Bologna 1908: consegnavano oltre al telegramma anche il proprio corpo

Durante l'incontro del comitato scientifico per gli studi umanitari sulla sessualità tenutosi a Charlottenburg (Berlino) nel 1910, Magnus Hirschfeld informava gli esimi colleghi che l’omosessualità era diffusa in tutti i ceti sociali di tutti i paesi, compresi in quelli, come l’Italia, dove tradizionalmente essa era ritenuta un male per nulla o poco diffuso [1] . Lo scienziato tedesco faceva notare come bastava aprire i quotidiani italiani per avere notizia di questo o quello scandalo a sfondo omosessuale e iniziava la lunga lista di esempi citando un episodio che nel 1908 aveva riguardato alcuni fattorini telegrafici impiegati presso l’ufficio postale di Bologna.

Quella del fattorino telegrafico era una professione che impiegava ragazzi giovani: il telegrafista riceveva il telegramma, lo scriveva e lo dava al fattorino telegrafico che di corsa provvedeva a recapitarlo a domicilio.

Era l’epoca dei grandi scioperi di inizio secolo e non vi era categoria di lavoratori che a cadenza quasi regolare non si astenesse dal lavoro. I telegrafici bolognesi si erano riuniti a congresso nell’aprile del 1908 per chiedere migliori condizioni economiche e soprattutto speravano di poter diventare dipendenti statali. l’Italia, insomma, era appena stata fatta, ma era ancora tutta da organizzare.

Se i telegrafisti guadagnavano poco, i fattorini telegrafici percepivano indubbiamente ancor meno e forse per questo alcuni di loro avevano ben pensato di unire l’utile al dilettevole: consegnare il telegramma ed offrire il proprio corpo al destinatario dello stesso.

Il quotidiano “Il Resto del Carlino” del 22 luglio riportava di un’inchiesta condotta dall’amministrazione postale atta a fare chiarezza su fatti e denunce riguardanti alcuni fattorini telegrafici, giudicati “immorali” in quanto si prostituivano indifferentemente ai signori o alle signore della Bologna per bene. Era inoltre risaputo che, specie nelle ore notturne, frequentavano un po’ troppo attivamente le “ragazze” di via dell’Indipendenza, di via Repubblicana e di via Falegnami.

In particolare quattro di loro erano stati sospesi, perché ritenuti dei viziosi e degli immorali e l’associazione di categoria dei Fattorini telegrafici aveva preso le distanze dai colleghi degenerati ed invocava l’intervento della giustizia.

“Si era formata una piccola banda di degenerati e di malfattori insieme”, iniziava il giorno successivo l’ampio articolo dello stesso quotidiano, “Non erano tutti l’una e l’altra cosa, ma la degenerazione porta spesso alla delinquenza” [2] . Il fatto era che Enea Bizzini, fattorino telegrafico, era stato accusato del furto di un orologio ed un suo collega, un tal Bini, di essersi intascato le 20 lire dategli da un cliente per spedire un espresso. Una noticina in fondo al paragrafo informava però che entrambi gli accusati non erano stati coinvolti neppure lontanamente nella questione dell’”omosessualismo” o comunque nell’accusa di vendere il proprio corpo.

L’articolo continuava: ”Queste sono accuse di reati comuni; ma la Tavola rotonda? L’omosessualità? Ci corre! [3] Da una cosa all’altra. La macchia esisteva da tempo nel corpo dei fattorini; alcuni mostravano delle eleganze non spiegabili colle loro modeste paghe, altri avevano abitudini dispendiose”.

Il vaso di Pandora era stato aperto. L’inchiesta del cavalier Pesaro, ispettore dell’amministrazione postale, aveva appurato che i mormorii ed i pettegolezzi erano fondati: “… vi sono sciagurati che cercano il maschio, l’efebo, pel soddisfacimento dei loro vizi degenerati: e alla bisogna provvedeva un fattorino” [4] .

