"Delitto al Blue Gay", un delitto contro "Il vizietto"

15 ottobre 2018

Nel 1984 esce nelle sale cinematografiche – con un riscontro di pubblico molto modesto – lo sconfortante Delitto al Blue Gay, undicesimo e ultimo capitolo della serie dell’ispettore Nico Giraldi (Tomas Milian). In questo episodio che, a detta di Giovanni Grazzini, «scivola nel tentativo di trasformare una inchiesta spaccona e comica in un giallo poliziesco», Nico Giraldi indaga sull’omicidio del travestito “Nadia” («fragile com’era non ha neanche potuto difendersi», commenta pietisticamente l'ispettore) che si esibiva presso il locale “Blue Gay”, versione casereccia della “Cage aux folles” de Il vizietto, inevitabile metro di paragone per questo film che originariamente avrebbe dovuto chiamarsi proprio Delitto al Vizietto.

Per giungere a scoprire i retroscena dell’assassinio (la drag-queen è stata uccisa da un regista tedesco al soldo del KGB perché figlia di uno scienziato nucleare...), Giraldi si presenta al “Blue Gay” spacciando il ladruncolo Venticello (Bombolo) per la propria consorte; dopodiché – per inserirsi nell'ambiente più facilmente – sfrutta il proprio ascendente sulla vedette del locale, Colomba Lamar, al secolo Alfredo Melli, interpretato dallo “stu-pendo” (suo aggettivo prediletto) caratterista e attore teatrale Vinicio Diamanti.

Quest'ultimo fa sì che il film sia – in assenza di una trama solida o di un'azione robusta, essendo Delitto al Blue Gay il capitolo più ingessato della saga – più degno di curiosità di episodi precedenti come Delitto sull'autostrada o Delitto in Formula Uno. Tra l'altro Diamanti (unica vera french-connection con il vero Vizietto, in cui aveva interpretato la showgirl spagnola Mercedes) si porta dietro uno stuolo di caratteristi abitualmente impegnati in ruoli gay: Franco Caracciolo è il direttore di scena del “Blue Gay”, Angelo Pellegrino è il maitre del locale e Tito LeDuc (non accreditato) la domestica sudamericana di Colomba, camuffata da Carmen Miranda.

Anche se non ricambia il sentimento di Colomba, essendo ostinatamente eterosessuale, Giraldi si mostra più rispettoso nei suoi confronti di quando non fosse stato nei precedenti episodi nei confronti degli omosessuali di turno (vedi Squadra antiscippo e Squadra antitruffa) e difende vigorosamente la vedette dagli insulti di un tassista, offendendosi poi per il turpiloquio omofobo usato dalla moglie Angela (Olimpia Di Nardo), furibonda per aver sorpreso Giraldi al “Blue Gay” in compagnia di Colomba. Convinta che il marito “inzuppi il biscotto in due tazze”, la donna decide di chiedere il divorzio e il giudice (Enzo Garinei) che dovrebbe tentare di favorire una riconciliazione, a fronte del fallimento del colloquio tra i coniugi, pensa bene di flirtare a sua volta con Giraldi.

Quando quest’ultimo rivela a Colomba/Alfredo di averla sfruttata come “copertura” per condurre più agevolmente le proprie indagini, la vedette ne rimane distrutta ma accetta con amarezza di continuare ad andare in scena per favorire Giraldi. Tra le lacrime, capisce di essere considerata nient’altro che una figura clownesca che vive soltanto per divertire il prossimo (ragionamento che per estensione si può applicare alla stragrande maggioranza dei personaggi gay dei film italiani degli anni Settanta e Ottanta) e pertanto cita, mentre il mascara cola tragicamente, il celebre verso «Ridi, pagliaccio» dell’aria Vesti la giubba de I pagliacci di Leoncavallo.

Al termine delle indagini, ritroviamo Colomba – ormai riconciliata sia con Giraldi che con la moglie – intenta a lavorare a maglia per preparare un completino per la neonata figlia dell’ispettore. Questo sviluppo della trama ricorda il finale di Culo e camicia, con il personaggio omosessuale che, una volta superata la delusione dell’abbandono, si rassegna a vezzeggiare i figli dell’amato ingrato.

Ma lo smacco dovuto a questa (prevedibile) svolta della trama è poca cosa rispetto al plagio, operato degli sceneggiatori Amendola e Corbucci, della battuta più celebre del comico di Non Stop Ernst Thole: «Mio padre voleva un maschietto, mia madre una femminuccia; sono nato io e li ho accontentati tutti e due». Questa frase viene rimaneggiata per essere messa in bocca a Tomas Milian, il quale dice – dimostrando uno scarsissimo senso dell'opportunità – all'attonito padre del travestito ucciso: «Vede professò, se lei invece di stare a pensare ai cristalli atomici pensava un po' di più a suo figlio, non succedeva 'sto casino... perché io sono sicuro che lei voleva un maschietto, sua moglie una femminuccia, e – povera creatura, pace all'anima sua – v'ha accontentato tutti e due e ha preso la via di mezzo». Senza vergogna.

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titoloautorevotodata
Delitto al Blue GayAlessandro Martini08/06/2004

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