Orgoglio e privilegio. L'eroismo della letteratura lesbica

19 marzo 2005, Fuorispazio, aprile-giugno 2003

Originariamente col titolo L'eroismo della letteratura lesbica. Per gentile concessione del sito "Fuorispazio".


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Di Orgoglio & Privilegio - Viaggio eroico nella letteratura lesbica (Il Dito e La Luna, Milano 2003) la sua autrice dice modestamente che "è soltanto un discorso sui libri fatto da una lettrice ad altre lettrici".

In realtà Margherita Giacobino è una delle più fruttifere scrittrici lesbiche italiane. Il suo campo creativo spazia dalla poesia (bellissima, anche se poco pubblicata) al teatro, ai romanzi (Un'americana a Parigi, Casalinghe all'inferno, Marina, Marina, Marina), ai racconti, alla saggistica, alle traduzioni.

Insomma, una passione per la scrittura a 36O°, che si riflette anche in un attento lavoro di critica e divulgazione culturale, attraverso le conferenze e i corsi sulla letteratura lesbica che ha tenuto in diverse città.
Orgoglio & Privilegio nasce appunto da quest'ultimo ambito, e ne raccoglie alcune tematiche e spunti.

A partire dal titolo, a proposito del quale Margherita riferisce uno scambio di battute con una donna iscritta ad un suo seminario: «'Noi siamo quello che siamo, né più né meno degli eterosessuali, perché dovremmo comportarci meglio di loro?' 'Tanto per cominciare, perché ci vuole così poco!' è la riposta che mi corre spontanea alle labbra».

Anche il sottotitolo è un programma: "Viaggio eroico... non solo come modello narrativo, ma come paradigma di un desiderio". Quello di vedere il soggetto lesbico "al centro dell'azione, della narrazione, al centro del suo mondo, e non in margine, o cancellato, da quello altrui".
Aggiungerei che, visto il modo in cui vengono (mal)trattate le scrittrici dichiaratamente lesbiche, dalla discriminazione culturale al sequestro e al rogo dei loro libri (come successe a Radclyffe Hall), l'eroismo è una condizione naturale e inerente alla loro condizione.

Lesbica, ergo eroica. Monique Wittig e Sande Zeig, nel Brogliaccio per un dizionario delle amanti (1976) hanno fatto derivare "eroina" dalla dea Era, "colei che non concilia": Le celebranti di Era o quelle che in suo nome compivano delle imprese erano chiamate eraine o eroine.
Dunque è giusto riprenderci tranquillamente questa parola e considerare "eroe" un suo derivativo-peggiorativo.

Ma ovviamente non tutte - visto che il sistema in cui viviamo è comunque linguisticamente (e non solo) patriarcale - sono disposte a fare questo salto concettuale e, sentendosi orgogliose di essere lesbiche, ad intraprendere l'eroica impresa di "portare la propria storia alla parola" (Giacobino).

Così molte scrittrici lesbiche hanno scelto di restare "velate", creando senza eccezioni trame eterosessuali; altre (come Marguerite Yourcenar e Carson McCullers) hanno preferito parlare solo di omosessualità maschile.

Altre ancora, pur facendo vivere l'immaginario lesbico nella loro scrittura e non sopprimendolo, hanno esplicitamente dichiarato di volersi sottrarre alla definizione di "letteratura lesbica".

Fanno parte dell'identità lesbica (una dimensione identitaria notevolmente allargata, che include una grande pluralità di soggetti) anche quelle identità di donne-che-amano-donne le quali non ci tengono particolarmente a definirsi lesbiche.

Nello stesso modo alcune scrittrici non amano affatto legare la propria scrittura alla "specificità" lesbica, anche nel timore (spesso giustificato) che essa possa diventare una sorta di "sottospecie" letteraria, uscendo dal mondo dell'arte per rientrare in quello della "subcultura" sociologica.

Oltre a Jeanette Winterson, anche Djuna Barnes e Patricia Highsmith hanno operato un esplicito "rinnegamento" della propria identità lesbica rispetto a quella di scrittrice.
Barnes arrivava a barricarsi in casa pur di sbarazzarsi delle studiose lesbiche che si ostinavano a considerarla un cult - invano, perché comunque lo è rimasta.
Highsmith, per non rovinarsi la sua promettente carriera, su consiglio della sua agente pubblicò nel 1952 il suo romanzo lesbico The price of salt con lo pseudonimo di Claire Morgan. E quando, nel 1989, si decise al coming out, specificò nella postfazione al libro, riedito con il titolo di Carol e con il suo vero nome: «Mi avrebbero etichettata come scrittrice di libri per lesbiche? Non era da escludere, anche se in vita mia potevo non essere mai più ispirata a scrivere un libro su quell'argomento. Decisi, perciò, di presentarlo sotto uno pseudonimo... Preferisco evitarle, le etichette».