Scava e scava finalmente l’inchiesta stava portando a risvolti più piccanti, dal momento che i fattorini accusati “… avevano l’abitudine di recarsi presso persone degne di figurare nella prossima edizione degli “Amori degli uomini” e di indugiarvisi. Un tale, abitante in via Guerrazzi, riceveva molti telegrammi, ma ancor più fattorini, i quali si attardavano nella sua casa e vi cenavano talvolta, alla nuova Tavola rotonda, uscendo con qualche buono da dieci, mance troppo larghe. Un altro ritrovo sarebbe stato in una via centralissima che sbocca nei prezzi di Palazzo: una finta agenzia commerciale nella quale si faceva commercio d’infamia. Un ragazzo sarebbe partito per l’estero, lasciando l’ufficio, coi quattrini datigli da uno straniero degenerato. E vi è chi ha confessato di aver ricevuto cinquanta lire di mancia! Un professore, o finto tale, alloggiato in un buon albergo riceveva molti telegrammi e tratteneva e premiava il fattorino. Ottimo quel professore anglosassone!” [5] .

I commenti sui giornali rispecchiavano i pettegolezzi dei caffè della Bologna per bene e le discussioni sull’immoralità, sulla degenerazione e quant’altro si moltiplicavano.

Il 24 luglio il “Resto del Carlino”, da buon quotidiano d’opinione, dava ampio spazio al parere del giurista di turno, di cui, purtroppo, non veniva riportato il nome: “La rispettabile classe degli omosessuali di fronte al codice penale può vivere e prosperare in Italia un po’ più che altrove”, dal momento che “il codice penale interviene quando si sceglie a teatro di certe imprese un luogo pubblico o esposto al pubblico”. Con quest’affermazione si era volontariamente o involontariamente spezzata una prima lancia a favore dei fattorini telegrafici messi sotto inchiesta, dal momento che non era stata presentata nessuna querela per atti osceni in luogo pubblico.

Il vecchio articolo 425 del codice penale sardo che puniva il rapporto omosessuale con la reclusione o i lavori forzati era andato in pensione solo 19 anni prima e nel nuovo codice penale “Zanardelli” non comparivano articoli contro il semplice reato di libidine contro natura.

Tuttavia in quell’epoca l’omosessuale era comunque considerato un vizioso, un depravato o quanto meno un essere immorale e bastava anche un lontano sospetto per essere discreditati e condannati all’isolamento sociale.

Nel frattempo lo scandalo aveva raggiunto Roma ed il ministro delle Poste Carlo Schanzer aveva inviato il commendator Civallero, ispettore superiore dell’amministrazione postale, a raccogliere informazioni ed a fare in modo che lo scandalo rientrasse. Si pensava infatti che la questione dei fattorini telegrafici di Bologna stava gettando discredito su tutta la categoria dei post-telegrafici a scapito di un servizio indispensabile che si voleva vanto del nuovo Regno d’Italia.

Mentre le denunce anonime pervenivano copiose ai due inquirenti, vi fu un fattorino che pensò bene di gettare benzina sul fuoco, sostenendo di aver informato già due anni addietro i responsabili dell’amministrazione postale bolognese su quanto stava accadendo. Tant’è vero che già nel 1905 una “rondinella notturna” aveva schiaffeggiato un fattorino telegrafico per il suo girovagare equivoco ed anche di ciò ne erano stati informati i vertici del servizio postale.

Con questa dichiarazioni il commendator Civallero poteva formulare pesanti accuse nei confronti dei dirigenti postali Santi e Taccani: era compito loro prevenire lo scandaloo comunque bloccarlo sul nascere.

Cosa fare ora dei fattorini telegrafici sospesi? Denunciarli non era possibile, dal momento che, a parte i due accusati di furto e di appropriazione indebita, non avevano contravvenuto nessun articolo del codice penale; reintegrarli in servizio nemmeno, poiché vi fu indubbiamente un grave danno all’immagine della categoria ed i colleghi non accusati avevano preso le distanze da loro.

Andavano quindi rieducati per aiutarli ad uscire dal vizio? Oppure erano affetti da una patologia e quindi dovevano essere curati?

Certamente non era possibile, come sarcasticamente faceva osservare “Il Resto del Carlino” del 26 luglio, sostituire i giovani fattorini con “una scelta di puritani o di vecchie mummie inattaccabili”.

Forse perché questi interrotativi non potevano avere risposta, lo scandalo dei fattorini telegrafici si eclissò dalle pagine dei quotidiani e piano piano il fattaccio non prese più parte ai pettegolezzi dei caffè della Bologna per bene.

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