L’omosessualità in Italia tra cattolicesimo e rivoluzione del costume. Una valutazione politica

29 marzo 2004

Nel mese di giugno, in tutto il mondo democratico, si è celebrato il “gay and lesbian pride”, l’orgoglio omosessuale. La data del 28 giugno, attorno alla quale ruota una quantità, ormai imponente, di iniziative, ricorda la prima rivolta omosessuale della storia. Infatti il 28 giugno del 69, a New York un gruppo di poliziotti entra in un bar gay e ne tenta la chiusura con la solita scusa della mancanza di licenze. La ribellione che ne segue segna indelebilmente la nascita dei moderni movimenti omosessuali in occidente.
Questo evento segna una cesura netta tra "il prima" e il " dopo" nella storia dell’omosessualità. Prima del 28 giugno del ’69 l’omosessualità e gli omosessuali erano solo clandestinità, mimetismo, vergogna, erano identità "malata", un problema di ordine pubblico e di polizia. Gli omosessuali stessi si percepivano come "invertiti" interiorizzando lo stigma culturale che diventava immediatamente rifiuto di sé, specchio deformato del feroce rifiuto sociale. L’identità omosessuale semplicemente non esisteva: il mondo era diviso in due, maschi e femmine e tutto doveva rientrare nella logica manichea del maschile e del femminile più stereotipati, cristallizzata nella famiglia eterosessuale benedetta dalle chiese, dalla cultura, dallo Stato, da quel "senso comune" che, come dice Manzoni, non sempre è dotato di buon senso.
Stereotipi, pregiudizi, furia religiosa, "opinione pubblica", molti degli stessi omosessuali erano complici dell’oppressione antigay: tutto congiurava e costringeva nell’oblio "quell’amore che non osa dire il suo nome" (A. Douglas). Se eri gay la tua identità era quella dell’invertito, della mezza femmina, della donna sbagliata; se eri lesbica eri un uomo mancato.
È questa la ragione che aiuta a comprendere perché i primi movimenti rivendichino gli stereotipi tradizionali e popolari sull’omosessualità, e li ribaltino in modo provocatorio nelle prime manifestazioni pubbliche dove finalmente gli omosessuali si mostrano a viso aperto.
Ma è soprattutto negli anni immediatamente successivi, con la nascita del movimento femminista, che comincia a farsi strada l’idea di una nuova identità degli omosessuali e dell’omosessualità: identità non più legata al genere ma all’orientamento sessuale. Si è maschi e si è donne che amano altri uomini e che amano altre donne.
Il movimento femminista mette in discussione in primo luogo la cristallizzazione dei ruoli e la distribuzione rigida di “attribuzioni” tra maschile e femminile: il coraggio, l’onore, la forza, in una parola la “virilità” opposti alla passività, alla rassegnazione, alla maternità come destino, al servaggio casalingo come funzione delle donne. E’ la contestazione della sessualità maschile e del suo dominio a rappresentare il primo e fondamentale elemento di rottura nei rapporti di potere tra i sessi e dentro i sessi. Da questo punto di vista la battaglia del divorzio prima e dell’aborto poi rappresentano direttamente e indirettamente anche per gli\le omosessuali momenti decisivi nella costruzione di quel quadro normativo-culturale entro il quale maturerà la battaglia di liberazione delle minoranze sessuali. Con il divorzio infatti si stabilisce che la famiglia è una scelta volontaria “reversibile” basata sulla decisione dei singoli e non più sulla ferrea presa dello stato e del controllo della chiesa cattolico romana sulla morale e sulla vita privata. Obiettivamente la battaglia delle donne per la conquista del divorzio apre la strada anche al riconoscimento del pluralismo familiare, anche se a livello parlamentare questa ulteriore tappa, in Italia, è ancora di la da venire.
Con la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza e con l’aspro confronto nel paese che ne seguì si stabilisce una separazione netta tra sessualità e “riproduzione”. Se la maternità non è più il destino della donna la sessualità non sarà più solo finalizzata alla procreazione. Nell’affermarsi di un’idea della sessualità come momento di comunicazione profonda e di conoscenza tra le persone si fa strada che anche la sessualità omosessuale sia espressione di amore e di piacere al pari di quella eterosessuale. L’autonomia della sessualità nella sfera individuale e sociale, l’affermazione del diritto al piacere e del piacere sessuale come elemento positivo della comunicazione interumana indipendentemente dal qualsiasi considerazione di ordine moralistico, fa sì che anche la “cultura” omosessuale possa esprimere l’idea della relazione sessuale, erotica ed affettiva come momento di realizzazione di una identità altra, ma congrua, legittima, plausibile e con piena cittadinanza. Il terzo, e forse più importante, elemento della battaglia femminista a cui il movimento omosessuale è debitore è rappresentato senza dubbio dalla cultura della differenza che, nell’accezione omosessuale, assume la connotazione di cultura della diversità e del diritto a vivere identità e diversità secondo la propria “natura” e secondo il proprio progetto di vita.
