Nata due volte

Intervista a Giò Stajano

Suo nonno era il braccio destro di Mussolini, lui invece fu il primo omosessuale pubblicamente dichiarato d'Italia.

Nel 1959 pubblica Roma capovolta, libro scandalo condannato al ritiro immediato.

Maestro dello scoop, tra gli ispiratori e pionieri della 'dolce vita' romana affrescata da Fellini. Sue sono le prime rubriche a tema gay sulla stampa nazionale.

Scrittore, giornalista e pittore, poi negli anni ottanta il cambio di sesso a Casablanca, fino al ritiro spirituale in un convento piemontese.

Oggi vive a Sannicola, non lontano da Gallipoli, ravveduta ma ancora coraggiosa e con molto altro da dire... Maria Gioacchina Stajano Contessa Briganti di Panico, in arte Giò Stajano.

I PRIMI RICORDI

Giusto per cominciare dal principio: la prima domanda che mi viene da farti riguarda la parte più giovane di te; quali sono i tuoi primi ricordi? Magari anche in rapporto alla figura di tuo nonno, se ti va di riprenderla in qualche modo...
Mah... innanzitutto da piccola non ero qua a Sannicola, stavamo tutti a Gallipoli.

Io sono nata qua, ma gli altri miei fratelli sono nati tutti a Gallipoli, dove siamo stati fino all'inizio della guerra, quando poi tornammo qui a Sannicola.

Per quanto riguarda mio nonno Achille, mi ricordo di quando tornò dalla Guerra d'Africa, che portò con sé un ascaro, che era il suo attendente. Allora stavamo appunto a Gallipoli, e tutta la popolazione era venuta sotto le finestre del nostro palazzo per applaudire questo loro concittadino che era diventato il braccio destro di Mussolini, in quanto Segretario del Partito Fascista.

Mio nonno si affacciò al balcone del palazzo con questo ascaro al fianco, che suscitò il delirio di tutti i presenti, che non avevano mai visto un africano fino ad allora.

Un altro ricordo di mio nonno è di quando con mia madre e mio padre andai a Roma e fui portata dai miei genitori al Palazzo Littorio, che era la sede del Segretario del Partito.

Mentre mia madre e mio padre conversavano con mio nonno nel suo studio, io fui lasciata gironzolare per le sale del palazzo, fin quando non arrivai ad una sala dove c'era una grande vasca con tanto di zampilli d'acqua, piena di pesciolini rossi.

Vicino alla vasca c'era un tavolo ingombro di portacarte a reticella, di quelli che si usavano allora, dove c'erano incartamenti probabilmente importanti per mio nonno.

Io, che all'epoca ero ancora piccolo, avrò avuto cinque o sei anni, svuotai la maggior parte delle cartelle con la reticella e con quelle pescai i pesciolini rossi della vasca. Poi, glorioso e trionfante, andai da mio nonno Achille e i miei genitori per far vedere i risultati della mia pesca...

Ebbi come l'impressione che il volto di nonno Achille perdesse il colore abbronzato che aveva preso in Africa, però non mosse un muscolo, mi accarezzò la testa e mi disse "Bravo, però adesso dobbiamo chiamare qualcuno a rimettere i pesci nella vasca e le carte nelle reticelle".

Ecco, queste sono le prime cose che mi vengono in mente.

INFANZIA DA BALILLA

Tu da piccola sei stata un Balilla?


Sì sì, sono stato un Giovane Figlio della Lupa, Balilla, poi Avanguardista... fino all'inizio della guerra, fino al 1939.

Mi facevano avanzare di anno in anno anche se non avevo l'età richiesta, ma dal momento che ero il nipote prediletto del Segretario del Partito...

Anche ad un saggio ginnico mi agevolarono. Io da piccolo ero negato per la ginnastica, ma non era possibile escludere il nipote di Starace dal saggio, quindi le autorità di Gallipoli - il Sindaco, il Prefetto, federale -escogitarono un sistema: anziché farmi partecipare alle attività sportive, pensarono che all'inizio dei giochi io avrei potuto avanzare in divisa da Balilla, scortato da due avanguardisti, portando dei fiori disposti a forma di fascio littorio all'autorità più importante presente, che in quel caso era la moglie del Prefetto.

E così feci, marciai a passo cadenzato scortato ai lati dagli avanguardisti e portai quei fiori.

Poi mi sedetti tra mia madre e la moglie del Prefetto e restai a guardare il resto del saggio ginnico di tutti gli altri.

LA SCOPERTA DELLA DIVERSITA'

Quand'è che ti sei accorta di non essere il classico maschio eterosessuale che ci si aspettava da te?

Beh possiamo dire che io ero eterosessuale, perché già allora mi sentivo donna ed ero attratta dagli uomini, però questo non era esattamente in linea con i dettami sociali di allora e soprattutto del fascismo.
A grandi linee me ne sono accorto negli ultimi anni del collegio, quando un convittore più grande di me (che aveva terminato il liceo, mentre io ero ancora in seconda) lasciò il collegio e io, che mi sentivo molto attratto da lui, sentii un grande dispiacere per il suo allontanamento.

Cominciai a scrivergli delle lettere, che però non avevano nulla di eclatante, perché io allora non mi rendevo conto di quello che poteva essere quell'attrazione, la ritenevo solo un'amicizia.

Con altrettanta buona fede questo compagno mi rispondeva dal suo paese, nella zona di Bari; una di queste lettere fu intercettata dai Padri Gesuiti (che evidentemente avevano esperienza riguardo a quel che poteva accadere nel collegio tra i convittori) e ne fecero edotto mio padre, che volle sapere da me cosa ci fosse tra me e questo compagno.

Io gli dissi che era un amico e che mi dispiaceva non vederlo eccetera, così la cosa lì per lì si chiuse.

Io però volevo rivederlo: erano intanto arrivate le vacanze estive, ed io sottrassi da un cassetto di mio padre le lire (allora c'erano le banconote grandi da cinquanta e da cento lire) che servivano per pagare il biglietto del treno per arrivare al suo paese in provincia di Bari.

Fui accolto con molta cordialità dai suoi familiari e rimasi tutta la giornata lì a casa sua.

