Bastarda, La [1964]

Le rivelazioni sugli aspetti più intimi e morbosi del rapporto tra Simone De Beauvoir e Jean Paul Sartre (Ida Savarino, Simone De Beauvoir svelata dalle lettere a Sartre soldato, Vallecchi, Firenze, 1995) comunicano fortissima attualità a questo romanzo della Leduc, uscito nel 1964.

L'androginia della celebre coppia messa a nudo negli epistolari (in questo senso va riletto di Jean Paul Sartre anche Lettere al castoro, Garzanti, 1985) viene descritta nel libro della Savarino -enfatizzandone le componenti sadiche e antiebraiche, accuratamente nascoste nel tepore delle mura casalinghe - attraverso la vicenda di una giovane discepola "traviata" da Simone.

È la stessa dimensione del "traviamento" che Violette Leduc aveva scelto per narrare, con la spontaneità, la sofferenza e la purezza di una perenne bambina, l'ineluttabile evolversi e incrociarsi della sua vita con quella dei due "mostri", belli e terribili.

La prefazione del romanzo, che fotografa i primi intensissimi 37 anni di vita di Violette, si deve alla penna della De Beauvoir.

"Lei" (così la Leduc chiama Simone, senza usare il nome proprio, in L'affamata - del 1948 - angosciato e angosciante réportage del suo avido amore per la De Beauvoir spiata dietro i muri, i vetri, pensata sino allo sfinimento, raffigurata come bellissima dea fredda, a volte quasi irrisoria, decisa ma sempre gentile, distante benché perfettamente consapevole), "lei" lascia trapelare, come nota il curatore, ammirazione e un pizzico di invidia per lo stile e il coraggio della sua adoratrice...

"Lei" sottolinea la potenza delle immagini e gli accostamenti inusuali che colano abbondantemente dalla penna di Violette; "lei" puntualizza la spregiudicata disarmante spudoratezza di questo diario, che procurò alla Leduc finalmente il successo anche di pubblico.

"Lei" mostra di conoscerne perfettamente il carattere e le riserva complimenti da brivido (dice Violette "Io sono un deserto che monologa", le risponde Simone "Io nel deserto ho trovato innumerevoli bellezze")...

Se nei precedenti romanzi (L'asfissia, 1946, L'affamata, 1948, La follia in testa, 1970) la sessualità e la fisicità sono più nascoste ma non meno potenti, a La bastarda va riconosciuto il merito di aver operato un taglio nella scrittura femminile comparsa sino ad allora e di aver aperto un percorso (è la De Beauvoir a notarlo): mai nessuna prima della Leduc aveva osato tanto ("Mi sono spesso passata le dita tra le grandi labbra, più avanti mi sono spesso arricciolata il pelo con un dito...") nel descrivere il sesso di donna, omeglio la bisessualità dell'androgino.

Ecco spiegato il motivo di tanto improvviso successo: Violette si erge colossale nel mare imbarazzato di un pubblico, attratto e respinto dalla "propria" androginia, al quale ella sembra dire: "Sei tu".

Da questo punto di vista, il romanzo della Leduc è un purissimo inno all'amore e alla capacità di sentirsi e di sentire e diventa attuale nel momento in cui oggi (nel tentativo di definire o di non definire tutto ciò che è "altro da noi" e non solo in atteggiamento salottiero) è vivo il pericolo di contribuire in entrambi i casi a forme di ghettizzazione più che di comprensione.

È vero, come alcuni sostengono, che senza Violette non ci sarebbe stata Kate Millet (sorprendenti a questo proposito alcune similitudini di percorso esistenziale tra le due scrittrici. Ad esempio la nevrosi al limite della follia che squassò entrambe), e nemmeno il linguaggio spudorato del film Go fish...

