Tutte le poesie

29 agosto 2005, Babilonia, giugno 2003

La monumentale raccolta in dieci volumi di tutte le opere di Pier Paolo Pasolini, iniziata nel 1998 con i due tomi di Romanzi e racconti (cfr. l’intervista a Walter Siti in “Babilonia”, gennaio 1999) e proseguita negli anni successivi con i Saggi sulla letteratura e sull’arte, i Saggi sulla politica e sulla società, un volume dal titolo Per il cinema e un altro dedicato al Teatro, si conclude con questi due volumi dedicati alla poesia. A parte le raccolte note, i due volumi presentano molte poesie inedite e altre uscite caoticamente su riviste e praticamente introvabili. Poeta dall’età di sette anni, alla Rimbaud, come amava sottolineare, Pasolini ha scritto versi per tutta la vita. Si considerava poeta prima di tutto, ricorda in una nota Walter Siti, i versi gli riuscivano con una straordinaria facilità fino ad invadere anche la prosa (troviamo versi in Teorema, in Alì dagli occhi azzurri e perfino nei saggi e nelle sceneggiature cinematografiche). Un corpus poetico così immenso e così anticonvenzionale, un unicum non solo nel panorama italiano, costringe il lettore a mettere in discussione gli usuali criteri di giudizio. E sconcerta il passaggio dal fascino della parola “poetica” di Poesie a Casarsa al recupero di forme prenovecentesche delle Ceneri di Gramsci fino alla “libertà stilistica” delle ultime raccolte e al rifiuto di ogni convenzione letteraria (“Anche questa cosa te l’ho raccontata/ in uno stile non poetico/ perché tu non mi leggessi come si legge un poeta./ Così è decaduta la stima per la poesia, tipica/ delle infanzie che credono nell’eterno…”). Tra gli inediti, qui presentati per la prima volta, di particolare interesse è la raccolta l’Hobby del sonetto, vero e proprio canzoniere omoerotico, nella tradizione dei sonetti di Michelangelo per Tommaso Cavalieri o di quelli di Shakespeare per il suo “Lord of my love”. Il destinatario dei sonetti pasoliniani è Ninetto Davoli che qui diventa shakespearianemente “mio Signore e Padrone”. L’occasione del canzoniere è la decisione di Ninetto di sposarsi, che Pasolini vive come una tragedia senza scampo, come testimoniano alcune lettere di questo periodo, a cominciare da quella, non spedita, scritta alla futura moglie di Ninetto: ”Ninetto ormai costituisce la mia vita, che senza di lui mi è diventata inconcepibile. Tu sai che chi ama è egoista, e vorrebbe tutta per sé la persona amata. E così io con Ninetto: lo amo, e perciò lo vorrei tutto per me, com’è sempre stato in questi otto anni che ci conosciamo (…)Per otto anni, giorno e notte, Ninetto è stato mio, il mio amico fedele (…) io muoio al pensiero che Ninetto non sia più il mio Ninetto”. La scelta del suo giovane compagno è però irremovibile e al poeta non resta che inveire contro la sua rivale, la “ragazza scipita” che “ha il genio della banalità”, circondata dallo “stuolo infido di parenti”, “i grevi mobili”, “la cucina finto-americana” e tutto un mondo antiestetico che “sevizia/ la mia povera anima libertina/ in un vecchio, atroce struggimento”. Ai propositi suicidi o di rottura irreversibile succede però una più rassegnata e fatalistica accettazione della realtà: “Per contro io vivo la realtà/ riservata al diverso che alternativa non ha/ che volere il bene di chi ama (come se / fosse giusto per lui solo ciò che dà infelicità)”.

Una considerazione finale di fronte a tutti e dieci questi volumi, curati con grande perizia da Walter Siti: anche qui, anzi nelle poesie più che altrove, è in primo piano la dimensione autobiografica di Pasolini. Ed è questo inestricabile groviglio di pubblico e privato la grande anomalia che ancora induce molti critici a tenere Pasolini ai margini del canone del Novecento. Mentre la critica proclamava la scomparsa dell’autore e lo strutturalismo teorizzava l’autosufficienza del testo, egli produceva un’opera sterminata in cui l’autore con tutta la sua “disperata vitalità”, il suo “io che brucia”, la sua omosessualità e i suoi scandali, è parte integrante dell’opera e, stravolgendo lo statuto stesso della letteratura novecentesca, pretendeva di rivolgersi al lettore “direttamente e non convenzionalmente”.
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