Al ritorno, però, il treno si fermava a Lecce e non c'era più la coincidenza per arrivare a Sannicola; rimasi a dormire a casa di un'amica di mia madre, che era una signora molto cordiale e per bene, senonché questo fatto di aver dormito fuori mise in allarme mio padre che il giorno dopo a casa fu molto severo con me.

Un po' per i precedenti avvertimenti da parte dei gesuiti, un po' perché credette che non avessi dormito da questa signora, ma piuttosto a casa del ragazzo... insomma, venne fuori che era qualcosa di più di un sentimento di amicizia.

In quel periodo giravano diversi articoli su molti giornali che trattavano le affermazioni di un endocrinologo, il quale sosteneva che, con l'inserimento sottocutaneo di una pillola a base di ormoni di scimmia o di gorilla, si sarebbe potuto invertire questo processo, questo interesse verso il genere maschile, riportando la mia indole verso il sesso femminile.

Papà mi chiese se fossi stato disponibile a sottopormi a questa cura; il problema è che i giornali li leggevo anche io, ed infatti sapevo che molti endocrinologi davano torto a questo loro collega, ritenendo inutile questa terapia.

Io allora dissi a mio padre che non avevo motivo di non farlo, ma che se questo piccolo intervento non si fosse rivelato efficace io avrei dovuto essere lasciato libero di seguire ciò che i miei sentimenti stavano sviluppando.

L'intervento si fece e infatti si rivelò fallimentare nella maniera più totale.

Da quel momento papà mantenne la parola e da quel lato non mi tormentò più.

ROMA

Tuo padre ti volle però in qualche modo allontanare... Ti "lasciò andare" a Roma per l'università, giusto? Come ti accolse la capitale?
A Roma trovai un alloggio in via Margutta, dove allora stavano gli "esistenzialisti" (stiamo parlando dei primi anni cinquanta, del 1952), c'era il Baretto di via del Babuino, lo studio della pittrice Novella Parigini...

Io avevo sempre avuto una spiccata predisposizione per la pittura, quindi essendo quello l'ambiente degli artisti per eccellenza mi trovai benissimo, tanto che all'università ci andai pochissimo, forse solo per l'iscrizione e poche altre volte.

Tra l'altro in università mi sentivo anche a disagio, perché non nascondevo la mia attrazione per gli uomini, e gli studenti goliardi cominciarono a farmi oggetto di scherzi di tipo machista.

L'ambiente di via Margutta era diverso e restai lì, dipingendo. Ero accolto benissimo e le cose andavano bene; pensa che addirittura il pittore Giulio Turcato, oggi molto quotato, gradiva molto i quadri che io facevo (all'epoca facevo dei soggetti che richiamavano un po' Arlecchino) e mi propose di scambiare un mio quadro con uno suo, che era tutto un insieme di triangoli, quadretti e quadrucci, che a me non piacevano per niente e quindi rifiutai... poi, quando vidi il valore che acquisirono le sue opere col tempo, mi morsi le dita.

Comunque lì andò così fino al '54-'55, quando decisi di tentare di fare l'attore e mi iscrissi al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove fui accettato grazie ad un parente di mio padre che era un funzionario per la censura cinematografica.

L'ambiente anche lì non fu dei migliori, perché appunto si notava che io non avevo nulla di maschile, però lì ebbi una breve relazione con un bellissimo giovanotto che era il fratello minore di un noto giornalista di "schietta Fede democristiana".

CINECITTA'

Come andò con il cinema?
Quasi sempre interpretai diversi ruoli cinematografici, più o meno piccoli, di tipo omosessuale. Solo in una delle mie prime esperienze recitative mi sentii a disagio, cioè quando mi diedero la parte di un ufficiale di cavalleria nel film 'La rivale'. Giurai a me stesso di evitare qualsiasi altro ruolo virile. Infatti nel secondo film a cui partecipai, che era 'Caccia all'uomo', ebbi il ruolo di un giovane spacciatore omosessuale che aveva fornito della droga nel contenitore di un rossetto ad una vittima di overdose (l'attrice Eleonora Rossi Drago). Dovevo andare a riconoscere la vittima con il commissario (che era invece Riccardo Garrone): appena veniva scoperto il cadavere, io dovevo far finta di svenire e non rialzarmi più fino alla fine della scena. Fui bravissimo.


Feci poi il press-agent gay nel film di Dino Risi 'In nome del popolo italiano', altri ruoli omosessuali in film come 'Il comune senso del pudore' di Alberto Sordi, poi nel 'Nerone' di Pingitore... insomma tutti ruoi che mi rispecchiavano e che mi divertivano un mondo, dandomi anche un contributo economico.

LA DOLCE VITA

Per entrare nell'argomento che segnalò Giò Stajano al pubblico, parlaci di come cominciò il tuo rapporto con la Dolce Vita romana.
Nell'ambiente della Dolce Vita mi introdusse appunto un'altra pittrice, Novella Parigini, che aveva una capacità incredibile di inserirsi nella jet-society; mi portava con sé perché aveva capito che ero diverso da tutto ciò che in quegli anni gravitava in alta società, perché allora non c'era praticamente nessuno di così visibile come omosessuale, mentre io lo manifestavo apertamente. Per lei rappresentavo la possibilità di soddisfare la curiosità delle persone che la circondavano, e così infatti fu, perché tra attori e attrici, scrittori, giornalisti, industriali e nobili, io ero una perla nera che incuriosiva e attraeva. Così cominciai ad avere rapporti nella cerchia della Dolce Vita, alcuni procurandomeli anche senza Novella: avevo uno chaperon, che era il parlamentare salentino Vincenzo Cicerone (che chiamavamo la "Zia Vincenza"), che mi portava in giro per Roma nei posti dove si potevano incontrare bei giovanottoni fra militari e marinai, praticamente tutti quelli in divisa che facevano la fila davanti alle case di tolleranza.

Con la sua macchina decappottabile ci fermavamo nella zona e li invitavamo a fare un giro con noi, poi li portavamo a casa e lì ci davano quello che volevamo in cambio di un po' di denaro o di una cena in qualche ristorante. Poi, quando Zia Vincenza era occupata per lavoro, io passavo i pomeriggi nei teatri d'avanspettacolo, come l'Ambra Jovinelli, il Volturno, nella zona della stazione o di Piazza Navona e della Roma vecchia, poi a Monte Sacro c'era l'Apollo... tutti questi cinema e teatri erano pieni di militari e lì spesso si consumava direttamente sul posto, al buio.

