Creativa sì, classe certamente no, "ascesa"... se lo dice lui....

16 gennaio 2005

Tanto allettante il tema affrontato da questo studio ("l'ascesa di una nuova classe sociale": quella dei "creativi", strettamente legata alla comunità gay) quanto deludente la trattazione. Che, in breve, può essere riassunta come: "un'americanata".

Non che l'autore sia imprudente o superficiale. Ha fatto i suoi compiti a casa, le sue indagini statistiche, snocciola per quasi cinquecento pagine i suoi bravi dati, le sue percentuali, le sue correlazioni e aggiunge una sessantina di pagine di tabelle e bibliografia.

In più, il libro ha goduto di un ottimo editing, quindi si legge in modo scorrevole e piacevole, non è mai arido, e il tono dell'autore risulta sempre convincente... a modo suo.

Il problema sta, come sempre nella sociologia, nel modo in cui i dati vengono interpretati.

Quella che Florida descrive è infatti non la nascita d'una nuova classe sociale ma, banalmente, la marginalizzazione economica della classe media americana (salvo un piccolo frammento indispensabile, quello "creativo"). Ad essa si accompagnano la parallela perdita di potere della working class, spogliata anno dopo anno di qualunque aspetto creativo (e quindi meglio retribuito) del lavoro, e la ri-gerarchizzazione tayloristica del lavoro (la percentuale di lavoratori che eseguono sempre lo stesso gruppo di gesti per tutta la giornata è in costante aumento da anni).

Secondo Florida le aree geografiche capaci di attrarre i membri di questa "classe creativa" sono quelle destinate al successo e allo sviluppo. Per questa ragione si sottopone a un sacco di fatica per individuare quali siano gli aspetti che attraggono i componenti di questa brillante classe sociale: dalla dimensione della città alla presenza di buona musica o di trasporti pubblici, da...

Scopre in questo modo una serie di correlazioni decisamente interessanti fra la presenza di certe caratteristiche e la presenza fra i primi cinquanta posti in una serie di indici economici delle conurbazioni.

Uno di queste correlazioni, che qui ci interessa, è un gay index che mostra la presenza di grosse comunità gay in tutte le città più creative e innovative dal punto di vista tecnologico.

Da qui Florida implica, fin troppo generosamente, che la comunità gay è una componente importante della creatività e dell'innovazione sociale, e merita d'essere rispettata in quanto tale. Da questo punto di vista, per esempio, approvare le unioni civili può essere un buon investimento economico per uno Stato, perché attrae gay e quindi preziosi cervelli creativi. Eccetera eccetera. Una bella conclusione, utile da usare a fini politici per portare avanti le nostre rivendicazioni.

Peccato che tutta questa costruzione sia ben poco convincente.

Perché, signori miei, voi non ritenete per caso che il fatto di avere trasporti pubblici efficienti, buone scuole, buoni ospedali, locali notturni divertenti, buona musica... tutto questo, a lume di naso, non attragga pure le famiglie... operaie? La risposta mi pare ovvia e scontata...

Semplicemente, una società classista è disposta a concedere queste cose solo alle fasce sociali con maggiore potere contrattuale, privandone le altre. Da qui la correlazione fra classe creativa e questi aspetti. Punto. Nessuna ascesa dei creativi, bensì banale discesa (agli Inferi) dei non-creativi. Fine della tesi del libro.

Nello stesso modo, anche per la correlazione fra comunità gay e creatività, c'è da andare cauti. Ma di questo discuterò in conclusione di questa recensione.

Prima di farlo m'è infatti necessario sottolineare come i problemi della motivazione e della "fidelizzazione" dei dipendenti "creativi", che ossessionano Florida, sono in realtà i problemi creati dalla fine del posto di lavoro fisso (inseguendo la logica del just in time, del lavoro come merce da gestire senza "spese di magazzinaggio"), che ha prodotto il caos.