Inoltre, forse per eliminare ogni dubbio, inserì nel giallo Il piacere di Elsie il personaggio di una lesbica assassina.

Tra eroine e renitenti all'eroismo, la letteratura lesbica soffre comunque di clandestinità, come ben sanno soprattutto le lettrici italiane che, quando entrano in una libreria, si trovano all'improvviso in un "pozzo della solitudine" che fa dubitare della presenza di una cultura lesbica e della sua stessa esistenza. Libri come quello di Margherita Giacobino contribuiscono a restituirci una coscienza di questa cultura, diffondendo preziose informazioni e riflessioni sulla storia e sulle storie delle lesbiche.
Il suo excursus critico copre un arco temporale che va dal Seicento ad oggi e prende in considerazione modelli letterari come le avventuriere travestite, le "amiche romantiche", le "butch" e le "femme" dei romanzi pulp americani anni Cinquanta, le collegiali, le "dannate" decadentiste e crepuscolari, le amazzoni.

Arricchito da interessanti schede di approfondimento, il volume dedica la parte più consistente della sua analisi alla nuova scrittura lesbica dagli anni Sessanta in poi. Una stagione in cui la seconda ondata del femminismo, con la sua "scarica di energia che rivoluzionò la dimensione privata di molte donne, oltre che quella sociale", con il suo laboratorio dialettico, la sua lotta di apertura di spazi politici, le sue case editrici indipendenti, ha stimolato una fioritura lesbica di fiction, poesia e saggistica senza precedenti, in un'onda lunga che arriva sino al presente: «il cambiamento fondamentale è stato l'emergere di una cultura che ha legittimato le lesbiche a prendere la parola e ad assumersi più autorevolmente il loro punto di vista».

Margherita Giacobino commenta soprattutto le opere di Jane Rule, Monique Wittig, Audre Lorde, Jewelle Gomez, Dorothy Allison, e il percorso individuale di Jeanette Winterson, ai quali affianca letture di romanzi di autrici italiane.

Ma tra le nostre eroine all'ombra del Vaticano, che più o meno apertamente e felicemente hanno sfidato "la reticenza made in Italy a proposito di lesbismo", solo pochissime (Valeria Viganò, Sara Zanghì, Bibi Tomasi) vengono risparmiate dai divertenti ma spietati strali di Margherita.

Un trattamento che posso capire per l'ultimo libro di Fiorella Cagnoni, Arsenico, i cui contenuti offensivi (o autopersecutori?) rispetto al lesbismo hanno suscitato anche in me un giusto risentimento amazzonico.

Ma che non condivido nei confronti di testi come Il bacio della Medusa di Melania Mazzucco, Complice il dubbio di Maria Rosa Cutrufelli e Benzina di Elena Stancanelli, per i quali avrei desiderato un eroismo critico meno liquidatorio.

Peccato: la stessa energia avrebbe potuto essere impiegata in positivo analizzando le opere di alcune grandi assenti dal panorama italiano, come Alice Ceresa, Rosa Cappiello e Patrizia Cavalli.

Un capitolo ("Un mestiere adatto a una lesbica") è dedicato alla giallistica, che è diventata "negli ultimi anni, una delle forme narrative frequentate più volentieri dalle lesbiche". Il fenomeno non ha riscontro nella letteratura omosessuale maschile: invece le lesbiche detective abbondano, a cominciare dalla popolarissima Lauren Laurano di Sandra Scoppettone.
Margherita Giacobino ipotizza il bisogno di rappresentare il divario «tra il potere infinitamente piccolo della singola donna che combatte per la verità e la giustizia, e il potere infinitamente grande e pervasivo della menzogna e dell'ingiustizia sociale». Ma sottolinea anche che il successo di questo "genere" è un simbolo e un sintomo del "mainstreaming", cioè del «processo per cui la cultura lesbica viene assimilata alla cultura di massa» e affronta la prova del mercato «dopo essersi depurata degli aspetti più scomodi».
I personaggi di Scoppettone «sicuramente segnano una tappa, anzi una svolta: dalla lesbica reietta alla lesbica normale, dal monocolo alla tuta da jogging, dal maledettismo ai problemi di colesterolo».

Certo non esauriente ma denso di stimoli, provocatorio e brillante, il libro di Margherita Giacobino si inserisce in modo originale, antiaccademico e personalissimo nel filone dei lesbian studies.

Una breve postfazione avverte che il suo viaggio continua, con l'obiettivo (dal titolo di un suo nuovo corso) di "fare della nostra vita un mito".


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