Io allora ero giovanissimo e ossessionato dal demone della lussuria, tanto che ogni giorno riuscivo ad avere approcci sessuali anche con tre o quattro, anche cinque uomini diversi.

I ROMANZI E LO SCANDALO

Di lì a qualche anno tu dichiarasti qualcosa, che altri non avevano avuto il coraggio di fare...
Sì, questo successe nel '59, quando avevo accumulato un buon numero di esperienze e le raccolsi in un libro autobiografico, che intitolai Roma capovolta, che rappresentava appunto tutta quella parte oscura della capitale, mentre la parte, diciamo così, luminosa era quella democristiana e papalina. Nel libro raccontai il mio modo di passare le giornate in quei sette anni che mi videro protagonista di tutte quelle esperienze trasgressive.

Il libro fu pubblicato nell'estate del 1959 e fu sequestrato nel settembre dello stesso anno, quando Fellini cominciò a girare proprio 'La Dolce Vita', dove mi volle per interpretare il ruolo di me stesso, cioè di un giovane scrittore omosessuale.

Io accettai e partecipai come comparsa nella scena ambientata nel night club in stile romano antico, dove Anita Ekberg balla scalza prima con Mastroianni e poi con l'altro attore americano che arriva dopo.

Fellini mi chiamava 'Stajanino', in seguitò tra l'altro acquistò anche un mio quadro e parlò sempre bene di me e dei miei lavori.

Tornando al tuo "coming out" e al tuo primo libro: cosa successe a Giò Stajano dopo la pubblicazione di Roma capovolta?
Mah, innanzitutto ci fu lo scalpore dovuto al processo che seguì la pubblicazione: il libro fu condannato [al rogo] ed io ebbi una condanna formale per offesa alla pubblica morale.

Da quel momento però balzai alla notorietà della stampa e dei cinegiornali (i telegiornali ancora non esistevano) e diventai in breve tempo il primo e solo omosessuale d'Italia dichiarato pubblicamente.

Dopo Roma capovolta l'editore mi chiese subito un altro libro per sostituire il primo. A questo secondo libro diedi il titolo di "Meglio un uomo oggi" ma l'editore, nella speranza che non venisse sequestrato anche questo, cambiò il titolo in Meglio l'uovo oggi, ma anche questo fece la stessa fine del precedente.

Il terzo fu Le signore sirene, che non fu sequestrato perché avevo trasformato gli omosessuali in creature dai capelli verdi e dalla voce melodiosa, che affascinava gli uomini e li distraeva dai loro doveri morali e famigliari. Trattandosi praticamente di una favola, questo si salvò.

Ci fu poi il caso di Roma erotica, che mi fu commissionato dalla casa editrice ABC e pubblicato nella collana 'Poker d'Assi', con la precisa clausola di descrivere in ogni pagina una scena erotica.

Il libro fu sequestrato ma, siccome intanto i tempi erano cambiati (era ormai il 1971), fu assolto e lasciato circolare.

IL GIORNALISMO E "MEN"

Tu nel frattempo avevi intrapreso la strada del giornalismo: tra le diverse esperienze, ad un certo punto apri un'altra breccia nel muro del perbenismo italiano inaugurando una rubrica a tema omosessuale su "Men", una rivista prima rivolta esclusivamente ad un pubblico eterosessuale...

Avevo un amico molto caro, che purtroppo non c'è più, che faceva parte della redazione del settimanale "Lo specchio", al quale avevo collaborato anche io.

Lui passò sotto l'editrice Tattilo, che pubblicava "Men" e "Playmen".

Nel '69 mi disse che per lanciare la rivista (che andava maluccio, anche perché veniva sequestrat quasi tutte le settimane, in quanto era una delle prime a pubblicare fotografie un po' osè), aveva pensato di fare una serie di articoli sulle vacanze estive degli omosessuali. Visto che sulla piazza io ero ancora praticamente l'unico, mi affidò questo servizio.
Cominciai dalle spiagge del litorale romano e ogni settimana pubblicavamo un articolo su una meta diversa. Andando verso il nord ci fu l'Argentario, poi Viareggio e la riviera ligure.

Tornando giù passai a Capri: lì mi feci nemico Valentino, perché nell'articolo lo citai come personaggio un po' eccentrico (senza definirlo gay o non gay) e scrissi anche che per distinguersi dagli altri uomini - che all'epoca portavano il classico borsello - lui non portava una sola borsa piccola, ma ne portava due molto grandi sotto gli occhi. Non mi rivolse più la parola.

Andammo poi a Taormina, dove trascorsi la notte dello sbarco sulla luna. Io però mi dissociai dall'entusiasmo generale dovuto all'allunaggio e passai la notte tra le braccia di un focosissimo rappresentante locale del genere maschile.

Poi fu il turno della Puglia, poi Ancona, Rimini, Riccione, Venezia, Firenze e finii poi a Milano.

Gli articoli andavano benissimo, tanto che la tiratura della rivista raggiunse quote stratosferiche; in redazione mi presero come redattore fisso e poi come capo-redattore.

Visto il successo ottenuto dall'argomento, mi affidarono una rubrica di corrispondenza con i gay, che intitolai 'Il salotto di Oscar W. spolverato da Giò Stajano': per le prime settimane dovetti scrivermi io delle lettere, perché non ne arrivava nessuna, ma dopo poco tempo cominciarono ad arrivare a valanghe.

Successivamente venne aggiunta la rubrica 'Lo specchio di Adamo', in cui ogni settimana si metteva l'immagine nuda (per quanto si potesse) di un giovane attore o cantante o aspirante tale, ma anche diversi soggetti assolutamente anonimi; pubblicavamo un piccolo servizio fotografico e una mia breve intervista con il ragazzo.

VITE NELL'OMBRA

Com'era in quegli anni la tua percezione dell'essere omosessuale dichiarato e visibile in un'Italia reticente all'argomento e dove si preferiva vivere la cosa nell'ombra?

Io mi sentivo paradossalmente estremamente gratificato. In ogni caso questo rapporto con la società cosiddetta "normale" aveva anche uno scopo: io mi tenni sempre al margine del movimento omosessuale militante, ma lavorai anche molto per fare in modo che si parlasse di omosessualità.