È ora che la Leduc esca dal ristretto cerchio di un pubblico casuale o di addetti ai lavori per quanto raffinatissimi (Genet, Cocteau, Sartre ecc...): non la si deve più osservare solo come un personaggio folcloristico: la donna bruttissima, dal grande naso (la bruttezza fu un chiodo fisso per lei, anche se la De Beauvoir nella prefazione sottolinea che Violette fu uno degli esseri umani più passionalmente amati da uomini e donne) che, forte della sua spudoratezza, indossa vertiginose minigonne a sessant'anni, frequenta cafés e caves con al collo un boa di piume rosse, e continua sino alla morte - avvenuta per tumore al seno nel maggio del 1972 - a épater le bourgeois...

Volendo ci si può perdere anche nel tentativo forse non nuovo di stabilire se e quanto il lesbismo (ma era androginia) di Violette discendesse dalla figura materna (un rapporto morboso e terribile, di amore e odio, perché la Leduc era frutto di un amplesso colpevole, era la "bastarda", appunto, con tutte le implicazioni psicologiche del caso).

Si possono cercare nel romanzo tutte le volte in cui Violette si definisce "marito" di sua madre Berthe, "fidanzata" dell'adorata nonna Fidéline, o definisce "padre" sua madre.

Si potrebbe cercare di capire quanto la sua bruttezza l'abbia spinta a adorare di converso tutti gli esseri belli e raffinati, non solo fisicamente ma spiritualmente, e a innamorarsi di loro, uomini o donne che fossero...

Si potrebbe scavare nel suo difficile rapporto con una possibile maternità, inseguita e negata (l'aborto che subì fu sicuramente di origine psicologica) e di nuovo risalire freudianamente alla triplice figura materna/paterna/coniugale incarnata dalla mamma, all'intrecciarsi della figura assente del padre naturale con quella del padre acquisito nel successivo matrimonio di Berthe.

Si potrebbe sostenere che il tumore al seno, causa della sua morte fosse un estremo rifiuto della maternità e della figura materna... e dunque un suicidio...

Nell'incertezza è meglio sospendere le ricerche e lasciarsi avvolgere dalla sua sorprendente prosa, le cui "piccole frasi affannose ci afferrano alla gola: d'improvviso un grande vento ci solleva nel cielo senza fine e l'allegria batte nelle nostre vene" (Simone De Beauvoir).

Eccone dunque alcuni esempi:


"Il mio non è un caso isolato: ho paura di morire e sono stanca di stare al mondo. Non ho lavorato, non ho studiato. Ho pianto, ho gridato. Lacrime e grida mi hanno portato via molto tempo".

"La temperatura: una rosa sempre aperta. Le sere: la stessa leggenda senza personaggi. Invisibili uccelli testimoniavano della perfezione della luce".

"I suoi occhi non esprimevano più il padellino delle patate in umido".

"Va alla deriva, sopra il tempestoso sconvolgimento dell'aratura, e senza muoversi, un semplice ramo d'olivo".

"Avrebbe voluto fossimo ossute, taglienti. Ci sfaldavamo in aghi di pietra. Il bacio rallentò nelle mie viscere, disparve, calda corrente marina".

"Nomadi profumi arrivavano sino a me, si strofinavano la fronte come una foglia di nocciolo, me ne andavo a scuola sotto una volta di foglie, respiravo la luce e l'aria buona, la brezza sposava i rami".

"Una pallina di naftalina col suo odore di broncio".

"Sassi tappezzavano le mie mucose".

"Mi sollevò un braccio, la mia anca impallidì".

"Era bella, le sue mani erano tristi, sui suoi lineamenti sonnecchiava il romanticismo".

"Chiaroscuro barbarico sulle pietre grommose, volubile chiaroscuro sui grigi consunti".

"Piacere solitario, luce in uno specchio di Caienna. Ti senti colare fino alle ginocchia, dunque sarai fonte, solitudine".

"Ambivo alla sveltezza di un volatile che becchettava un grano per volta".

"Il suo sguardo: sperma, suo malgrado, mio malgrado".

"Noi sprofondiamo nel nostro solito azzurro abituale".

"Ho trentadue denti ammalati sul cuore".

...


È così brava Violette Leduc, da risaltare a volte come un alieno, è così irritante nella sua semplicità... non può non essere amata.

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