Contronatura

6 aprile 2013

Annoverato talora fra i gialli all’italiana, Contronatura appartiene piuttosto al genere gotico che ormai andava scomparendo. Nell’insieme si tratta di una ghost story non priva di qualche sapidità, soprattutto per la sua singolare ambientazione anni ’20 (più scontata quella in Gran Bretagna, con tanto di magioni vittoriane immerse nel verde e caccia alla volpe). Un po’ di iniziativa in più al montaggio (soprattutto in termini sottrattivi) avrebbe però giovato al ritmo, che presto si impaluda in dialoghi ripetitivi e prolissi. Anche il finale avrebbe beneficiato di qualche scorciatura intermedia, perché tirando per le lunghe la storia lo si rende prematuramente prevedibile, sciupando la sorpresa.

Ad ogni modo, tra sedute spiritiche e secolari intrighi commerciali, Margheriti inserisce con mano decisa (soprattutto se si considera quanto era stato discreto l’anno prima in Nude… si muore) l’unico elemento su cui si punti per vendere il prodotto, sin dal titolo e dalla locandina: il lesbismo. Diverse sono infatti le scene di seduzione fra donne, con sguardi invitanti, delicati sussurri, morbide carezze, sberle sonore e aggressioni isteriche: le discendenti di Saffo in questi film vanno spesso per le spicce e quindi se, dopo aver provato con le buone, l’oggetto del loro interesse mostra ancora ritrosie passano senza remore a meno miti consigli.

La prima scena in cui le avance vadano in porto è alternata alla caccia alla volpe di cui sopra (completa di dettagli macabri) e il contrasto accentua il trionfo di scenografie sontuosette e musica patinata, cui si aggiunge un ardito sprezzo del realismo laddove in una (sola) inquadratura improvvisamente la stanza è invasa da venti di tramontana, pur non essendoci finestre aperte, giusto perché le cotonature ciondolanti e i veli svolazzanti fanno eros di quello buono, elegante e per tutti i gusti.

Anche il secondo incontro è pesantemente estetizzato, tanto che si svolge nel chiaroscuro di una stanza illuminata da candele e camino, ma siccome una delle due fa la sdegnosa, dopo le carezzine e le moine di rito l’altra le strappa il vestito, la prende a sberle e le salta sopra. «Io saprò costringerti», dice minacciosa. La poverina però non si convince, e giusto per non essere da meno ammazza la manesca seduttrice buttandola dalle scale.

Diciamo pure che la correttezza politica non era certo una priorità per Margheriti, le cui lesbiche servono allo spettatore come la volpe ai cani da caccia: carne da usare per divertimento, assaporare e alla fine buttare.

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