Il mio obiettivo era quello di introdurre l'argomento gay nell'ambiente eterosessuale, perché a mio parere parlare solo tra di noi e raccontarci i fatti nostri non portava a nessuna soluzione per l'inserimento sociale degli individui. Questa in effetti era la grossa differenza con la vera e propria militanza di allora.

Devo dire, però, che il mio lavoro di scrittore e giornalista (nelle rubriche che abbiamo citato), servì molto a dare a grandi linee un'idea ai lettori eterosessuali di ciò che significava essere gay.

Non solo: anche quegli stessi omosessuali che magari pensavano di essere ognuno il solo nel proprio paese o nella propria città, leggendo la rubrica di corrispondenza si rendevano anche conto della reale entità numerica gay in Italia.

Così cominciarono a venire fuori dalle cantine e dai solai, a conoscersi, organizzarsi...

IL CAMBIO DI SESSO (1982)

Nel 1982 Giò Stajano arriva ad un passo sognato e definitivo: parte per Casablanca uomo e torna donna, fisicamente e -poco dopo - anche anagraficamente. Ci parli di questa tua rinascita?

Come ti dicevo oggi a pranzo, io mi sono sempre sentita donna. Non solo ero attratta dagli uomini, ma desideravo profondamente che mi vedessero come donna, e non per l'uomo che ero.

Fin dalle mie prime frequentazioni sessuali e amorose mi confezionavo da sola, con della stoffa elastica, dei sospensori talmente aderenti che tenessero compressi totalmente i miei genitali maschili, in modo che non dessero alcun fastidio al partner.

E' stato sempre così, da parte mia, perché mi sentivo donna e volevo essere trattata come tale anche a letto.

Arrivata al novembre 1982, ormai a cinquant'anni feci finalmente la mia scelta. Presi l'aereo per la prima volta nella mia vita, totalmente sola, senza pensare che avrei potuto andare incontro alla morte nel deserto senza che nessuno sapesse più nulla di me, ma fortunatamente andò tutto molto bene.

Cosa cambiò al tuo ritorno?
Quasi tutto: acquistai immediatamente il mio equilibrio psico-fisico e trovai finalmente dei rapporti che non dovevo implorare, ma che anzi mi venivano richiesti. Ero molto ricercata a livello privato.
Fino a quell'età avevo vissuto sempre nella convinzione che il Creatore o la Natura, o chiunque ci avesse donato la vita, avesse provveduto a fornire un habitat anche alle creature come me, un ambiente in cui trovare la propria realizzazione, come i pesci l'acqua e gli uccelli l'aria.

Arrivata invece a cinquant'anni mi accorsi che non era così e non potevo pretendere di essere considerata donna come io mi consideravo, e che quindi per la società di allora (ma anche adesso) esistono solo due tipi di generi, quello maschile e quello femminile.

Dal momento che il genere maschile non mi rispecchiava in alcun modo, non rimaneva altro che adeguare il mio aspetto anatomico a quello femminile.

Dal momento che tante persone prima di me l'avevano fatto, anche persone di mia conoscenza, mi dissi: perché no? Presi l'aereo e lo feci.

Fu la scelta giusta, perché mi diede la vita che cercavo.

Anche quella certa incostanza (personale e professionale) che mi ero portata dietro per tanto tempo, svanì nel nulla, ecco perché ti parlo di un equilibrio riacquistato.

La percezione degli altri, a proposito del tuo cambiamento, come mutò?
Dopo l'intervento, tornai al piccolo chalet che avevo a Sabaudia.

Lì mi sono resa conto che non avevo la stessa accoglienza da parte degli abitanti, ma soprattutto da parte delle donne.

Quand'ero uomo non si preoccupavano del fatto che gli uomini potessero avere contatti con me - erano delle povere illuse, ovviamente - però, una volta vista da donna, cominciarono a preoccuparsi.

Iniziarono una serie di stupidi dispetti e piccole rappresaglie: la mattina trovavo il giardino disastrato, oppure la spazzatura sulla mia macchina decappottabile...e chi più ne ha più ne metta.

Anche le autorità cittadine non avevano più quel sussiego che prima dimostravano.

La ragione principale di tutto questo era proprio il genere sessuale a cui ero approdata: un omosessuale scrittore, giornalista e pittore, era comunque un uomo. Una volta diventata donna dovevo scontare anche tutta la subalternità che il ruolo di donna mi imponeva. In più, appunto, veniva ad aggiungersi la malignità delle donne locali...

Tra l'altro, nel frattempo era cominciato anche il periodo più eccessivo della mia vita, quello che oggi ricordo con maggior rammarico, anche e soprattutto per i dispiaceri che probabilmente procurai ai miei parenti, soprattutto quelli più cari e che mi sono sempre stati vicini, come mia madre.

Stavo infatti ancora a Sabaudia, quando cominciarono a circolare in Italia i fotoromanzi di "Supersex" che avevo fatto con Gabriel Pontello, il pornodivo all'epoca più in auge.

Anche a Lecce, dove stava mia madre, le edicole li esponevano, quindi posso solo immaginare l'imbarazzo che provò.

Però... non so come dire, io allora non riuscivo a pensare ad altro che al mio esibizionismo, e questo mi offuscava la vista per tutto ciò che mi circondava.


A Sabaudia il tuo chalet andò distrutto in un incendio: non ti è mai sorto il dubbio che l'incendio potesse essere doloso?
No, quello no. A parte il fatto che l'incendio avvenne pochissimo dopo il mio ritorno, la sera che andammo fuori a festeggiare il mio primo compleanno da donna; poi, a esser sinceri, la grande responsabilità del disastro fu mia.

Il ragazzo che frequentavo in quel periodo mi passò a prendere con un suo amico, per uscire a cena.

Andammo a mangiare in un ristorante molto carino di San Felice Circeo, che si chiamava "Maison Felix".

Siccome era inverno e faceva freddo, uscendo avevamo lasciato la brace accesa nel caminetto, per trovare caldo al nostro ritorno.

