Pasolini: l'omosessualità come chiave di lettura della realtà

21 marzo 2005, Liberazione, domenica 29 ottobre 2000

Vissuta intensamente, con atroci conflitti morali accompagnati da tentativi di spiegazioni psicoanalitiche o da ansie di legittimazione, l'omosessualità è ossessivamente presente in tutta la produzione di Pasolini fino a diventare, anche alla luce degli scritti postumi, come una chiave di lettura della realtà.

Tutta la produzione giovanile, in gran parte pubblicata dopo la morte, è esplicitamente autobiografica, tesa alla conoscenza di sé, a capire i turbamenti omoerotici che, "come una seduzione, un'umiliazione", hanno accompagnato l'infanzia e l'adolescenza dello scrittore. E tutto è riconducibile ad un immaginario omosessuale tipico di quegli anni, mutuato in gran parte dalla lettura di Gide, Proust, Peyrefitte.


Dei testi in prosa di questo periodo, Pasolini pubblica Il sogno di una cosa, ma il romanzo è solo una parte di un enorme progetto di cui originariamente faceva parte anche la vicenda (poi pubblicata con il titolo Romans) di don Paolo, un prete che vive l'impegno accanto ai poveri, ma anche il dramma di una omosessualità vissuta con l'incubo profetico del linciaggio e dell'ostracismo.

E del periodo friulano è anche il breve racconto Douce, la storia dell'innamoramento del protagonista, chiaramente autobiogrfico, per un ragazzo sedicenne, e ancora i due brevi romanzi, anch'essi postumi, Atti impuri e Amado mio, due testi complementari che rappresentano il primo l'aspetto drammatico della confessione dell'omosessualità accompagnata da forti sensi di colpa, il secondo la realizzazione utopica di una possibilità d'amore.

Sono tutte opere in cui è in primo piano l'io dell'autore o un suo esplicito portavoce, tanto che sembra impossibile allo scrittore uscire da sé e creare personaggi con una loro autonomia. Anche l'esperienza autobiografica di insegnante si colora di connotazioni omoerotiche e il rapporto maestro-discepolo si confonde spesso con quello amante-amato.


Di Amado mio colpisce la rappresentazione dell'eros omosessuale vissuto come un amore possibile, finalmente senza sensi di colpa e senza conflitti morali e religiosi.

Ma quando Pasolini scrive Amado mio siamo alla fine degli anni Quaranta, gli anni dello scandalo di Ramuscello, episodio devastante che mette Pasolini di fronte ad una realtà che forse non aveva considerato in tutte le sue drammatiche implicazioni. Nel clima da guerra fredda di quegli anni, Pasolini, omosessuale e comunista, era facile bersaglio degli avversari politici, ma quello che certamente contribuirà alla rimozione di Amado mio e di ogni altra possibilità di panica letizia omosessuale, è che Pasolini subisce un doppio processo, uno dal tribunale dello Stato e uno da quello del Partito comunista da cui viene espulso il 26 ottobre 1949 per "indegnità morale".


Travolto da una serie di processi che seguiranno (dal 1949 al 1977 - oltre la morte - Pasolini è al centro di più di trenta procedimenti giudiziari), vivendo la propria "diversità" lontano dalla mitizzata giovinezza friulana, Amado mio dev'essere rimasto una parentesi di gioiosa accettazione di sé, un canto d'amore reso possibile dall'esuberanza giovanile in un mondo per molti aspetti precapitalistico.

Tuttta questa produzione, caratterizzata da una ricerca di identità umana e letteraria, rimane nei cassetti, perché impubblicabile, prima che per gli altri, per l'autore stesso.


La narrativa che si impone è un'altra, quella di Ragazzi di vita e di Una vita violenta. E qui l'omosessualità è rappresentata in maniera diversa, è come allontanata da sé, perché nell'attuare un tipo di narrativa mimetico-realistica, il punto di vista diventa quello dei ragazzi di vita. Ed ecco che gli omosessuali diventano le "checche" rappresentate con disprezzo, e da parte dell'autore, quasi col compiacimento dell'autodenigrazione.

Eppure anche qui c'è un omosessuale che si discosta da questa tipologia, un personaggio appena abbozzato, con un pudore che sembra rimandare al vissuto dello stesso Pasolini: è l'insegnante che Tommasino, "piccolo come un mucchietto di tutti stracci", alla fine del primo capitolo di Una vita violenta , va a denunciare.


