Mozart in the Jungle

1 luglio 2017

La serie sembra voler essere un Sex in the City con protagonisti i ragazzini di Saranno famosi ormai adulti ed è ispirata a Mozart in the Jungle: Sex, Drugs, and Classical Music, l’autobiografia di un’oboista la quale, avendo raccolto più encomi a letto che in orchestra, passati i quaranta ha pensato bene di mettere da parte l’arte e di vendicarsi mettendo tutto nero su bianco. Il problema è che da un soggetto dalle intenzioni scabrose gli autori traggono una serie pensata per famigliole appesantite dalla cena, e due elementi su tre di cui al sottotitolo interferiscono con la digestione di padri onesti lavoratori, madri devote al focolare e figli prepuberi che onorano entrambi come da comandamento.

Se dunque la droga viene quasi cancellata (qualche spinello e qualche farmaco smerciato sottobanco da un orchestrale esauriscono l’argomento), il sesso non si può nemmeno dire tale, anche rispetto agli standard televisivi odierni: è di amori e di romanticherie che si parla, ma non si va pressoché mai oltre qualche bacetto (a parte Monica Bellucci che non disdegna di mostrarsi nuda nella terza stagione). Di conseguenza, anche la relazione tra due uomini assai litigiosi (diciamo pure isterici, come da stereotipo), che di tanto in tanto riaffiora, si esaurisce appunto nei loro screzi e negli esercizi propedeutici all’adozione. Parimenti innocuo è il rapporto intrecciato tra un’avvocatessa e la bella violoncellista dell’orchestra, con cui tutti vorrebbero avere un flirt, e non pochi ci riescono (ma a giudicare dalla serie la bisessualità sembrerebbe propria di tutti i violoncellisti).

Persino la musica classica ne esce come una presenza tutto sommato accidentale, destituita di qualsiasi specificità (tranne che nella puntata in cui l’orchestra suona Messiaen in carcere), un mestiere come un altro per guadagnarsi il pane, fatto più di problemi sindacali e finanziari che di studio: le prove, non a caso, sono rappresentate come se fossero quelle di un complesso dell’oratorio, mentre i musicisti rispondono a figure risapute nella scala graduata di eccentricità propria del folklore delle sette note, alla portata delle famiglie in fase digestiva, quali l’enfant prodige perso nella mistica dell’arte o il direttore dispotico. Basti dire che l’unica emozione musicale viene da Bernadette Peters che canta in un night.

Il risultato è gradevole a tratti, sempre dimenticabile. Anche se nulla prepara a quanto nella terza stagione lo spettatore italiano potrebbe sopportare solo previa assunzione di dosi massicce di quelle droghe che nella serie latitano: la soprano Bellucci che (oltre a denudarsi con disinvoltura, come già ricordato) scuoce la pasta e perde la voce ogni volta che va a letto con qualcuno (e anche lei sembra non disdegnare nemmeno le donne), con l’aggravante di un manager ciarliero e dalla gesticolazione ipertrofica che Christian De Sica interpreta come se fosse stato scritturato per Natale a Venezia. Per metà stagione tutti recitano sopra le righe e la serie diventa la parodia di se stessa: solo Woody Allen ha saputo fare di peggio con To Rome With Love.

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