Quando tornammo a casa, mi venne un accidente: c'era uno spettacolo pirotecnico esagerato, con fiamme che s'alzavano verso il cielo, che si riflettevano nell'acqua del lago... però a bruciare era casa mia! I pompieri poi arrivarono dopo più di mezzora, quando ormai era tutto distrutto.

Oltre all'abitazione, il mio rammarico è anche quello di aver perso tanti dei miei libri, che custodivo sulla libreria in casa, soprattutto dei miei romanzi che oggi sono introvabili e spesso mi vengono richiesti, ma anche io non ho quasi più copie originali, per via dell'incendio.

I POLITICI

Nel frattempo, al di là della tua nuova anatomia, come proseguiva la consapevolezza di essere Giò Stajano? Vedevi turbamenti negli altri, sia per il tuo nome "scandaloso" sia per il passato politico della tua famiglia...?

No anzi, ero piena di amicizie e conoscenze, anche a Sabaudia.

Per quanto riguarda il ricordo di mio nonno, non abbiamo mai patito le rappresaglie che temeva mio padre, anzi i miei incontri politici -seppure marginali e casuali - ci sono stati e sono stati anche piuttosto cordiali.

Ricordo Giovanni Spadolini, che conobbi ad una serata del Premio Strega al Ninfeo di Valle Giulia a Roma; gli fui ovviamente presentata come nipote di Achille Starace e io gli dissi che sì, come nonno ho sempre provato grande affetto per lui, ma come politico non avrei mai potuto condividere la sua ideologia e le sue estreme posizioni, quindi preferivo non parlarne.

Lui invece mi rispose molto cortesemente, dicendomi che non dovevo affatto avere ritrosie nel suo ricordo, poiché anche solo il modo in cui mio nonno affrontò la sua morte bastava a scagionarlo da qualsiasi errore commesso nella sua vita (ndr: Achille Starace morì fucilato alla schiena, al fianco del "suo" Duce, nella famosa giornata di Milano in Piazza Loreto). Le sue parole sono state molto importanti per me e le ricordo sempre con piacere.

Un altro incontro che ricordo volentieri è quello avuto con Giorgio Almirante, in un ristorante di Sabaudia. Era un giorno d'estate: vidi in una tavolata lui con la moglie e molte autorità comunali e dirigenziali del suo partito. Mi avvicinai a salutare il Sindaco e qualche mio altro conoscente presente. Anche lì mi presentarono a lui citando mio nonno, quindi lui si alzò immediatamente e mi fece il baciamano (ero già donna) molto sussiegoso, dicendomi di portare i suoi saluti a mia madre.
Ci furono anche incontri diversi da questi: non spiacevoli, più che altro divertenti.

Uno è sicuramente quello con Andreotti, sempre ad una serata del Premio Strega a Roma.

Lui in quei giorni mi pare dovesse essere eletto per non so quale ennesima volta alla Presidenza del Consiglio, quindi erano per lui giorni piuttosto critici per potersi permettere di incontrare Giò Stajano davanti ai teleobbiettivi.

Anche lì, io avevo già affrontato l'intervento ed ero già completamente donna anche esteriormente.

Lo incontrai nel vialetto d'uscita alla fine della cerimonia di premiazione e, vedendo che mi osservava, mi sentii in dovere di rivolgergli la parola; gli dissi:

<<Onorevole, mi permetta di farle i miei complimenti, non tanto come uomo politico perché non me ne intendo, ma come uomo di lettere, avendo letto qualcosa di suo>>; lui sorrise e mi porse la mano per stringerla, ma io intesi che non mi aveva riconosciuto e allora mi presentai.

Sentendo il mio nome lui sbiancò ed io sentii le sue dita sfuggirmi dalle mani, come piccoli tentacolini scivolosi.

Un altro politico con cui ebbi una conoscenza quasi comica, fu nel 2005 con l'Onorevole Rocco Buttiglione, reduce dalla sua ritirata come Commissario Europeo, proprio in relazione alle sue posizioni sull'omosessualità.

Lo conobbi a Gallipoli, ad una serata del Premio Barocco, dov'era seduto al fianco del Presidente della Provincia di Lecce, mio parente acquisito.

Stavo salutando proprio questo mio parente, quando vidi accanto a lui Buttiglione; pensai che quella fosse l'occasione giusta per porgergli le mie scuse per l'accaduto in Europa.

Per presentarmi, stavolta fui io a porgere la mano, ma vedendo che lui aveva preso il dorso per un cavalleresco baciamano, gli dissi "Onorevole aspetti, io sono venuta per chiederle scusa!", ma vedendolo disorientato da quella frase e dal mio aspetto, proseguii: "Sono Giò Stajano, che dal '59 è stato il primo a creare un varco in società per gli omosessuali, che sono usciti alla luce negli anni, tanto da crearle poi tutti questi dispiaceri al Parlamento Europeo, per questo Le chiedevo scusa". Detto questo, lo lasciai come una statua di sale: mi è dispiaciuto tanto, ma mi veniva anche tanto da ridere.

Con Mussolini invece come andò?
Ero troppo piccolo per averne memoria diretta, perché non avevo forse nemmeno un anno, ma me lo raccontò mia madre.
Era l'inaugurazione del concorso ippico a Villa Borghese, dove gareggiava nonno Achille.

Noi eravamo in tribuna ed io ero in braccio alla tata. Arrivò Mussolini tra squilli di tromba, sventolio di gagliardetti e saluti al Duce. Il suo posto era accanto a mia madre, figlia del suo braccio destro.

Vedendo questo pargoletto in fasce, che ero io, si informò di chi fosse: una volta appreso essere il primogenito della figlia del Segretario del Partito, mi prese in braccio e mostrò al pubblico il nipote di Starace, "giovane figlio della maschia gioventù italica"...se avesse potuto prevedere il futuro, sarebbe andato più cauto!

Non finì lì, perché passando di mano in mano prima, e sollevato e mostrato a destra e a sinistra poi, a me che ancora ero piccolino, mi scappò la pipì: il pannolino non riuscì a trattenere tutto ed io finii con l'irrorare un poco le medaglie del Duce.

Mia madre voleva sprofondare sotto terra, ma Mussolini le disse "Non si preoccupi! E' tradizione che all'inaugurazione del concorso ippico scenda qualche goccia di pioggiolina primaverile!".

Non fu una conoscenza proprio tradizionale, ecco, ma è carina da ricordare.

