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    La potenza delle immagini
    recensione di Danilo Ruocco al libro Piaceri proibiti, I (2002) di Luis Cernuda inserita il 04/09/2004

    Nel 1931, a ventinove anni, il poeta spagnolo Luis Cernuda (1902 – 1963) ebbe un’intensa e tormentata storia d’amore con Serafín Fernández Ferro, autodidatta figlio di operai, il quale, a detta di García Lorca, possedeva un «sorriso leonardesco». Sotto l’impulso della tormentata relazione, Cernuda scrisse le poesie e le prose ritmiche che compongono il libretto I piaceri proibiti. Va detto, con tutta onestà, che non siamo di fronte a un capolavoro assoluto della poesia, ma anzi, a delle poesie che, spesso, lasciano alquanto perplessi per la loro “freddezza”: si è lontanissimi da un tipo di poesia “calda” in cui l’erotismo entra prepotente e le immagini si fanno sensuali come ci si aspetterebbe da un poeta che scrive nel momento stesso in cui è travolto da una passione ardente e che titola il proprio libro I piaceri proibiti… Proprio tale titolo mette il lettore in attesa di un certo tipo di immagini “solari” (gli amori del titolo, benché “proibiti”, in quanto di tipo omosessuale, sono pur sempre definiti “piaceri”) che non trova, poi, nei versi del poeta; versi a volte di difficile comprensione perché rimandano a un tipo di poesia (quella surrealista) che, tra i propri obiettivi, non ha certo quello di rendersi completamente comprensibile al fruitore. Eppure, nonostante quello finora scritto, alcuni dei versi e delle prose ritmiche de I piaceri proibiti si impongono alla memoria del lettore moderno per la potenza visiva delle immagini, le quali, spesso, evocano situazioni violente e stati di disagio mentale e sociale. Vale la pena riportare alcune di tali immagini, pescando qua e là:

     

    corpi che gridano sotto il corpo che li penetra,

    e pensano soltanto alle carezze,

    pensano soltanto al desiderio

    (da Dove sono precipitate)

     

    Uno sfioramento inatteso,

    un’occhiata fugace fra le ombre,

    bastano perché il corpo si apra in due,

    avido di accogliere in sé

    un altro corpo che sogni;

    metà e metà, sogno e sogno, carne e carne,

    uguali in figura, in amore, in desiderio.

     

    Benché sia solo una speranza,

    perché il desiderio è una domanda cui nessuno sa rispondere

    (da Non diceva parole)

     

    Vi amo, teneri bimbi;

    vi amo tanto, che vostra madre

    potrebbe credere ch’io voglia farvi del male

    (da Il merlo, il gabbiano)

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