Letteratura e omosessualità: Gilberto Severini (La sartoria) e Andrea Demarchi (I fuochi di San Giovanni)

29 maggio 2005, "Babilonia", ottobre 2001, pp. 46-47

In un articolo apparso qualche mese fa sull'"Unità" (7 giugno 2001) dal titolo Libri senza scandalo, il gay pride degli editori, di Roberto Carnero, si parla, probabilmente con eccessivo ottimismo, di "esplosione della tematica omosessuale nei titoli in libreria".

La realtà forse non è proprio così entusiasmante, e rispetto al silenzio dei decenni precedenti anche una tiepida apertura può apparire una rivoluzione, ma una maggiore attenzione dell'editoria (come pure del cinema) nei confronti di temi legati all'omosessualità è innegabile.

Una prova di una evoluzione in questa direzione è la nuova collana editoriale di scrittori italiani della Rizzoli, "Sintonie": su sette volumi pubblicati fino ad ora, tutti di buon livello, due raccontano storie omosessuali. Un campione troppo esiguo per scorgervi una tendenza generale, ma due su sette (più del 28% ), è una percentuale decisamente significativa.

Gli autori dei due libri sono due scrittori già noti ai lettori di "Babilonia", Gilberto Severini (La sartoria, Rizzoli, pp.156, £. 22.000) e Andrea Demarchi (I fuochi di San Giovanni, Rizzoli, pp. 226, £. 24.000).


Severini, originario di Osimo nelle Marche, autore di racconti e romanzi tra cui Congedo ordinario (Pequod 1996) e Quando Chicco si spoglia sorride sempre (Rizzoli 1999), è maestro del racconto lungo o romanzo breve, che sembra essere il genere a lui più congeniale.

Severini qui racconta, con ironia e tenerezza, l'apprendistato sentimentale nella provincia marchigiana degli anni Cinquanta di un ragazzino alle soglie dell'adolescenza che, costretto a un lungo periodo di riposo prescrittogli dal medico, passa un anno circa della sua vita nella sartoria dello zio Guglielmo a "studiare l'umanità".

Tra i personaggi che frequentano la sartoria ha un ruolo di primo piano il Signor Aldino, le cui abitudini, sempre circondate da reticenza, sono oggetto di pettegolezzi e di frasi appena sussurrate.

La sua omosessualità, descritta così dal punto di vista, incantato e stupito, di un ragazzino che un po' intuisce e un po' colora di fantasie i suoi sospetti, è tratteggiata con straordinaria levità. E alla fine, mentre lo scandalo che travolge il Signor Aldino viene metabolizzato dalla comunità fino a una ipocrita accettazione della sua omosessualità (purché non dia scandalo e non se ne parli davanti ai bambini), lo zio Guglielmo, travolto dall'irrompere dell'industrializzazione, è costretto a chiudere la sua sartoria.

È la scomparsa di un mondo a cui l'autore ritorna con malinconica nostalgia:


"La provincia italiana del dopoguerra", mi dice Severini "è quella in cui ho cominciato a guardarmi intorno, trovando tutto straordinario.

Volendo potrei farti un elenco dei motivi per non essere troppo allegri, ma, malgrado tutto, ero un bambino felice.

E ho molto amato quel mondo così più povero di quello di adesso; ma persino più quotidianamente creativo degli anni della "liberazione della creatività".

Forse tutte le infanzie sono incantate, magiche. Ma c'è davvero una differenza abissale tra un mondo scandito dal succedersi delle stagioni in un paese di collina, e il mondo in cui il tempo è misurato dal mutare dei consigli per gli acquisti, che forse sono persino la parte più guardabile della televisione, e si aspettano le svendite e le vacanze e il weekend tutti in fila.

Per carità, c'è il fascino anche in una fila a un casello d'autostrada per il bambino che la vede per la prima volta, e i suoi giochi al computer sono pieni di luci e colori. Lui da grande, se farà lo scrittore, se ci saranno ancora scrittori, magari scriverà "l'aeroporto". Un libro pieno di nostalgia per quando si viaggiava in gruppo e non si atterrava con il proprio aereo per famiglia sul tetto di casa".