LA PITTURA

Per tornare sulle tue attività: abbiamo parlato ancora poco di un aspetto importante della tua vita, cioè la pittura...

Sì, la pittura è sempre stata molto importante per me, ma è stata anche giudicata molto bene dagli altri.

Come ti ho detto, fin da piccolo ho sempre dimostrato una certa predisposizione al disegno.

Papà mi regalò anche una tavolozza con i colori, vedendo quanto mi piaceva stare sempre a disegnare e pasticciare.

Essendoci qua in Puglia tanti bei posti e panorami da dipingere, cominciai da quelli.

Poi dai panorami passai alle figure, come gli arlecchini e i Pierrot.

Quando arrivai a Roma ed entrai nell'entourage di Novella Parigini, che destava già attenzione come pittrice (oltre che come grande maestra di scoop mondani), cominciai ad imitare un po' il suo stile, con queste donne feline dagli occhi da gatta.

Cominciai a frequentare le fiere annuali di pittura di via Margutta, sempre cercando di migliorarmi di volta in volta. Un anno, proprio nel periodo della fiera artistica, a Roma c'erano anche Marlon Brando e Christian Marquand (dei due peraltro ricordo si sussurrasse qualcosa).

Tra i vari quadri che avevo esposto, c'era un piccolo crocefisso su fondo oro su una tavoletta di legno: Christian Marquand lo acquistò per regalarlo a Marlon Brando; entrambi frequentavano lo studio di Novella, che all'epoca era il centro della mondanità romana, dove chiunque avesse o volesse della notorietà finiva col passarci.

La mia attività di pittore (e poi pittrice) l'avevo interrotta però per tutto il mio periodo giornalistico, riprendendola solo a Sabaudia, dove feci anche una mostra molto importante patrocinata dall'Assessorato alla Cultura e Turismo.

Non fu l'unica, altre ne avevo fatte a Roma, a Lecce...

n'altra volta la interruppi per la mia attività di "pubbliche relazioni", il mio periodo più turpe.

Quando invece, dopo la pubblicazione nel 1992 de La mia vita scandalosa (Sperling&Kupfer) tornai qui in Puglia, a Sannicola, mio fratello Achille mi regalò un bellissimo cavalletto, e così ricominciai a dipingere.

Cambiai completamente stile, ispirandomi alla pittura barocca, personalizzandola: dove infatti in quella pittura si abbondava anche di sfondi cupi e tendaggi, io li illuminai togliendo le drappeggiature varie e aprendoli di nuovi spazi, inserendo dei paesaggi tipici e luoghi caratteristici del Salento. Il direttore del Museo Provinciale di Lecce la definì un 'barocco-naif'.
I miei quadri piacciono molto a chi li vede, tanto che appena ne finisco uno, quello prende subito la porta e finisce in altre case e mai la mia.

"FASCINOSA ESPERTA IN CULINARIA"

Hai citato le tue "pubbliche relazioni", ci dici qualcosa di più? Cos'è stato quel periodo: una scelta obbligata, un colpo di testa...?
Come ti ho detto, quelle sono cose che - insieme ai fotoromanzi con Pontello - mi dolgo molto di aver portato avanti e che, fortunatamente, oggi mi vedo più che ravveduta a riguardo. Si trattava principalmente di puro esibizionismo.

Per un periodo, però, si è trattato anche di una forma di sostentamento.

C'erano diverse mie conoscenti (anche di loro alcune avevano fatto il mio stesso intervento) che pubblicavano annunci sul quotidiano romano "Il Messaggero" e grazie a quello ricevevano in casa i clienti - alcuni anche distinti signori e bei giovanotti, non vecchi bavosi come si è soliti pensare - e con quell'attività guadagnavano discretamente.

Io intanto mi ero trasferita di nuovo a Roma e avevo una graziosa garçonnière in un elegante quartiere della capitale.

Pubblicai un annuncio anche io, con il testo "AAA Fascinosa esperta in culinaria e golosità offresi" e queste visite iniziarono anche per me.
La cosa cominciò in grande stile e mi permise un discreto tenore di vita, per me e per il ragazzo che frequentavo, che posso dire quasi di aver del tutto mantenuto in quel periodo, tra conti pagati e regali.
Quel passaggio della mia vita però oggi lo vedo davvero con altri occhi, soprattutto alla luce del percorso spirituale che ho intrapreso ormai da diversi anni.

RITORNO A CASA

Giò, ci racconti che cosa ti è successo al tuo ritorno a casa?
Ritornai nel 1992, poco dopo l'uscita del mio ultimo libro. Ripresi a dipingere, ma non era ovviamente un'attività che potesse in qualche modo occuparmi l'intera giornata, altrimenti avrei finito anche con l'annoiarmi. In ogni caso passò del tempo senza che io apparissi più sui giornali e senza fare notizia, tanto che nel 1996 (cioè quattro anni dopo aver lasciato Roma) il giornale 'Il Tempo' ventilò pure l'ipotesi che io fossi morta di Aids, perché ero appunto scomparsa da Roma e non si sapeva dove stavo: partì immediatamente la querela per diffamazione e calunnia e dovetti andare a Roma per le udienze. Una volta dimostrato che ero viva e vegeta, non ci fu bisogno di altri appelli, perché la testata giornalistica venne a patti.
Però a Sannicola, tra una cosa e l'altra, fondamentalmente mi annoiavo. Così mi venne in testa l'idea di tornare a far parlare di me, con un'estrema provocazione, superiore a tutte quelle fino a quel momento messe in atto. Pensandoci bene, arrivai alla conclusione che la migliore fosse quella di presentarsi nella veste di Sposa del Signore, consacrandomi monaca in convento...a quel punto si trattava però di trovare il convento! Anche grazie all'aiuto di un Monsignore, riuscii ad essere accolta in un convento in Piemonte, dell'Ordine di Betania del Sacro Cuore. Venni accolta come ospite del convento, perché ero ormai troppo anziana per essere accolta come conversa; passai tre mesi, facendo la stessa vita delle suore, anche se non stavo nell'ala delle celle di clausura: il mio alloggio stava in una specie di dèpandance, una foresteria che accoglieva chi volesse trascorrere un periodo di ritiro spirituale.
Prima di lasciare Sannicola e partire per il Piemonte, avevo preso accordi con un giornalista di un settimanale molto diffuso. Io avrei dovuto avvertirlo del giorno in cui sarebbe avvenuta la mia consacrazione come affiliata all'ordine di Betania del Sacro Cuore, pur rimanendo laica: avrei potuto cioè tornare a casa, osservando però le stesse regole della vita delle suore, come gli orari di preghiera, le offerte al Signore, la preghiera per i sacerdoti, l'osservanza delle messe e delle feste comandate...insomma, tutto ciò che si può fare anche da casa propria.
Ovviamente non mi fu possibile esprimere tutti i voti canonici, quelli di Obbedienza, Povertà e Castità: quello di obbedienza per il fatto che io a casa dipendevo solo da me stessa, vivendo da sola; così pure quello di povertà, perché per sopravvivere non potevo rinunciare al mio -per quanto minimo -sostentamento; quello di castità, però, mi fu possibile farlo tornando a Sannicola: il voto lo espressi nelle mani del parroco del paese, con il beneplacito del Vescovo.


