Misfits: eroi all'inglese

15 marzo 2012

Rifacimento non privo di intenzioni parodistiche delle serie supereroiche americane (Heroes in testa), Misfits ruota intorno a un gruppo di “fantastici cinque” suburbani, un po' sfigati e dal forte accento slang. Per vie diverse, sono stati condannati a un periodo di lavori sociali durante il quale una misteriosa tempesta attribuisce loro dei superpoteri. L'idea più bella della serie è che tali superpoteri altro non sono che l'esasperazione delle frustrazioni o delle aspirazioni, più o meno inconsce, dei vari personaggi. Il timido Simon, ad esempio, incapace di farsi notare nonostante il corpo erculeo e gli occhioni blu, si ritrova a poter diventare invisibile. Curtis, che rimpiange l'affaruccio di droga che gli ha rovinato la carriera di atleta, può riavvolgere invece il tempo e rimediare agli errori del passato. E così via. Si scoprirà poi che lo stesso effetto la tempesta l'ha avuto su molte altre persone.

Qua e là i poteri interessano la sfera sessuale. È il caso, fin dall'inizio, della supersexy Alisha, che trasforma chiunque tocchi (uomo o donna) in un assatanato che non può evitare di saltarle addosso. Sull'argomento, la serie è quanto mai politicamente corretta, ma in modo estremamente intelligente. È cioè attenta alle questioni di genere, disincantata nel ritratto delle nuove generazioni, “omofila” nell'impianto, sanamente sarcastica verso ogni repressione, e in particolare quella cattolica. In una puntata memorabile i nostri eroi uccideranno persino Gesù, o quanto meno Jesus, un prete fanatico che ha acquistato (a un certo punto i poteri vengono messi in vendita) la capacità di fare miracoli e si fa passare per la reincarnazione del figlio di Dio. Ancora meglio, in un'altra puntata ammazzano una ragazzina paolotta che converte con il suo potere chiunque alla causa della sublimazione pro vita eterna: alla fine della stagione tornerà dal regno dei morti con la notizia che Dio non esiste, intenzionata a recuperare tutto quello che si è persa (droga, sesso e alcol).

Benché i protagonisti siano eterosessuali, si finisce a giocare inevitabilmente anche con l'omosessualità. Nella terza puntata della seconda stagione, in particolare, una sorta di Cupido avariato, nella forma di un tatuatore privo di senso dell'umorismo, fa innamorare di Simon l'estroverso Nathan (interpretato da Robert Sheehan, che aveva già dato vita alla giovane marchetta gay della trilogia Red Riding Hood). L'ovvia sorpresa di Simon, quando si trova a doverne respingere le avance, i baci e le dichiarazioni d'amore, fa il paio con quella di Kelly, che con Nathan stava avviando una relazione e si ritrova invece di fronte a un improbabile coming out. Il tutto giocato sul filo dell'ironia, prodotta dalle limitate capacità retoriche dei personaggi coinvolti, specie di Nathan. Senza contare che intanto il doppio del futuro di Simon seduce Alisha, che stava con Curtis, anche se i due non potevano toccarsi… Ma queste sono altre storie.

Esattamente una stagione dopo (terza puntata della terza stagione), proprio Curtis si trova (come tutti gli altri) con un nuovo potere, per ragioni che sarebbe lungo raccontare. Non viaggia quindi più nel tempo, ma può trasformarsi in donna a suo piacimento. Si raggiunge così il culmine della correttezza di genere, perché il giovane rampante scopre i misteri del corpo femminile (si ritroverà persino incinta/o…), acquisendo tutto un nuovo rispetto per l'altro sesso e una passione per l'orgasmo femminile. Ma ha anche l'occasione di intrecciare un rapporto lesbico con un'altra atleta, dopo aver scoperto di essere stato fallimentare come amante (uomo).

Una serie, come tante di Channel 4, intelligente, divertente e disinibita, oltreché, come molti prodotti della televisione inglese, splendidamente scritta e recitata. Pecca solo per qualche vezzo di regia, come cromatismi e messe a fuoco ritoccati digitalmente, che alla lunga annoiano un po'.

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