Severini, che veramente sembra aver letto tutti i libri, usa una scrittura misurata e nitida che colpisce per la sua bellezza e a proposito dei suoi modelli letterari mi dice:


"Non so più davvero quali siano i miei riferimenti. Ho avuto, come tutti quelli che scrivono, grandi amori anche poco compatibili fra loro.

Per esempio, per parlare degli italiani, Arbasino su tutti. Ma non ho mai immaginato che potesse diventare un modello appena perseguibile.

Ho amato Coccioli (lo straordinario Coccioli del Piccolo Budda), Saba (Ernesto) e potrei continuare con un elenco molto lungo che, se poi inserissimo autori di altre letterature, diverrebbe incontenibile.

Si legge. Si ama. Forse si metabolizza. Ma poi si cerca il proprio suono. Il suono delle storie da raccontare. E quello paga chissà quanti debiti alle proprie letture, ma non si è più in grado di capire a chi si sta facendo il verso, o comunque di chi si sta applicando la lezione".


Ad un'ultima domanda sul rapporto tra omosessualità e letteratura, Severini, dopo aver chiarito le ragioni della diffidenza nei confronti di una "letteratura omosessuale" aggiunge:


"detto questo, credo sia importantissimo e fondamentale che ci sia una letteratura che racconti storie omosessuali.

Forse ricorderai che c'è un saggio di Fernandez, Il ratto di Ganimede, in cui si sostiene che l'omosessualità ora che è venuta alla luce non è più creativa. La fine della repressione omosessuale coincide anche con la fine del suo primato artistico. Tesi suggestiva. A cui si può obiettare che la repressione non è finita.

E comunque è durata così a lungo che l'omosessualità ha bisogno di recuperare la sua memoria e di cercare i suoi modelli.

L'infelicità di chi si scopre omosessuale e sa che per questo darà a sua madre il più grande dolore della sua vita è ancora una realtà.

E produce una qualità di sofferenza che forse solo la letteratura può talvolta tentare (dico tentare) di medicare".



Completamente diverso il mondo rappresentato nel romanzo di Demarchi I fuochi di San Giovanni.

Se nel romanzo di Severini l'omosessualità è avvolta nell'ipocrisia tipica della provincia italiana - e basta vivere un po' in provincia per cogliere la paradossale attualità di quel mondo apparentemente così lontano - nel romanzo di Demarchi, ambientato nella realtà metropolitana di Torino, gli omosessuali sono "praticamente normali" e il narratore si può anche divertire ad aggredire con sferzante ironia modi di vita e mode di certi ambienti, che tendono ad esibire particolari aspetti dell'omosessualità.

È il caso del fetish party descritto nelle prime pagine del romanzo, quando il protagonista si trova per caso "in 'sto disco pub sponsorizzato dall'Arcigay", allarmato, in ansia e assolutamente estraneo e ostile, "in mezzo a quella gioventù borchiata, in canottiera, che premeva alla cassa e già si salutava a distanza con la stessa grazia cinguettante di certe abbonate piemontesi allo Stabile di Torino, nella hall del Teatro Alfieri".


Il libro di Demarchi racconta di due giovani, Sandro e Gabriele, che dopo essersi persi di vista per alcuni anni, decidono di condividere un piccolo appartamento dalla parte di Porta Nuova a Torino.

Qui scoprono di amarsi e vivono la loro storia d'amore che, tra tenerezze e affettuosità, litigi e incomprensioni e un senso diffuso di smarrimento e di sgomento, segue la sorte, comune a tutte le relazioni - oltre che a tutti gli Imperi (direbbe Arbasino) - : declino caduta e fine.


Torinese, autore già di due romanzi popolati da un variegato e ironizzato mondo giovanale (Sandrino e il canto celestiale di Robert Plant, Transeuropa-Mondadori 1996) e Il ritorno dei granchi giganti, Theoria 1997), in questo romanzo Demarchi si confronta con il tema della coppia, con la sofferta trasformazione di un amore in amicizia e con un più incisivo scavo nell'interiorità dei personaggi.