IL VOTO

Quanto durò il tuo ritiro in Piemonte?
Tre mesi: aprile, maggio e giugno. Alla fine di Giugno avvenne appunto la mia consacrazione all'Amore Infinito del Signore, nella cappella del convento.

Il tuo progetto di scoop a che punto era? Eri già pentita o proseguivi nel tuo intento?
Proseguiva, proseguiva tutto... Il segnale che avrebbe avvertito il giornalista con cui mi ero accordata era una cartolina, che io avrei dovuto spedirgli, con la data del giorno in cui sarebbe avvenuta la mia consacrazione. La vigilia di quel giorno lui mi chiamò, dicendomi che sarebbe venuto con un fotografo; entrambi si sarebbero spacciati per miei parenti, che volevano presenziare alla cerimonia.
Una volta conclusi gli accordi telefonici, io tornai verso la mia stanza. Mentre camminavo, sentii nella mia testa come una luce, in cui vedevo concretarsi dei pensieri che mi spingevano a non mettere in atto questa menzogna, questa ennesima provocazione. Mi sentii in dovere di raccontare tutto alla Madre Superiora; lei peraltro sapeva fin dall'inizio chi ero, perché le avevo portato una copia della mia biografia: mi disse però di non fare parola con le altre suore della mia identità per tutta la durata del soggiorno in convento, perché forse non tutte sarebbero state pronte ad una rivelazione di quel genere.

Come ti sei trovata nella vita conventuale?
Benissimo: in quei tre mesi facevo la vita delle altre suore, dove ognuna aveva i suoi compiti quotidiani: la Madre Superiora a me dette l'incarico di partecipare ai lavori della lavanderia, stirando, mettendo i pani ad asciugare e via dicendo. Mi abituai a vivere la mia vita così, nella dimensione del Signore, come se ci fossi andata per quello e non per il mio progetto scandalistico; mi ero allontanata progressivamente dai miei propositi, ai quali venni riportata quasi bruscamente dopo il contatto con il giornalista in questione. Ebbi un vero e proprio rigurgito di coscienza, che mi portò a bussare alla porta della Madre Superiora per raccontarle tutto, aspettandomi un rimprovero.
Questa buona suora, sicuramente molto illuminata dallo Spirito Santo, mi disse di non annullare quello che avevo organizzato, ma anzi di presentare addirittura le due persone che sarebbero venute il giorno dopo come quello che erano, e non sotto le mentite spoglie di parenti inesistenti. Questo suo invito, oltre che per dovere di verità, aveva una ragione ben precisa: a suo dire, infatti, se il Signore aveva fatto sì che io portassi avanti fino all'ultimo giorno la mia vita in convento -pur in prospettiva di un progetto riprovevole come quello che avevo in testa -forse vi era una ragione più alta; poteva essere che, attraverso il racconto e la diffusione della mia esperienza, io potessi essere presa ad esempio di come la misericordia infinita del Signore accolga tutti, senza esclusione, purché ci si presenti con fiducia e cuore sincero.
Il servizio giornalistico avrebbe dovuto andare a compimento, anche per dimostrare che una vita scellerata come la mia poteva trovare posto nel disegno universale del Signore, trovando infine il suo perdono.
A quel punto, il mio atto di consacrazione fatto per opera delle suore fu realmente sincero e sentito, tanto che la mia vita cambiò completamente. Come ho detto poco fa, tornata a Sannicola espressi nelle mani del parroco il voto di castità e cominciai a vivere in modo completamente osservante dei precetti religiosi. Mano a mano che proseguivo su questa via, mi sentivo sempre più serena e protetta da uno Spirito superiore.
Non tutto andava però come doveva: di notte ero spesso e volentieri disturbata da sogni erotici, talmente vividi e realistici che mi svegliavo col terrore di aver profanato il voto di castità. Questi sogni andarono avanti a fasi alterne per qualche mese.
Nel frattempo avevo appreso la storia di Suor Faustina Kowalska e delle sue visioni di Gesù, compresa la preghiera da lui dettatale per salvare i peccatori e riportarli sulla via del Bene. Tutto questo mi colpì a tal punto da dedicarmi alla diffusione, dovunque mi fosse possibile, del culto della Divina Misericordia.

Non hai mai avuto cedimenti nella tua Fede o nel voto che avevi fatto?
Cedimenti no, mai, ma venivo tentata spesso. Non avendo interrotto i miei rapporti amicali con amici gay, finivo per conoscere indirettamente degli uomini, che arrivavano a volte a turbare la serenità in cui fino a quel momento mi trovavo, toccando proprio il tasto della seduzione. Spesso dovevo fare uno sforzo incredibile per non lasciarmi andare...
Tutta questa reticenza ovviamente in altri tempi non ci sarebbe stata, anzi in passato per procurarmi piacere con il favore di giovani uomini di bell'aspetto avrei fatto ed ho fatto di tutto, come si vede bene da ciò che ti ho raccontato della mia vita.