Infatti, la fine del "posto fisso", che legava la sorte di un lavoratore a un'azienda nella prospettiva di "fare carriera", e quindi lo incoraggiava a un investimento personale sull'azienda (si pensi solo ai mitici operai Fiat che, armi alla mano e rischiando la vita, impediscono ai nazisti in ritirata di far saltare in aria le "loro" fabbriche, che avevano minato), ha lasciato il posto a una situazione in cui il rapporto di lavoro può essere terminato in qualsiasi istante dall'azienda. Ma anche (aspetto che non era stato previsto) dal lavoratore, non appena abbia acquisito un minimo d'esperienza vendibile a un prezzo più alto altrove.

Questa situazione non crea svantaggi nell'area dei McDonald's jobs, nella quale il lavoro è stato talmente tayloristicamente spogliato di qualunque contenuto creativo da poter essere appreso in poche ore da chiunque: in questo campo un turnover folle (anche del 100%) è ormai la norma e non turba chicchessia. Ma a un gradino più in alto, quello appunto creativo, nel quale l'esperienza conta, la perdita di lavoratori esperti può essere una perdita economica secca per l'azienda, che è quindi portata a chiedersi come fidelizzare i lavoratori "creativi" che ha, e come strappare ad altre aziende quelli che non ha.

Cioè esattamente le domande che Florida si pone per tutto il libro.

Questa situazione ha dato un certo potere contrattuale a titolo individuale (e non certo di classe) a un limitato numero di lavoratori, che specie nel periodo della bolla della New economy hanno ottenuto benefici e condizioni stravagantemente favorevoli... finché è durata la bolla.

Ma a livello collettivo ha creato negli imprenditori l'esigenza nuova di spogliare, per quanto possibile, anche la "nuova classe creativa" di questo esagerato potere contrattuale. Così, porzioni di anno in anno sempre più ampie di codice informatico vengono ormai prodotte da ingegneri informatici indiani, che costano un quinto dei loro corrispettivi americani (India e Cina hanno formato un milione di laureati in ingegneria informatica negli ultimi dieci anni). Non sarà quindi per un puro caso se la creazione di disincentivi economici per le multinazionali Usa che esternalizzino posti di lavoro "creativi" in Asia sia stato uno dei temi della campagna presidenziale Usa del novembre 2004...

È infine significativo il fatto che l'autore concluda il suo studio con una concione in cui invita i membri di questa nuova classe sociale a prendere coscienza del fatto di essere tale (Marx avrebbe detto: di passare dalla condizione di classe "in sé" a quello di classe "per sé" :-) ), e di portare avanti le sue rivendicazioni come classe.

Significativo, ma irrealistico.


Primo, perché non esiste nessuna "nuova classe", ma solo "nuove funzioni" e "nuovi rapporti lavorativi" per una vecchia classe, la middle class.

Secondo, perché questa classe non è affatto in ascesa: lo è stata (relativamente) finché è servita come alleata per schiacciare la classe operaia, ma ora che il lavoro è compiuto, le classi alte lo stanno completando con la middle class, appunto: tagli al welfare state, tagli alle tasse dei soli cittadini ricchi, concentrazione crescente della ricchezza nelle mani della classe più alta, speculazione economica sulla salute (vi siete mai chiesti perché metà dello spam che ci arriva per email offra ormai... farmaci alla metà del prezzo preteso dai monopoli farmaceutici americani?), impoverimento complessivo, perdita di posti di lavoro "buoni" e sostituzione con McDonald's jobs...

Inoltre, l'àmbito che meglio incarna l'analisi di Florida, quello della New economy, s'è dimostrato solo un'anomalia eccentrica, che è già tornata nei ranghi. Non senza aver distrutto ricchezze immense... comprese quelle promesse alla "classe creativa", pagata in stock options rivelatesi pezzi di carta straccia.

Terzo e ultimo, perché non esistono interessi di classe comuni per questa "nuova classe". Un lavoratore creativo della Microsoft, ditta che accumula ricchezze pari a quelle di interi Stati grazie a un monopolio mondiale, non ha alcun interesse a che il monopolio venga spezzato, in modo da permettere a centinaia di altre imprese di innovare, e a centinaia di migliaia di creativi di creare. La Microsoft ha viceversa tutto l'interesse a mantenere il monopolio sulla creatività, ed agisce quindi in modo da impedire la creazione a qualunque creativo che non sia suo dipendente.

