Fratelli d'Italia

3 luglio 2017

Che l’arte della conversazione nasca nell’Italia del Rinascimento, come sono convinto e dimostrano plurime fonti scritte, o nella Parigi del Re Sole, come ritiene una studiosa d’eccezionale competenza, ma forse troppo innamorata del Grand Siècle, dopotutto rileva poco o punto davanti al dato di fatto che, pur ignorando bellamente la trattatistica in materia, nelle nostre famiglie di conversazione se n’è fatta sempre a valanghe; o perlomeno se n’è fatta nelle famiglie, felici o no, illustri od oscure, raffinate o pedestri, dove si prende la vita con quel minimo di civiltà e garbo che permette lunghe chiacchiere a tavola, davanti al fuoco, prendendo il fresco in estate la sera, e visite reciproche o soste indugianti al circolo, al caffè, all’osteria, o lunghe passeggiate all’aria fresca dell’autunno, mentre si va a caccia e la rugiada svapora pian piano. Poi si dice che oggi si conversa male, che si preferisce gridare parole d’ordine o scrivere messaggetti smozzicati da lanciare nel vuoto della rete; sia o no vero, perlomeno qualche decennio fa, al momento cioè in cui s’ambientano le vicende di questo libro, si poteva chiacchierare nel modo più sofisticato e sovrabbondante: o, se non altro, riuscivano a fare ciò i personaggi di Arbasino, tanto che molti passi, anche lunghi, sono costituiti da discorsi diretti, un po’ come quelle opere di Ronald Firbank e Ivy Compton-Burnett che risultano intessute di soli dialoghi: puro teatro senza didascalie. In fondo, è teatro anche questo dell’autore vogherese: commedia dei travestimenti, degli straniamenti, delle mises en abîme, fra scambî di battute fluviali (ma i suoi personaggi principali sono giovani: e noi da giovani non passavamo ore ed ore a parlare di tutto?), dove la cultura e lo spirito italiano rivivono per bocca d’italiani o forestieri, in una specie di Grand Tour rovesciato: laddove nei secoli passati scendevano quaggiù i giovin signori d’Oltralpe, ad ammirare le rovine, a pascersi di bellezza e a gettare sguardi curiosi sulla gente che incontravano, per poi riversarle in memoriali saporosi quali noi sulle cose nostre non abbiamo mai saputo scrivere, qua i personaggi risalgono la penisola, e alla fine si affacciano anche fra Baviera, Olanda e Inghilterra, gettando penetranti occhiate che spogliano e immortalano di tutto: libri e bei ragazzi, canzoni e mostri, relitti del tempo e macerie dell’inciviltà, frivolezze e memorie. Fratelli d’Italia è il ritratto più gigantesco e poliedrico della cultura italiana del Novecento: quest’edizione del 1993, la terza ed ultima, è ampia più del triplo rispetto alla seconda, che avevo già letto all’inizio degli anni Novanta; e tutto fa pensare che, se Arbasino avesse voluto, l’avrebbe potuta scrivere ancora più vasta e dedalica: se altri teorizzarono l’opera aperta, egli, si può dire, la seppe realizzare. Più andavo avanti su queste pagine, più mi chiedevo, d’altro canto, per quale ragione misteriosa un libro del genere non sia tra le mani e sulle bocche di tutti gl’italiani di buona cultura: senza inutili ambagi, dico che a mio modesto avviso si tratta di una delle opere capitali della letteratura italiana del Novecento. Come direbbe Totò, “Io un’idea ce l’avrei: c’è a chi piace e a chi non piace”. Anche se siamo eredi degli antichi romani, che amavano la celia e lo spirito fescennino, a noi piace poco che i libri ci facciano ridere, che trasudino ironia, che rivestano di veli vaporosi le realtà pesanti; il libro dev’essere serio, sacrale, l’intellettuale si deve mostrare aggrondato, piovorno, accigliato, deve annunciare verità indiscutibili con voce stentorea o denunziare mali e magagne con accenti addolorati; e quindi avranno un successo estremo il quaresimale, la geremiade, l’invettiva, la