Ne avete di finocchi in casa?

8 giugno 2018

Probabilmente solo qualche esponente delle generazioni successive a quella che quei film se li è guardati in sala o in tv durante la propria infanzia e adolescenza poteva storicizzarli in modo così rigoroso e al contempo vivace, tanto da farceli almeno un pochino rivalutare: il documentario Ne avete di finocchi in casa?, voluto e prodotto nell'ambito del collettivo studentesco GayStatale dell'Università Statale di Milano e diretto con passione e ironia da Andrea Meroni, è un bell'esempio del lavoro che la comunità lgbt italiana dovrebbe fare e non fa abbastanza per far sì che anche il patrimonio di sottocultura omosessuale del passato recente non scompaia, snobbata con colpevole sufficienza dalle magnifiche sorti e progressive dell'eterno presente smemorato di oggi.

Un'opera di recupero che tra l'altro in paesi molto più accorti di noi si fa da decenni (il documentario sul cinema lgbt americano Lo schermo velato è del 1995, per dire).

Meroni accompagna lo spettatore attraverso la cinematografia italiana popolare "bassa" degli anni Settanta e Ottanta, zigzagando tra commedie scollacciate, western all'amatriciana, poliziotteschi trucidi e thriller argentiani derivativi. Il leit motiv è uno solo: per gli autori del cinema di genere di allora gli omosessuali potevano essere solo rappresentati come macchiette o cliché offensivi, condannati comunque al ruolo di eterne comparse e mai di prim'attori, alternando i personaggi buffi e scheccanti alle pavide e respingenti spalle dei macho protagonisti di turno, unica via del cinema nostrano per rassicurare i benpensanti spettatori dell'epoca.

Il documentario racconta con dovizia di dettagli alcuni casi curiosi, come la genesi dell'eccentrico e quasi iperrealista Splendori e miserie di Madame Royale, regia di Vittorio Caprioli, con un magnifico Ugo Tognazzi anfitrione in mezzo agli autentici animatori dei salotti froci romani degli anni Settanta, qui mostrati per la prima volta, e le uniche due eccezioni alla regola dell'insignificanza gay nel cinema bis nostrano, sebbene anche queste accolte con qualche comprensibile mugugno dalla militanza gay: Il vizietto di Èdouard Molinaro e La patata bollente di Steno. Se da una parte questi due titoli restituivano un po' di umanità al cliché cinematografico dell'omosessuale vacuo, dipingendo anche sapidi quanto inediti ritratti di coppie "borghesi" di maschi, dall'altra non potevano che riportare ordine al caos e ribadire che l'Italia non fosse ancora “un paese per froci” – chissà se lo sarà mai – vagheggiando invece di terre promesse nordeuropee, come l'Olanda, dove davvero i "capovolti" potessero trovare il proprio posto.

Commovente il ricordo e l'omaggio agli attori e ai caratteristi che interpretavano se stessi anche sullo schermo, come il decano Franco Caracciolo, Vinicio Diamanti, Alberto Tarallo (poi diventato un produttore televisivo di fiction molto camp), Marcello (poi Marcella) Di Folco, il leggendario pioniere felliniano Giò Stajano, e molti altri.

Il film di Meroni alterna agli spezzoni dei film in esame gli interventi e i commenti di alcuni dei protagonisti più o meno diretti di quegli anni irripetibili: dagli attori Lino Banfi, Leo Gullotta, Martine Brochard allo sceneggiatore Enrico Vanzina, ai critici e studiosi di cinema Maurizio Porro, Marco Giusti, Mauro Giori, Steve Della Casa, Franco Grattarola, agli attivisti e storici lgbt Porpora Marcasciano, Saverio Aversa, Giovanni Dall'Orto e Vincenzo Patanè.

Un documentario per il quale l'aggettivo “necessario” calza più che mai e dall'indiscutibile valore educativo e informativo, al netto del passo piuttosto amatoriale e della tecnica di ripresa un po' acerba.

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