Occhi di ragazzo

Intervista a Karl M. Soehnlein

24 ottobre 2004

Esce in Italia Il mondo dei ragazzi normali, primo romanzo dell’americano K.M. Soehnlein. Un libro affascinante che presto avrà una versione cinematografica. Per saperne di più abbiamo intervistato l’autore, che ha firmato anche la sceneggiatura del film


“L’errore più grosso che si possa commettere con il primo libro è cercare di pubblicarlo troppo presto”. Per non correre il rischio, Karl M. Soehnlein racconta di averci messo un bel po’ con il suo romanzo d’esordio: “Ho passato cinque anni a scriverlo, poi l’ho riletto e riscritto cinque o sei volte e ci sono voluti altri tre anni prima di arrivare alla pubblicazione. Penso che servano molte versioni e revisioni per ottenere un buon libro”.

Il risultato di tutto questo lavoro si intitola Il mondo dei ragazzi normali ed è davvero un ottimo libro. L’argomento, se si vuole, non è dei più originali, dato che ci troviamo di fronte all’ennesima educazione sentimentale di un adolescente omosessuale, che è come dire la madre di tutte le letterature gay. Ma i dubbi sulla banalità della storia spariscono appena si comincia a leggere: Soehnlein, con una straordinaria capacità di coinvolgere, la rende nuova di zecca. Si viene risucchiati in una bolla spazio-temporale e si plana dolcemente nel New Jersey del 1978, dove ci si ritrova subito a proprio agio nei panni del tredicenne Robin MacKenzie, che non sta più nella pelle dalla voglia di crescere e di avere maggiori dettagli sulla mascolinità del vicino di casa Todd Spicer. In un attimo tutto sembra estremamente familiare: la periferia piccoloborghese americana, una madre tenera, frustrata e alcolista, il desiderio di evadere da un mondo che non è fatto a misura di Robin. Il mondo dei ragazzi normali, appunto. Che lo prendono in giro, fanno a botte e parlano di sport e di ragazze, mentre lui preferisce le chiacchiere con l’amica del cuore, l’analisi introspettiva e le visite ai musei.

Il viaggio di Robin alla scoperta dell’amore e di se stesso parte da qui e ci trascina per quasi quattrocento pagine sempre più affamati di sapere cosa succederà dopo. Non sorprende perciò che il libro abbia avuto una calorosa accoglienza e che abbia un futuro ancora più promettente, in cui è inclusa una versione per il grande schermo della storia di Robin. Nel frattempo Il mondo dei ragazzi normali è stato tradotto in italiano e Soehnlein è venuto in Italia per il lancio. A Milano lo abbiamo incontrato e intervistato.


Scrivere un romanzo ti ha cambiato la vita?

Direi di sì. Prima scrivevo per riviste gay come “Out” e “The Advocate” e per il “Village Voice”, che non è gay ma è una rivista molto progressista di New York. Ora insegno scrittura creativa a San Francisco, dove vivo, e lavoro al mio secondo romanzo.

Leggendo Il mondo dei ragazzi normali ho avuto la costante sensazione di vedere realmente le scene descritte. A cosa attribuisci la forza “visiva” della tua scrittura?

Io scrivo in questo modo perché vedo e sento le scene prima di avere le parole per descriverle. Ascolto i personaggi che parlano tra loro. Certo, questo succede nella mia mente, ma è così che comincia la storia.

La storia di Robin MacKenzie è autobiografica?

No. L’ambientazione, la città e l’età del protagonista in quell’epoca, il 1978, appartengono alla mia vita, il resto è fiction, anche se contiene dettagli autobiografici o particolari provenienti dalla vita reale di altre persone.

Come è stato accolto il libro negli Stati Uniti?

È stato un successo. Abbiamo cominciato con una tiratura di 2.000 copie: a quattro anni distanza siamo a quota 35.000 e il libro continua a essere ristampato. Ha vinto il più prestigioso premio riservato alla narrativa gay ed è stato il best seller gay numero uno per due interi anni. Ho ricevuto molte e-mail dai lettori che mi dicevano che gli era piaciuta molto la storia e che era anche la storia della loro vita. Questo è il migliore riconoscimento per me.

Ora però penso al futuro: sto terminando il mio secondo libro, che sarà pubblicato il prossimo anno in America e poco dopo, speriamo, anche in Italia.

Anche questo è un romanzo gay?

Sì anche qui c’è un personaggio centrale gay. Un adulto questa volta. A San Francisco. Suo padre muore a pagina uno. Lui e suo padre non si parlavano, perché suo padre non era contento che lui fosse gay e quindi questo figlio deve tentare di comprendere il padre dopo la sua morte. E poi ha anche dei problemi con il fidanzato, cosa che prende molte molte pagine.