Pasolini cerca altre strade, lontane dall'autobiografismo, ma l'"io che brucia" è sempre presente, anche se camuffato in altre forme.

È solo nella poesia che si fa esplicita la confessione di un'omosessualità spiegata con gli strumenti della psicoanalisi (Supplica a mia madre) o esibita provocatoriamente tra promiscuità e sinistri presagi di morte (Versi da testamento).


Anche il teatro è tutto percorso dal tema autobiografico dell'omosessualità, spesso alluso attraverso altre forme di "diversità" come nella zoofilia di Porcile o nel gioco al massacro tra i sessi messo in scena in Orgia, che si conclude scandalosamente con il suicidio del personaggio maschile travestito in abiti femminili.

Il tema ritorna insistente in Petrolio, dove Pasolini ha scritto alcune delle pagine più belle sulla sua omosessualità, sul suo desiderio di essere posseduto come negazione del possedere, come rifiuto di riprodurre "il terribile potere del padre, del profanatore".


Anche nei testi giornalistici che Pasolini ha prodotto pressoché ininterrottamente dalla seconda metà degli anni Quaranta fino alla morte, l'omosessualità è come uno strumento conoscitivo della realtà, letta sempre a partire dalla sua intollerabile condizione di tollerato. C'è, soprattutto dall'inizio degli anni Sessanta in poi, un'ansia di legittimazione dell'omosessualità e un'attenzione a quello che se ne scrive, come in nessun altro scrittore di quegli anni. Quando i giornali esternano il loro razzismo e la loro omofobia, egli interviene con puntiglio a ribadire che

"un rapporto omosessuale non è il Male (...) è un rapporto sessuale come un altro. Dov'è, non dico la tolleranza, ma l'intelligenza e la cultura, se non si capisce questo?",

come scrive in un articolo per "Il Mondo" nell'aprile del 1974.


Nel corso del 1968 egli è tra i difensori più attenti di Aldo Braibanti. E quando nel 1969 scoppia il "caso Lavorini" e si dà la caccia al mostro omosessuale, per scoprire poi che è stata tutta una montatura di un gruppo di destra e che è del tutto inesistente la pista sessuale, Pasolini si chiede perché gli studenti che in quegli anni protestavano contro tutto, non intervenissero su questo caso: "l'hanno allontanato da loro, considerato impopolare e indegno?". Il fatto è che anche gli studenti, notava Pasolini con amarezza, avevano forse sperato in cuor loro

"che l'assassino fosse il turpe - o torbido, squallido, triste - individuo".


Si pensi ancora al tanto discusso intervento sull'aborto. Allora Pasolini fu accusato, anche con forme di pesante goliardia razzistica, di essere reazionario, di rimpiangere l'Italietta fascista, di difendere solo un suo modo di essere omosessuale. Quello che assolutamente non gli si perdonava era il fatto che egli parlasse dell'aborto esprimendo un punto di vista riconducibile alla sua sensibilità di omosessuale.

Ma Pasolini ha espresso sempre un punto di vista "omosessuale", anche quando ha parlato di pedagogia o della mutazione antropologica o quando ha rappresentato la tragedia di Edipo o il Decameron.

Ed è questo forse che ha sempre scandalizzato e sconcertato, perché se un omosessuale deve esprimersi su qualcosa, si pretende che egli smetta di essere omosessuale.

E questo Pasolini, nonostante tutte le contraddizioni che lo hanno caratterizzato, non lo ha mai fatto, né forse gli era possibile farlo, tanto drammaticamente ha vissuto la sua condizione.


In uno dei suoi ultimi interventi giornalistici, una recensione al libro di M. Daniel e A. Baudry, Gli omosessuali (Vallecchi 1974), dopo aver detto bene del libro, ma averne anche individuato i limiti, invita gli autori, e i lettori, a non dimenticare

"la più alta risposta ideologica di un omosessuale al pogrom strisciante e feroce dei cosiddetti "normali": si tratta del suicidio del protagonista omosessuale del Libro bianco di Cocteau, che si è tolto la vita perché aveva capito che era intollerabile, per un uomo, essere tollerato".

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