin dalla prima nota. Acuta e mediterranea, dai canti religiosi da bambina fino alla fedele riproduzione degli echi liberi e nostalgici dei gabbiani sulla spiaggia.
Ma lei libera non lo fu mai, melanconica e battagliera sempre. Una fune pesante la tenne ancorata a terra, la sua carriera costruita con sudore e mille rinunce si ripiegò su se stessa come cartone bagnato. Non certo a causa sua, ma per la mediocrità del mondo che cercava in tutti i modi di depredarla e farla scendere a patti con lo sciattume imperante. Lei era un gabbiano che volava alto, non uno struzzo piumato.
La voce coincideva con la sua anima, come poteva darla in pasto ai porci? L'amava talmente da ritenerla lei stessa imprigionata in un corpo indegno, accompagnato da un carattere divenuto con gli anni sempre più intrattabile, irascibile e presuntuoso.
Ma così l'avevano fatta diventare i vampiri. Una personalità complessa, spesso incompresa, e di conseguenza infelice.


Nata a Palermo, con un padre appassionato d'opera lirica che ne aveva sostenuto gli studi musicali. Ma lei come avrebbe potuto, brutta, mascolina e troppo bassa, figurare in scena come Mimì che muore tisica con la gelida manina o Tosca che si suicida per un uomo? Suvvia, era l'epoca degli impulsi femministi in fuga verso l'indipendenza in tutti i campi.
Fuggì anche lei, in cerca di validi insegnanti e possibilità lavorative, per rendere degno servizio alla sua voce. Risalì, verso Roma e Milano, in epoca di contestazione, alla ricerca d'anime affini.
Alla fine trovò il suo ideale nella sarda Maria Antonietta Sisini, destinata a diventare sua collaboratrice e compagna per sempre. Nel 1968 erano già usciti tre 45giri col vero nome di Giusy Romeo e Pippo Baudo, vedendola al Festival di Castrocaro, la portò a Sanremo in coppia con Louis Armstrong. Ma non accadde assolutamente nulla.
Fu solo l'incontro con la Sisini a trasformarla completamente, non solo col nuovo nome di Giuni Russo ma anche con l'avvicinarla alle atmosfere jazz. Insieme realizzarono nel 1975 l'Lp, guardacaso, intitolato Love is a woman. Fu un fiasco. Sopravvissero entrambe, collaborando con l'insopportabile Cristiano Malgioglio in brani sensuali quanto
velatamente ambigui: il pezzo più celebre fu il masturbatorio "Ho fatto l'amore con me", lanciato da Amanda Lear nel 1980.
Nel frattempo si sbarcava il lunario facendo cori in dischi di altri, brani per Rita Pavone, o prestando la voce a pubblicità televisive martellanti (suo l'urlo: "Philips, colore sempre vivo!").
Fu il miracolo. Incontrò il magico Franco Battiato con cui realizzò l'album Energie (1981), seguito poi dal brano "Un'estate al mare" che gli fece vincere il Festivalbar e la rese popolare, riconoscibile, amata e stimata fuor di misura nel 1982. La sua voce regnava in stereofonia ovunque, ma i gatti e le volpi del mondo discografico cercavano di trascinarla nel campo dei miracoli dove crescono gli alberi delle monete d'oro.
Me la ricordo imbarazzata, agli esordi, presentata per la sua voce eccezionale, come un fenomeno post-moderno da baraccone alla Yma Sumac, vestita in divisa militare e capelli corti da parà con basette tirabaci alla Rudy Valentino ad esibirsi come una scimmietta ammaestrata.
Fu alla tivù, da Carlo Massarini a Mister Fantasy, che la sua discografica della Cgd, tanto sgraziata quanto stonata, Caterina Caselli, la presentò al pubblico ludibrio. Giuni era vistosamente imbarazzata, e alla fine la storia del curioso esotismo della sua voce le stette scomoda. Non voleva etichetta sulla sua Anima.
Ed iniziarono i problemi. Stressata per questa storia, villanamente maltrattò il presentatore Corrado perché aveva troppo lodato l'eccezionalità della sua voce durante una presentazione.
S'inimicò molta gente ed iniziò un processo psicologico di dissociazione con se stessa.
Oltre che depredata, si sentiva solo un involucro, anzi: la gabbia che portava a spasso il canarino prodigio della sua voce. Da lei la Cgd non voleva capolavori, ma solo canzonette come "Limonata cha cha cha", da infilare nei juke-box.
Litigò con la Caselli e iniziò una lunga e costosa battaglia legale che la distrusse. Per due anni, sotto contratto, non poté più incidere una sola nota. Imbavagliata si sentì morire. E in questo periodo, come in molti altri a venire, fiorì la leggenda di tentati suicidi, mai confermati.
Tornò alla ribalta con il nuovo hit per l'estate "Alghero", tra le cui righe si legge una dichiarazione d'affetto alla fedele Antonietta Sisini. Ma i tempi erano cambiati, i colleghi non l'aiutarono nella sua incessante ricerca di rinnovamento, tranne la Rettore con cui duettò in "Adrenalina" del 1987 e Battiato in "Lettera al governatore della Libia" nel 1989. I suoi 33giri però non si vendevano più.
Troppo intriso di citazioni lesbo-criptiche il titolo di A casa di Ida Rubinstein, raccolta di brani d'opera rivisitati, per non dire di altri testi ispirati a Gertrude Stein come Una rosa è una rosa del 2003.
Capolavori in ogni modo.
A chi la detestava dedicò inutilmente nel 1994 Se fossi più simpatica sarei meno antipatica e per sbeffeggiare la Caselli incise il live Cd scegliendo il titolo di Voce prigioniera nel 1998.
La sua malattia coincise per caso con la scoperta lesbo-chic degli scritti di Santa Teresa d'Avila, fondatrice dell'ordine di clausura delle Carmelitane Scalze, e della sua ricerca di pace con se stessa.
Il male fu il terzo incomodo che la costrinse a riflettere con le spalle al muro. Donne tra donne, la donna Giuni ritrovava così la sua voce di bambina quando cantava in chiesa per qualcosa di più grande e luminoso. Lei stessa disse: "Io amante di Santa Teresa e della ricerca, vedo nei suoi scritti la bellezza della Santità degli esseri umani, dei figli che cercano in se stessi Dio, cioè l'Amore".
Forse per noi, dette così, apparenti e scontate banalità, non certo per lei che vi aveva trovato la chiave di volta dei suoi problemi.
Così la ruota del carro della vita si fermò davanti alla porta di un convento. Cursum perficio definitivo di un'anima indimenticabile.

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