L’omosessualità, come espressione reale di vita e di presenza quotidiana, spezza, quindi, le catene pseudoscientifiche della medicina (l’OMS la cancella dal suo elenco delle malattie mentali dal 1 ° gennaio del ’93), della psichiatria (già negli anni ’70 l’organizzazione degli psichiatri americani, APA, aveva provveduto alla cancellazione dell’omosessualità dal DSM, il manuale delle malattie mentali), dell’illegalità, della clandestinità e diventa una "variante naturale del comportamento umano", "una caratteristica della personalità".
Nel breve arco di tempo che va dal 1969 ad oggi si realizza una delle più grandi rivoluzioni del costume di questo secolo: gli omosessuali, da gruppo discriminato e tenuto forzatamente ai margini della vita sociale, culturale e politica, diventano uno dei "nuovi soggetti" umani pienamente protagonisti della vita moderna e delle moderne democrazie liberali, attraverso la costruzione di grandi comunità e di una presenza nella società e nella vita civile come mai era successo prima d’ora.
L’idea che esiste un nuovo "orientamento sessuale" ed affettivo che caratterizza milioni e milioni di donne e di uomini diviene così evidente che, primo fra tutti, il nuovo Sud Africa di Nelson Mandela lo scrive persino nella Costituzione dello stato multirazziale e multiculturale.
Anche in Italia alcuni partiti e la CGIL, il più grande sindacato, lo scrivono a chiare lettere nel proprio statuto, mentre diversi parlamentari presentano proposte di legge in questa direzione sulla base di progetti elaborati da ARCIGAY e ARCILESBICA.
Ma la battaglia che caratterizza il movimento gay e lesbico nel mondo più d’ogni altra è quella per il riconoscimento giuridico delle relazioni affettive e di solidarietà tra gay e tra lesbiche. Si tratta, infatti, di consentire a chi lo desidera, a quelle coppie che vogliono costruirsi una vita a due, di regolare anche in senso giuridico relazioni che durano a volte anche una vita.
L’omosessualità è soprattutto rapporto e relazione tra omosessuali: di carattere affettivo, di aiuto, di cura, di dedizione reciproca, ma anche di amicizia, di "ben volere", di vita comunitaria. Una relazione dotata, insomma, di valore, per sé e per gli altri. Su questo però, si sono addensate le nubi dell’opposizione della Chiesa romano-cattolica e di coloro che rincorrono voti e consensi degli integralisti e degli omofobi di ogni tipo.
Proprio la Chiesa cattolica, soprattutto in Italia, rappresenta l’ostacolo principale per le battaglie politiche e la fonte primaria di sofferenza e di infelicità per la vita quotidiana di milioni di lesbiche e omosessuali. Ma anche tra i cattolici le cose stanno cambiando, sia a livello di base che in alcuni settori per ora marginali, della stessa gerarchia ecclesiastica. sotto l’incalzare di una presenza sociale degli omosessuali difficile da ignorare o da respingere con le solite frasi fatte sul "contro natura" o sul pericolo della "disgregazione sociale".
Ma la strada da fare è ancora lunga e irta di ostacoli perché, al di la delle leggi, che da sole non sono certo in grado di cambiare secoli e millenni di cultura omofobica di massa, occorre un grande lavoro e un forte impegno per convincere milioni e milioni di persone che gli omosessuali e l’omosessualità sono una "diversità" da accettare e con cui convivere laicamente e "in pace".
In Italia, soprattutto, ci scontriamo, oltreché con la gerarchia romano-cattolica, anche con una realtà urbanistica fatta di mille paesini dove tutti sanno tutto di tutti e dove la "gente mormora". I mille campanili, la provincia profonda, i pettegolezzi da paese hanno garantito e rappresentano tuttora un formidabile controllo sociale che spinge gli omosessuali a negare la propria identità, a mimetizzarsi, a "costruirsi una famiglia" eterosessuale: in una parola, ad essere infelici. L’assenza di grosse realtà urbane come Parigi (dove abita il 20% dei francesi e dove risiede il 40% degli omosessuali), Londra o New York, ha reso difficilissimo qui da noi la costruzione di grandi comunità gay e lesbiche.