OGGI

Come vivi adesso le tue giornate?
Cerco di conformarmi il più possibile al rispetto delle devozioni mattutine e serali, l'osservanza della messa la domenica e nelle solennità religiose, cercando in qualche modo di far del bene...
Credo che qualcuno si stia anche accorgendo di questo mio cambiamento, infatti ultimamente di notte sto avendo anche dei sogni buoni e credo importanti. Uno è di qualche mese fa, nel periodo di Pasqua: sognai di essere in chiesa durante la funzione dei riti pasquali, celebrata però da Papa Giovanni XXIII (da cui tra l'altro nel 1962, quando stavo ancora a Roma, ricevetti la benedizione); nel sogno la chiesa era gremita di gente all'inverosimile, tanto che io sentivo di volermi avvicinare all'altare e al Papa, ma non riuscivo perché la calca mi spingeva sempre di più verso l'uscita, fino a trovarmi proprio fin sulla porta; mi voltai indietro per dare un ultimo sguardo al "Papa Buono", ma inaspettatamente me lo ritrovai proprio accanto; a quel punto del sogno io cado in ginocchio, dicendogli che ero felice di averlo vicino, perché avevo cercato di camminare verso di lui, ma la folla mi portava lontano; aggiungendo che però l'avevo guardato tanto...a quella frase lui mi risponde: "Anche io ti ho guardato tanto, ed ho visto che stai compiendo un buon cammino". Il sogno finì così, ed io mi svegliai felice.
Un altro sogno di tipo religioso, anche se meno nitido di significato, lo ebbi una decina di giorni fa: in questo sogno mi trovavo in una stanza piuttosto malandata, all'interno di un edificio antico e anch'esso malridotto, in cui c'era poca luce, in cui l'unica illuminazione interna arrivava da una porta socchiusa di una stanza; in quest'altra stanza c'era un camino spento ed un letto, sopra al quale intravedevo un sacerdote anziano, che nonostante il buio leggeva un libro di salmi. Io mi trovavo sospesa a mezzaria nella stanza, guardando verso il camino, da cui ad un certo punto cominciavano a sprigionarsi delle scintille, che mano a mano che venivano fuori, andavano verso il soffitto, trasformandosi lì in tante stelline d'argento, fino a che tutto il soffitto fu illuminato da questa luce argentata. A quel punto io cominciavo a declamare: "Questa è la Gloria del Signore, questa è la Gloria del Signore...", senza sosta, mentre dal letto continuava ad arrivare in sottofondo la voce di questo sacerdote. Poi mi svegliai e il sogno svanì, lasciandomi anche in quel caso molto serena.


CONCLUSIONE - GLI AVI, GLI AMICI, E GESU'

Mentre oggi pranzavamo, tu mi hai raccontato di avere degli antenati di ambito sacro...
Sì, tra i miei antenati ci sono tre Beati. Due sono fratello e sorella (e sono del ramo Starace della famiglia, ma del ramo napoletano, più esattamente di Castellammare di Stabia), i quali hanno vissuto verso la fine dell'ottocento e i primi del novecento. Il primo, di nome Loreto, è stato dichiarato Beato negli anni '30 di questo secolo; la seconda, suor Maria Maddalena della Passione (che aveva fondato l'ordine delle suore Compassioniste), è stata beatificata il 15 aprile di quest'anno.
Dal canto paterno della famiglia, cioè Stajano, c'è un antenato ancora più lontano, del settecento. Era della famiglia Briganti, cioè antenati di mia nonna paterna: si chiamava Alessandro Briganti, morto martire in oriente, dove si trovava come missionario.

Prima hai nominato i tuoi amici gay: non ti senti in qualche modo in conflitto con le posizioni della Chiesa in materia di omosessualità? Parlo del tuo presente, così come del tuo passato.
Mi sento un po' combattuta tra il mio continuare a sostenere le tesi e le legittime rivendicazioni dei gay (non solo dei miei amici, ovvio) sui diritti sociali, civili, oltre che ovviamente quelli sentimentali, senza riuscire però a conciliare questo mio sostegno appunto con le posizioni della Chiesa, a cui comunque mi sento in dovere di sottostare. Da quel punto di vista non sono molto serena come vorrei poter essere. Inoltre, attraverso la mia frequente lettura del Vangelo, mi sono persuasa del fatto che non vi è una sola parola espressa da Gesù contro gli omosessuali, mentre tutti gli anatemi nei confronti di questa categoria sono stati pronunciati solo da San Paolo, quindi vengo ormai portata a ritenere che la Chiesa su questo argomento non stia applicando la volontà di Gesù Cristo, ma quella appunto di San Paolo. A questo proposito credo che dovrebbe cambiare rotta...
Oltretutto, in passato, sentendomi decisamente rifiutata da questa rigidità della religione cattolica, la abbandonai, affidandomi alle più concilianti divinità pagane, attraverso attività come l'occultismo e la cartomanzia; questo andò avanti per vent'anni, dal '75 al '95, quando appunto intrapresi quel mio progetto blasfemo di presentarmi al mondo nelle vesti di suora col puro e semplice fine di fare nuovamente notizia; ma in quel frangente, come ti ho raccontato, il Signore volle ricondurmi a sé.
In ogni caso, il paradosso legato all'omosessualità non è il solo che vedo in ambito clericale: a Pasqua e Natale, oltre a partecipare personalmente alle funzioni religiose nella mia parrocchia, mi piace seguire anche la trasmissione televisiva della messa pontificia in San Pietro; ma, in tanti anni che la seguo, mi sono sempre chiesta come mai in quella piazza io non abbia mai visto in prima fila dei poveri, dei malati, dei diseredati...insomma tutti quelli per cui Gesù ha detto di essere venuto sulla terra. Ci sono sempre e solo personaggi importanti della politica, della diplomazia, del clero tutto, tutti in pompa magna. Dove sta la raccomandazione di Gesù di accogliere i poveri e i bisognosi in generale? E anche i peccatori, perché - come vedi bene nel mio caso - il Signore accoglie anche quelli.
Mi aspetterei una risposta da qualcuno dei porporati o dai pontefici che si susseguiranno, se ce ne saranno ancora: se si dovessero avverare le parole del profeta Malachia, infatti, dopo questo Papa ce ne dovrebbe essere solo un altro, che prenderebbe il nome di Pietro II e che - così come Pietro fu il primo pastore della Chiesa - dovrebbe essere l'ultimo e restituire il mandato al Signore, chiudendo le porte del mondo. Ma questo, dopo tutto, spero che non accada.

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