The Producers

24 marzo 2018

Più che la democrazia poté il coming-out! È la visibilità l’antidoto al nazismo genialmente proposto da Mel Brooks prima con il film The Producers, intitolato in Italia “Per favore non toccate le vecchiette” (1968), poi col musical The Producers (2001) ed infine col nuovo film che porta sul grande schermo gli attori della scena newyorchese.
La trama è semplice: Brooks dice di averla ideata dopo aver conosciuto un produttore incline a farsi finanziare da vecchie signore amanti del teatro; al “prostituto” in nome della Musa Brooks aggiunse un altro input, l’aver notato altri due tipi assai singolari, i quali si muovevano nel mondo del teatro facendo un fiasco dopo l’altro ma vivendo come nababbi.
Questa sua osservazione semi-antropologica lo attrasse e ispirò: la sua vena sarcastica sui grandi polpettoni è bene nota e Broadway non poteva certo restarne fuori. Nel momento in cui, lampo di genio, pensò alla storia di una truffa con fiasco teatrale premeditato, occorreva un soggetto.
Quale commedia avrebbero scovato i Produttori, per raccogliere fondi e poi scappare sicuri al cento per cento del fallimento, e quindi senza pagare i finanziatori? Brooks racconta che il produttore vero, Sidney Glazier, stava per strozzarsi dal ridere con un sandwich mentre scopriva dal copione il titolo della commedia-truffa: “Springtime for Hitler”.
“Con questa offenderemo gente di ogni sesso, razza e religione” dice il protagonista al suo socio…ma di certo l’entusiasmo per la trovata poteva mantenersi solo con il secondo geniale ingrediente:
“Primavera per Hitler” deve essere messa in scena dal peggior regista in circolazione, il pomposo Roger De Bris. Il “non detto” dei collaborazionisti nazisti (molte battute nel copione ad iniziare dal “lo facevano tutti) viene così “disinnescato” dalla più stereotipata visibilità gay.
Confida ad “Advocate” l’attore Gary Beach: “la comunità gay ne ha passate così tante e siamo arrivati così lontano, penso che ora siamo abbastanza grandi per prenderci gioco di noi stessi”. E infatti lui, De Bris, entra in scena vestito di lamé, in una casa da bambola, con un segretario geloso, ed in un parossismo di cinque minuti passa dal rifiutare la commedia (“The theater's so obsessed/With drama so depressed/It's hard to sell a ticket on Broadway…) a proporne una versione molto più “gaia”.
Il risultato sarà una delle produzioni più esilaranti di Broadway e, contrariamente a quanto speravano, The Producers un successo clamoroso, anche grazie ad un incidentale …cambio di Führer.
Merita un accenno la troupe del gaio regista che ammicca alla vita di una comunità a se stante (“vivono tutti qui”): Carmen Ghia, il segretario, interpretato dall’attore (“straight”) Roger Bart che si presenta con la gag fantastica del sibilo, Brian, il set designer vestito di cuoio, Kevin, il violetto costume-designer, il coreografo Scott munito della classica mutanda brooksiana, e la lesbica butch (“ultima in tutti i sensi”) Shirley, l’addetta alle luci.
Dopo il successo del film del 1968 (con Gene Wilder), di cui quest’anno ricorre il cinquantennale, il film del 2005 vede gli stessi attori del musical, due dei quali apertamente gay: il produttore Max Bialystock è infatti interpretato da Nathan Lane, conosciuto al grande pubblico per il film che ha portato La Cage au folles in versione USA sul grande schermo (The Birdcage, 1996), Gary Beach è invece noto come interprete ne La Cage a Broadway.
The Producers si snoda con la bipolarità parata nazista-musical quando la virilità del Fuhrer è stata già oggetto di una esilarante audizione alla ricerca del migliore interprete, audizione che vede un esuberante Will Ferrell (attore comico nato col Saturday Night Live) spiegare con piglio militaresco come si deve cantare “
Haben sie gehört das Deutsche Band“, è uno dei tanti momenti in cui gli stereotipi culturali tradizionalisti vengono ridicolizzati. Segue un tripudio di amenità anti-folkloristiche, come gli enormi Bretzel come copricapo delle soubrettes.
La gaia commedia ci offre un cocktail esplosivo di coming out e di ″rovesciamenti″, tra repressione sessuale maschile e disvelamento gaio (″
Ev'ry hotsy-totsy Nazi stand and cheer) che estromette quasi dalla scena, se non come comparse, le donne. Eppure, a rimarcare il bipolarismo buono-cattivo, triste-gaio, aquila-struzzo, c’è la scoperta che sia Hitler che il regista De Bris hanno come secondo nome… “Elisabeth”.
Dal 1968 dovranno passare dodici anni perché sullo schermo venga riproposto un altro antidoto al nazismo, specialmente a quello dell’Illinois (realmente esistito): il blues dei Blues Brothers.
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