Ma non si tratta di una storia triste. Anche quando si descrivono situazioni drammatiche, Demarchi riesce sempre a smitizzare e a cogliere il lato comico che si nasconde sempre dietro ogni tragedia, con un effetto fortemente liberatorio. E questo grazie a uno stile originale, con momenti particolarmente felici (come l'avverbio di nuovo conio ognimmodo che ricorre con insistenza in tutto il romanzo), che sembra nascere da una rielaborazione tutta personale della lezione di Pier Vittorio Tondelli:


"Tondelli è stato, ed è tuttora un maestro", mi dice Demarchi, "insieme ad Arbasino e ad alcuni americani (Carver, Salinger, Selby jr) che continuo a rileggere.

L'incontro con Tondelli, a vent'anni, quando lessi Pao Pao, fu per me una rivelazione e una folgorazione - la scoperta della scrittura come esperienza immediata, disponibile, non letteraria, la scrittura che viene prima del romanzo o del racconto, prima del genere letterario e della trama, che nasce dal parlato, dal vissuto.

Pao Pao per me era tutto questo, insieme alla possibilità di tentare l'avventura, senza alcuna esperienza, di mettersi alla macchina da scrivere e provare a buttare giù un romanzo, così, senza una trama in mente, senza un progetto, solo affidandosi allo spirito dell'imitazione, alle emozioni, al suono, al ritmo delle parole che, come per incanto, diventano le tue parole che provano a intonarsi e accordarsi alla voce dei tuoi ricordi, alla verità della tua esperienza personale, individuale o di gruppo.

Rileggere oggi Tondelli è un continuo nutrimento. Le sue pagine illuminano ogni volta qualcosa di nuovo della scrittura, il peso delle parole, ad esempio, l'importanza di essere onesti quando si scrive, di prestare attenzione non solo al ritmo della frase ma anche alle sue aperture di senso, al luogo da cui si parla".


Contrario a etichette e categorie, "invenzioni di critici e giornalisti", ma convinto che

"scrivere è svelare il proprio mondo sapendo che lo si può condividere, sapendo che scrivere e leggere fanno parte della stessa attitudine, vocazione forse, a ricordare, rivivere, illuminare di nuove considerazioni e intensità la propria vita",


Demarchi si mostra molto scettico a proposito della maggiore diffusione di libri a tematica omosessuale di cui si parlava all'inizio:


"Non vorrei essermi perso, come si dice, qualche puntata, ma francamente non vedo, nell'attuale panorama dell'editoria italiana, tutta questa esplosione, questi sons et lumières di romanzi a tematica gay.

Qualcosa senz'altro mi sarà sfuggito e dunque, se davvero sono sempre più frequenti in Italia i romanzi legati al tema dell'omosessualità, be', non può essere che un ottimo segno, un'occasione per far festa.

Se guardiamo però al cinema, dove le storie che raccontano il mondo gay sono sempre più ricorrenti, anche nel cinema italiano, la mia impressione è che, nonostante i passi avanti fatti per superare certi clichés, qualcosa ancora non funzioni.

Il limite di tutte queste storie(e parlo qui anche di certi romanzi di scrittori inglesi) risiede ancora, secondo me, nel considerare l'esperienza dell'omosessualità appunto come un'esperienza o una condizione - nel raccontare la vita di un gay come un fatto eccezionale che orienta e condiziona l'intero soggetto fino a diventare una "tematica" o un "genere".

Bisogna inoltre considerare che il successo di un film come Le fate ignoranti, che è comunque un discreto film, con due o tre cose giuste, tipo il senso dell'amicizia, la dimensione del gruppo, è dato dalla presenza di un personaggio femminile eterosessuale come protagonista, una donna etero che rilegge il mondo gay con il quale si confronta, con gli occhi di un'estranea in visita a un posto che non conosce e che vuole scoprire, così come se si trattasse di esplorare una grotta o il fondo marino.

Lo spazio vero di uno scrittore o di un regista dovrebbe sempre riguardare, secondo me, ciò che è in continuità col proprio essere, e quindi anche nel raccontare le storie dei gay è l'onestà del narrare data da questa vicinanza quello che più conta; insomma, la vita di un omosessuale vale per quella che è, è una vita come quella di chiunque, di chi lavora, paga l'affitto, s'innamora, si lascia eccetera.

La dimensione umana, "terrestre" mi verrebbe da dire, è un po' quello che manca in tutte queste storie, anche nelle più riuscite".
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