catilinaria, l’apostrofe accorata, o al limite il panegirico e il ditirambo: la satira in punta di penna, la facezia, la freddura garbata, l’aneddoto pungente invece sul tipico lettore italiano esercitano l’effetto che a volte hanno le battute graziose sui poveri di spirito: non le amano e non le capiscono, e non per limiti di comprensione, ma perché ne temono il veleno occulto, e sospettano che l’uomo di mondo non intenda ridere con loro, bensì di loro, sicché, tutti preoccupati a cercarvi sensi reconditi, stanno lì come baccalà, adombrati, con la faccia da fessi e l’espressione diffidente, e fanno quindi una pessima figura. Ora, io capisco che per godere della prosa di Arbasino un minimo di cultura sia necessario possederla e che quindi magari qualche lettore in meno di Liala o di Ken Follet lo debba avere; ma rinuncio a credere che, con tutta la gente istruita che c’è nelle nstre contrade, il grande vogherese abbia così pochi estimatori (anche qui su Anobii, a ben vedere): il fatto è che il suo stile sconcerta e quindi rende diffidente il lettore che dal libro vuole solo certezze. Ecco allora tutti i “Ma perché scrive così?” o “Quant’è snob Arbasino!” – laddove al contrario Arbasino è godibilissimo, non solo perché demolisce certi miti culturali con un delizioso brio da discolo delle patrie lettere, non solo perché, con altrettanta levità, viene ad additare non una ma cento strade alternative, ma anche perché, proprio come nella vita reale, sa mischiare con naturalezza l’alto e il basso, e sa descrivere il basso con tanta grazia vaporosa da renderlo soave e divertente insieme. Vorrei trovarlo uno scrittore italiano ma anche forestiero capace di scrivere col suo garbo e la sua comicità di sesso, di battuage o di BDSM senza nemmeno una parolaccia o una gomitata pecoreccia! Come Gadda, il Nostro è uno scrittore divertente: anzi, sa essere divertente anche mentre parla di cose drammatiche; e questo capolavoro non ha proprio niente di pesante, di presuntuoso, di saccente: resta meringa, zucchero a velo e panna montata anche e soprattutto quando si addentra nei meandri della cultura più alta, che così viene non sminuita e svilita, ma raffigurata per ciò che dev’essere, ossia qualcosa che rende il vivere più bello, più lieve, più amabile. Poi magari, è vero, s’incontra l’allusione criptica: e allora è bello giocare, farsi complici dell’autore e svalare l’arcano; chi è che preferisce giocare col catechismo piuttosto che con un giornaletto enigmistico? E allora ci si diverte a riconoscere chi si cela dietro l’allusione: per esempio il Landgravio alla cui mensa si mangiava sempre benissimo (p.559) è Filippo d’Assia; l’aneddoto raccontato a p.1228 sull’anziana vittima d’un incidente stradale che dà un’età falsa ai soccorritori è, con qualche lieve cambiamento, un caso reale capitato a Fulco di Verdura. Ma poi contro i detrattori l’ultima parola l’ha detta l’autore stesso (p.691): e conviene fermarsi qui, perché su d’un capolavoro come questo si può scrivere solo troppo poco e troppo male: “E come spiegare, se non ci arrivano, che la vita non è lunga, ci sono pochi giorni in un anno, e poche ore in un giorno, in rapporto ai grandi libri di grandi autori che si vorrebbero leggere invece di buttar via tempo coi mediocri e coi pessimi… A molti teatranti, quando invitano alle loro brutte prime, certamente è più facile rispondere: io non vi faccio leggere i miei libri, voi in cambio non fatemi vedere i vostri spettacoli. Ma gli scrittori pessimi questo do ut des non lo vogliono veramente capire,davvero credono che qualcuno sia disposto a leggerli rinunciando a dormire o a uscire… e se anteponi Musil o Mahler a Colpi di libeccio o Funghi vostri è solo per tuo snobismo o cattiveria d’animo…”.
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