Ed anche le aziende che la insidiano si muovono nella medesima logica.

Viviamo infatti in un'epoca in cui copyright e brevetti vengono silenziosamente e mostruosamente estesi anno dopo anno... e il copyright non è altro che una patente di monopolio concesso dallo Stato per impedire ai concorrenti di creare qualcosa di più a buon mercato, che surclassi il prodotto protetto. In questa situazione la creatività dei più è mortificata a vantaggio di quella dei pochissimi, sempre più pochi, detentori monopolistici di brevetti.

I componenti della cosiddetta "classe creativa", quindi, hanno interessi economici diametralmente opposti a seconda che lavorino per un'impresa monopolistica o per una che non lo sia...

Non si vede perciò come potrebbero fare fronte comune, prendere in mano la società, per gestirla con benevolente lungimiranza, come chiede Florida. Specie poi se in nome dell'individualismo liberista!

Resta da dire sulla comunità gay.

Da bravo americano, Florida non si pone la domanda di "chi sia la comunità gay", dando per scontato che, se uno è gay, ne fa parte.

Falso. La comunità gay è, ed è sempre stata, una comunità bianca, urbana e middle class. Che ha sempre avuto un appeal minore per la comunità nera, per i gay della working class, per gli immigrati, e per le realtà urbane più piccole.

Questo perché presuppone uno stile di vita d'individui in grado di cavarsela da soli, specie economicamente, cioè individui con accesso a lavori e stipendi tali da renderli autonomi.

Viceversa, i working poors (coloro che guadagnano salari insufficienti a pagare le spese vive di mantenimento, come affitto, cibo, vestiti e trasporti, per non parlare dei medicinali) non hanno mai potuto fare a meno della famiglia tradizionale, intesa come luogo di condivisione delle spese e supporto economico nei momenti difficili.

La loro assenza dalla comunità gay non significa che i portoricani che non facciano parte della middle classe siano meno creativi, o più omofobi in sé, dei gay bianchi e anglosassoni. Significa solo che, nella loro condizione sociale, l'appartenenza alla comunità gay è un lusso.

Chi non può permettersi di spendere tutte le sere una piccola fortuna per frequentare locali e bere o ballare, non ha nessuna esigenza di andare ad abitare in città che offrano questo tipo d'occasione. Si limiterà magari a battere, gratis, nei cessi della stazione Greyhound del suo paese, o nel parco -- il che è esattamente quanto accade.

In altre parole, se la "classe creativa" non è altro che la buona vecchia middle class che ha solo cambiato funzione, e se la comunità gay è da sempre una comunità che fa aggio sulla middle class, non c'è nulla di cui stupirsi se nelle città meglio votate alla middle class sia più facile innescare una comunità gay votata alla middle class. Il brodo di cultura è ricco.

Il che non nega - sia chiaro - il fatto che la presenza di altri aspetti non brutalmente economicistici (ben analizzati da Florida, e questo devo ammetterlo) conti. La cultura, la tolleranza diffusa fra gli abitanti contano eccome. Piccole città universitarie, specie se tradizionalmente "progressiste", possono avere comunità gay proporzionalmente assai più grandi di quelle di grandi città tradizionaliste e bigotte.

Il che non toglie che l'accesso all'università sia in America, ancor più che in Italia, assoluto privilegio della middle e della upper class...

Insomma. È un vero peccato che questo suggestivo libro abbia torto. Confesso che comprandolo speravo che potesse rivelarsi una buona arma polemica per sostenere che i gay sono un fermento culturale che non va soffocato, per il bene della società.

Invece la lettura del testo m'ha semplicemente confermato che il destino dell'individuo troppo spesso, checché proclami l'individualismo spietato che va per la maggiore nella società liberista, è legato alla classe sociale di cui fa parte.

Se sei un "creativo" e nasci ad Harlem da una ragazza-madre negra e analfabeta, è facile dire quali siano le tue possibilità d'arrivare un giorno a dirigere la Microsoft: zero.

Perfino (oibò!) se sei omosessuale...

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L'Ascesa della nuova classe creativaStefano Bolognini01/11/2004

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