A ciò si aggiunge l’ipocrisia diffusa, tipica del nostro paese, che "si fa ma non si dice", che i "vizi sono privati" ma in pubblico occorre esibire "le virtù". Gli omosessuali stessi hanno accettato la "tolleranza repressiva" di un sistema di controllo sociale che consentiva una sessualità clandestina ("purché non si sapesse in giro" e purché non fosse di "pubblico scandalo"), ma inibiva crudelmente e ferocemente qualsiasi manifestazione pubblica dell’identità, della visibilità omosessuale e dell’amore tra persone dello stesso sesso.
Ecco perché l’ARCIGAY e ARCILESBICA hanno scelto per il "Gay e Lesbian Pride" del ‘97 (Venezia, 14 giugno) lo slogan "Oltre la maschera". Gli elementi centrali, infatti, della politica e della proposta culturale della nostra associazione sono l’affermazione dell’identità omosessuale, della visibilità dei gay e delle lesbiche, l’orgoglio omosessuale ovvero l’idea della "felicità di essere" ciò che si è: uomini che amano altri uomini, donne che amano altre donne e che a loro volta ne sono amati ed amate.
Non esiste nessuna possibilità di liberazione umana per lesbiche e gay, in Italia e nel resto del mondo, se non riusciremo a costruire una coscienza sociale diffusa della propria identità e dei propri diritti. Non riusciremo a fare nulla se non saremo capaci di convincere milioni di donne e di uomini ad uscire dal closet, dal nascondiglio, da quella vergognosa clandestinità a cui crudelmente sono condannati gli omosessuali.
Farsi vedere è farsi valere. Essere felici di essere vuol dire dignità umana. Avere coscienza della propria identità significa dare senso alla propria vita.
A coloro che ci accusano di "arroganza" ricordiamo che una delle caratteristiche fondamentali del pensiero liberale e democratico occidentale da cent'anni a questa parte è la denuncia della "tirannia delle maggioranze". Agli omosessuali che hanno paura di "venir fuori" ricordiamo che non c’è speranza di felicità senza una rivoluzione molecolare delle coscienze che solo ognuno di noi può fare nel proprio piccolo, nella propria vita quotidiana, tra gli amici, tra i parenti, tra i colleghi di lavoro.
Per questo all’ultimo congresso dell’ARCIGAY ARCILESBICA abbiamo proposto di costruire la "Comunità gay e lesbica" attraverso una presenza sociale organizzata degli/delle omosessuali in tutti i settori della vita sociale e civile. Dovranno nascere gruppi gay dappertutto: nelle scuole, nei posti di lavoro, nei partiti, nel sindacato, nelle chiese, nelle istituzioni culturali, ecc.
La lunga marcia degli omosessuali e delle lesbiche per un’autentica liberazione umana può e deve coincidere con l’interesse generale di una società che faccia della diversità un fattore positivo di progresso umano e di convivenza civile, dove la libertà di ognuno sia condizione per la libertà di tutti.
Ma a che punto è la realizzazione concreta dei diritti degli\delle omosessuali in Italia oggi? In genere si considerano i diritti delle minoranze, sociali, politiche, religiose, razziali o sessuali, di tre livelli: il primo la garanzia della vita (in molti paesi a regime dittatoriale e\o teocratico per gli omosessuali esiste ancora la condanna a morte); il secondo il diritto ad associarsi e ad esprimere movimenti culturali e politici (si pensi che nella civle Austria solo un anno fa è stato abrogato il divieto per i gay di associarsi pubblicamente mentre in Romania il divieto rimane assoluto e sanzionato con 5 anni di carcere); il terzo livello è quello dei diritti positivi e della loro realizzazione: riconoscimento delle convivenze, legislazione antidiscriminatoria, una specifica azione di governo verso la comunità omosessuale, fondi pubblici per la cultura omosessuale e per il diritto alla salute. Ebbene in Italia per quest’ultimo livello di diritti siamo ancora all’anno zero. Gli omosessuali erano e restano scomodi. La sinistra e il mondo laico, quando va bene, ci mettono a disposizione qualche sede, un po’ di solidarietà, un po’ di attenzione tipo pacca sulle spalle. La destra continua, salvo qualche rara eccezione, ad essere ferocemente omofoba. Si può dire che tutto ciò è responsabilità della chiesa romano cattolica ed in gran parte è anche vero. Ma i residui di una cultura familista e maschilista dura a morire sono evidenti anche a sinistra e tra i laici. La nostra speranza è che la tenacia e il tempo siano i nostri migliori alleati assieme a quella nuova generazione che sembra accettare la diversità come fatto naturale della vita quotidiana delle persone.
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