27 agosto 1869, processo a Firenze: il deputato Cristiano Lobbia contro l'ex frate Giuseppe Lai

22 febbraio 2004

Il 27 agosto 1869 si svolse a Firenze un curioso processo. La città toscana era allora capitale dell'ancora in fasce Regno d'Italia. Molti garibaldini della prima ora si erano dati alla politica, Roma non era ancora italiana e si stava ancora scavando il canale di Suez.

La vicenda vide coinvolti il deputato vicentino Cristiano Lobbia ed un ex frate fiorentino di trentatré anni, Giuseppe Lai.

Lobbia, un ex generale delle camicie rosse, reduce dell'impresa dei Mille, nonché amico di Crispi, può essere paragonato al nostro Di Pietro di Mani Pulite: denunciò con forza il malaffare della privatizzazione del monopolio della manifattura dei tabacchi, dove sbucarono mazzette per le più alte cariche dello Stato. Sembra che persino al Re Vittorio Emanuele II toccò una tangente di venti milioni di lire.

Qualche giorno prima del processo, il deputato Lobbia era scampato miracolosamente ad un attentato e forse per quel motivo gli fu consigliato di richiedere l'aiuto delle guardie qualora avesse sospettato una situazione minacciosa.

Il quotidiano fiorentino "La Nazione" del 28 agosto riportava un' accurata descrizione dello svolgimento del processo, con tanto di verbali, al punto da far scaturire, qualche giorno dopo, l'ira del Lobbia.

Ma torniamo al processo, o meglio, a cosa accadde di così grave quel 24 agosto, da portare il parlamentare a denunciare l'ex frate in base all'articolo 362 del codice penale toscano, ovvero per minacce.

Quella sera l'onorevole Lobbia passeggiava per Firenze con l'amico giornalista  Cristiano Caregnato, quando notarono un uomo che li fissava. Si trattava appunto del Lai. L'ex frate, custode presso la casa di una donna prussiana, li superò e si fermò poco più avanti "a fare acqua" e a far finta di leggere una scritta sul muro.

Lobbia e Caregnato si tennero alla larga e continuarono a camminare per via del Giglio, ma videro che il giovane aveva ripreso a fissarli. Andarono oltre, ma furono ancora una volta superati dal Lai, il quale imboccò via dell'Amorino, dove sembrava ancora guardare i due e fare strani gesti.

Il deputato e il giornalista chiamarono allora una guardia comunale che stava lì vicino e quindi due carabinieri, i quali, su ordine scritto del Lobbia, arrestarono Giuseppe Lai e lo rinchiusero in prigione fino a quando lo stesso deputato "non ne avrebbe fornito le motivazioni".

Il vespaio era ormai agitato: arringhe contro l'abuso d'ufficio del Lobbia consistente nel far arrestare un libero cittadino, disquisizioni a favore del diritto di un deputato, sfuggito poco prima ad un attentato, di prevenirne un secondo.

Ci fu persino un testimone che disse chiaramente di aver avuto l'impressione che "Lai avesse avuto un mandato a farsi arrestare".

"La Nazione" del 28 agosto 1869 descrisse l'imputato come un uomo dal viso "angoloso, smunto,  emaciato, colla  barba rasa e rinascente, baffi non lunghi, ma irti, orbite incavate, occhio spento quasi inebetito da mille sozzi e segreti vizi".

Il presidente Cantini iniziò l'interrogatorio del Lai, il quale rispose sempre con tranquillità e sicurezza. "Quando fui verso il caffè Parigi" disse, "li guardai, essi mi guardarono e mi vennero dietro". "E perché li guardaste?" chiese il presidente. "Sa, io sono solito." rispose Lai. E l'interrogante: "E perché siete solito? Dite francamente la verità!". "Io, quando sono fuori la sera solo, fisso un po' gli uomini". E il presidente: "Ma dunque è vero quanto diceste al Procuratore del Re, che voi avvicinate gli uomini per fini turpi?". E l'imputato:"Qualche volta, sa ella, tornando...".

Mentre il processo continuava, emergevano teorie si teorie che spaziavano dal semplice equivoco al possibile ed oscuro ingaggio del Lai da parte di poteri occulti, con lo scopo di screditare il deputato Lobbia. Era infatti l'epoca in cui bastava collegare, anche lontanamente, il concetto di omosessualità ad una persona, per distruggerla nella sua immagine. Figurarsi un parlamentare. Allora non si osava neppure pronunciare la parola "omosessualità", ma si ricorreva a "turpe vizio" o a "male inenarrabile".

Il presidente continuò nell'interrogatorio: "Ma dite un po'... voi volete far credere che guardavate quelle persone per i vizi turpi. Se una di quelle persone avesse detto di sì, dove sareste andato?". E il Lai:" Sarei andato secondo il suo pensiero".

Da lì a poco Cantini disse: "Do lettura di un rapporto che è impossibile riportare per onore di decenza. Basti mettere in chiaro la vita turpissima dell'imputato".

Cristiano Lobbia da canto suo aggiunse, quasi contraddicendosi, di non aver trovato minaccioso il comportamento dell'imputato, ma di essersi sentito spiato da lui: "Lo spionaggio prima dell'assassino produsse l'assassino; quest'altro spionaggio, cominciato dopo, mi fece temere simili conseguenze. E pensai bene di venire a capo della trama facendo arrestare la spia".

I fatti erano ormai sul tavolo del giudice. Il giornalista del "La Nazione" poteva quindi abbandonarsi allo sfoggio della sua capacità letteraria e delle sue opinioni: "E quell'ire e venire avanti e indietro, quel fissare e poi volger gli occhi, quel fermarsi e poi seguitare, quel porsi in atteggiamenti da Ganimede, che appigli danno per tener responsabile il Lai di minaccia contro l'onorevole Lobbia?".

Il difensore di Giuseppe Lai, l'avvocato Alfredo Bicci, sostenne che semmai l'imputato aveva "attentato non alla vita, ma alla castità del deputato". "Come temere un frate zuccone che non nasconde in tasca che due chiavi?".

Dopo un quarto d'ora di camera di consiglio, il tribunale di Firenze prosciolse Giuseppe Lai dall'accusa di minacce nei confronti del deputato Cristiano Lobbia, ma la polemica era destinata a rimanere accesa ancora per qualche giorno. Lai era un omosessuale semplicemente in cerca di avventure o un "dedito a turpi vizi" ingaggiato dagli oppositori politici per screditare Lobbia?

Il quotidiano "La Riforma" pubblicò il 31 agosto una lettera del deputato Lobbia in cui si lamentava sia del clamore suscitato, a suo dire voluto, sia della superficialità con cui venne condotto il processo. "Il Lai" scrisse, "non nascose le sui lascive consuetudini e furono provate". 

L'opinione pubblica non discuteva d'altro. Ancora "La Nazione" riportò che in Giuseppe Lai era stato visto "un assassino in un Antinoo scappato dal chiostro e che gira le strade a raccattar clienti". E sempre "La Nazione":" Esaminato con un po' di sangue freddo, il comportamento del Lai avrebbe fatto schifo, ma non poteva ragionevolmente dare spavento a nessuno...".

E' difficile oggi, anche col senno di poi, stabilire quale sia stata la verità; certo è, come riporta "La Nazione" del 30 agosto 1869, che "quale fosse l'individuo, non importa. Quale fosse, non lo sapeva nemmeno il deputato Lobbia quando lo fece arrestare. Era un cittadino che lo guardava; il deputato Lobbia lo faceva arrestare perché lo guardava".

E, neanche a dirlo, le azioni dei Tabacchi passarono in pochi giorni da 152 a 676 lire.

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