No life is long enough

5 febbraio 2013

Se di fronte alla moda della “fluidità”, degli essenzialisti che non vogliono definirsi, dei froci che non vogliono dirsi tali bensì queer (ignorando che significa letteralmente lo stesso), vi capita di provare nostalgia per i cari, vecchi stereotipi, allora questo è il film per voi, perché non c’è luogo comune che non abbia il coraggio di riciclare, nell’anno del Signore 2006. Mentre tutt’intorno è un proliferare di Little Miss Sunshine, Shortbus e Transamerica, o, per rimanere in televisione (trattandosi di un film della BBC), di Brothers & Sisters e Ugly Betty, Tom Shankland ci propone un thriller, basato su un romanzo di Ruth Rendell, con gay disturbati (tutti), bisessuali psicopatici e donne che fanno passare l’omosessualità. Solo Hostel quell’anno fece di peggio.

Procediamo con ordine. Abbiamo anzitutto Tim, 19 anni, studente: sta con una ragazza ma quando vede alla finestra Ivo perde la testa. Va bene, crediamo al colpo di fulmine. Tim segue Ivo, che è un giovane paleontologo della stessa università, prende il coraggio a quattro mani e lo affronta in ufficio. I modi di Ivo sono bruschi e non troppo incoraggianti. Inoltre, ha una faccia che sembra quella di Malcolm McDowell, il che dovrebbe bastare a mettere in guardia. E invece Tim insiste (il fatto che per tutto il film ascolti solo Der Rosenkavalier ci dice della sua ostinazione, oltreché della sua ignoranza della vastità del repertorio lirico). E se all'inizio Tim sembra fare un buco nell’acqua, qualche tempo dopo si vede comparire improvvisamente Ivo sulla porta di casa e i due passano una notte di passione in un alberghetto locale. E poi un’altra, e poi si ritrovano a convivere e non si capisce più niente, nemmeno chi ama chi.

Tim sembra perdutamente innamorato di Ivo, che pare quello più indifferente. Poi improvvisamente i ruoli si invertono. Ivo si rivela gelosissimo (e manesco) mentre a Tim basta vedere per un attimo Isabel al bar per perdere di nuovo la testa. Va bene i colpi di fulmine, ma qui c’è evidentemente qualcosa di anomalo. Va bene pure che la donna è molto raffinata (o almeno è quello che continuano a dirci tutti, e fanno bene perché in effetti non si nota), ma insomma…

Ad ogni modo Tim ammazza Ivo sperando di mettersi con lei. O così crede. In realtà è solo caduto nella trappola di Ivo, che non è tutto a posto nemmeno lui, ma lo si era già capito. Poi si aggiunge anche un mezzo disperato del Canada francofono che si porta a letto Tim nell’intervallo fra Ivo e Isabel. E qualche tempo dopo lo perseguita, perché non è a posto nemmeno lui (è gay, quindi…).

La conseguenza più curiosa dell'intreccio è che, siccome in questo film sono tutti sbalestrati, Ivo si rivela infine la persona più normale, lui che all'inizio sembrava l'unico antagonista. E certo appare come uno stinco di santo rispetto a Tim, senza contare che alla fine rinsavisce, anche se improvvisamente e senza spiegazione. Viceversa, Tim sembra inizialmente la dolce vittima del perfido professore (che, tra parentesi, è stato lui a sedurre…), ma in realtà si rivela un carnefice crudele, spietato e insensibile (è bisessuale, quindi…) . Mi sono anche chiesto se non sia per questo (voglio dire, perché non sente nulla) che gira sempre con la maglietta attillata e la camicia sbottonata, quando non in mutande, in Alaska, dove tutti sono imbacuccati da capo a piedi. E io che avevo creduto fosse solo un modo per sfruttare le grazie di Lee Williams…

Chi può dunque dare torto a Ivo per il fatto di aver cercato di strozzare il bel Tim quando, dopo mesi spesi insieme e dopo aver riorganizzato la propria vita e il proprio lavoro per cercare di venire incontro alle (molte) esigenze del compagno, costui gli ha detto che no, in realtà non l’ha mai amato, e che non è colpa sua perché il problema è che lui non sa proprio amare, non ne è mai stato capace? Sarò anche di parte e influirà la mia solidarietà professionale, per tacer d’altro, ma nonostante gli occhi dolci di Tim ho sperato che Ivo non mollasse la presa.

Non è ancora tutto. C’è pure un altro omosessuale, che da giovane si era invaghito del Tim fanciullo (quando si dice un homme fatale…). È l’unico gay sano di mente del film, l’unico del resto che sopravviva a Tim. Ma è sano di mente solo perché si è sposato rimuovendo i propri sentimenti. A questo punto mi era venuto il dubbio che tra gli sceneggiatori ci fosse Anita Bryant. Ho controllato, non c’è. O quanto meno non si è accreditata.

Fosse stato un po’ meno insultante, tutto sommato il prodotto avrebbe avuto delle possibilità, perché formalmente si lascia guardare senza causare eccessive sofferenze e la professionalità dei lavori della BBC non si smentisce. Anche se qua e là la tensione si allenta, il gioco si rende un po’ troppo scoperto e a qualche tempo morto si poteva rinunciare. Nessuna notte è troppo lunga, sostiene il protagonista (ma non sta pensando alle feste in discoteca, sta solo citando una poesia). Sarà anche vero, ma per i film non vale la stessa regola. La prima forma di rispetto per lo spettatore è ricordarsi che è mortale e non ha un tempo infinito per sorbirsi l’opera di chi ancora non ha appreso appieno i pregi del montaggio. La regola aurea è: se puoi raccontare qualcosa in 100 minuti, impiegane 90. E certo non 116.

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