Quali sono la tua formazione e i tuoi punti di riferimento letterari?

Prima ho studiato cinema al college, produzione cinematografica, e poi pensavo di dover scrivere sceneggiature ma non l’ho fatto. Ho preferito la narrativa e ho fatto un master di scrittura creativa. Mi piacciono molto i romanzi di Edmund White, lui per me è una specie di patrono, perché sul mio libro ha scritto cose lusinghiere. Mentre lavoravo alla stesura del romanzo ho letto molte volte J.D. Salinger, perché stavo scrivendo di un adolescente e penso che lui sia molto onesto a proposito dei pensieri e dei sentimenti dei teenager. Poi ho letto tutti i libri di James Baldwin: penso che sia uno splendido scrittore che suscita emozioni molto vere.

Mi sono avvicinato anche agli scrittori della beat generation, Kerouac, e Ginsberg in particolare, perché il mio secondo romanzo si svolge a San Francisco e parte della storia è ambientata negli anni Sessanta.

Come è nata l’idea di fare del romanzo un vero film da vedere al cinema?

Ho lavorato con Rob Epstein e Geffrey Friedman, due registi gay americani che vivono San Francisco. Loro hanno acquistato i diritti del mio libro e io ho scritto la sceneggiatura, che al momento sta girando in cerca di un produttore. Nella sceneggiatura Robin MacKenzie ha quindici anni, anziché tredici come nel romanzo, perché nei film americani gli attori che interpretano personaggi che abbiano qualunque connotazione sessuale sullo schermo devono avere almeno diciotto anni. Perciò abbiano dovuto mettere un protagonista più “vecchio” perché l’attore che lo interpreta è parecchio più vecchio di quanto non sia Robin nel romanzo. Un altro cambiamento riguarda il ruolo della madre di Robin, che è stato ampliato per renderlo più attraente per un’attrice di grosso nome che darebbe buone possibilità di trovare i soldi per girare il film. Ma penso che sia un miglioramento, perché il personaggio della madre è diventato parecchio interessante da vedere sullo schermo. Anche il padre di Robin nel film ha più spazio. Sono contento di queste modifiche, sono tutte buone.

Nessun’altra limitazione nel passaggio dalla carta alla pellicola?

La maggiore è strutturale e inevitabile: nel libro puoi descrivere la mente del personaggio internamente, mentre nel film puoi solo cercare di sintetizzarla nelle immagini. La parte più difficile dello scrivere una sceneggiatura del tuo tesso romanzo è che devi togliere un sacco di cose, perché è troppo lungo per il cinema. Mi sento come se mi fossi tagliato un paio di dita.

Credi che la letteratura gay abbia un’influenza importante sulla società?

Assolutamente sì. Prima di avere film o televisione gay avevamo soltanto libri gay. Le persone della mia generazione hanno scoperto così se stesse e la storia della propria comunità. È stato un fatto molto importante, che non riguarda solo la narrativa ma anche quelli che chiamiamo studi gay. Attraverso i libri abbiamo espresso e divulgato la nostra coscienza, ma a questo punto ho qualche timore che la gente smetta di usarli come strumenti privilegiati per conoscere la realtà omosessuale, per via del fatto che ormai abbiamo un sacco di telefilm e sit com. Così la sfida, per gli scrittori gay di narrativa, è quella di cercare di produrre qualcosa di nuovo, diverso dalle storie che si possono vedere sulle tivù via cavo. È una sfida per cui mi sento pronto.

Si potrebbe obiettare che l’appello alla novità sembra contraddittorio, se a lanciarlo è uno scrittore che nel suo primo romanzo ha scelto di raccontare ancora una volta la storia di un adolescente omosesuale alla ricerca di se stesso…

Non è mai la stessa storia, se si trova un modo originale per raccontarla. È vero comunque che di storie da raccontare ce ne sono molte altre. Mi viene in mente per esempio Michael Cunningham, con il suo romanzo Le ore. Questo è un libro che non puoi definire gay, lesbico o eterosessuale: è tutto. E questo è il futuro per noi, perché dobbiamo mettere più immaginazione nelle nostre storie, sviluppare maggiormente i temi, lo stile e la struttura dei nostri romanzi.

Una delle chiavi è la descrizione dei personaggi: bisogna renderli talmente credibili a forza di dettagli da farli sembrare inediti anche quando fossero soltanto dei banali ragazzini gay con tutti i luoghi comuni del caso. Stanno qui, credo, l’abilità dello scrittore e la forza del linguaggio.

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