Pallanza 1904: il terribile "Scandalo dei Marianisti"

Nel lontano 1896 il sindaco di Pallanza, Giuseppe Cavanna, volle darsi da fare per conservare nella sua città la presenza di scuole superiori e del regio Ginnasio.

Per tale scopo veniva ad essere di primaria importanza la costruzione di un collegio e magari di qualche altra scuola di formazione; dal momento però che le casse comunali non erano certo in grado di far fronte a tali spese, invitò alcuni religiosi francesi dell'ordine dei Marinisti a fondare nell'idilliaca cornice del lago Maggiore un proprio istituto.

A tal proposito il comune di Pallanza cedette un vasto terreno collinare presso la località Castagnola e su di esso i padri Marinisti costruirono un "grandioso stabilimento a cinque piani per adibirlo a collegio-convitto".[1]

Non tutti furono contenti di quell'operazione che, si mormorava, privilegiava eccessivamente i religiosi seguaci di Guillaume-Joseph Chaminade: vi si opposero le forze politiche di minoranza, gli anticlericali e persino chi sosteneva che "l'impiantarsi di quella congregazione a Pallanza aveva lo scopo di combattere il collegio dei Rosminiani, che sorge a Stresa..."[2].

I lavori di costruzione vennero affidati all'architetto Febo Bottini e nel 1901 i primi religiosi poterono abitare nella nuova struttura. Sempre nello stesso anno il parroco di Pallanza don Emilio Sacco ed il sindaco Agostino Viani si diedero da fare per trasferire presso il nuovo istituto la Scuole Tecniche ed il regio Ginnasio.

La direzione spettò al padre Teodoro Juglar, anche se sui contratti e sugli atti ufficiali era scritto che risultava padre Eugenuo Burg sia direttore delle scuole, che proprietario ed amministratore del collegio.

La nuova istituzione sembrava funzionare in modo ottimale, dal momento che vi erano ospitati sia giovani di famiglie note e benestanti, che delle classi meno abbienti e di anno in anno si andavano ingrossando le file degli alunni.

E' interessante notare un particolare curioso che appare sul quotidiano "Il Tempo": " Nel convitto, ma staccato da questo, erano alunni raccolti in famiglie povere, gratuitamente tenuti, non conviventi con gli altri compagni e soggetti a speciali fatiche religiose".[3]

A distanza di pochi anni, in un'epoca che vedeva la società civile spaccata fra clericali ed anticlericali, scoppiò tuttavia un grave scandalo che coinvolse il collegio e che ebbe per protagonista lo stesso padre Burg.

Il quotidiano "Il Tempo", che certamente non veniva annoverato fra la stampa filoclericale, fornì una breve descrizione del marianista Eugenio Burg: "Chi era padre Burg? Un alsaziano, profugo dalla Francia, dove non avevano voluto saperne dell'opera sua educativa e del suo ordine; nell'abito marianistico, corretto nei modi, gentilissimo sempre, angoloso e acceso nel viso magro, con un leggero tremito costante alle mani, era notissimo ivi e dintorni; delle qualità morali ed educative sue e dell'ordine, al quale egli appartiene, aveva dato ampio affidamento il cavalier Viacci, e perciò nessuno avrebbe mai pensato alla possibilità di un'accusa quale è l'attuale"[4].

Ma cos'era successo di tanto grave? "Tra due ragazzi pallanzesi e frequentanti il collegio dei Marinisti, ecco sin da venerdì scorso scoppiare un diverbio durante il quale, incollerito, uno dei ragazzi affibbia all'avversario un epiteto soverchiamente... espressivo. Il padre di uno dei contendenti ode e credendo in sulla prima trattarsi di una pura e semplice locuzione battagliera, redarguisce il ragazzo offensore e lui si spiega ancora più chiaramente e racconta quanto gli è noto delle messe nere del gesuita. L'uomo rimane male e si accinge a recarsi tosto a denunciare presso qualcuno l'ignominia; quand'ecco sulla via farglisi incontro un amico, un macellaio, a cui gli occhi scintillano di dolore.

- Sai ciò che mi accade? - Comincia l'uno

- Non sarà mai eguale a ciò che succede a me - Ribatte l'altro.

I due si spiegano; il macellaio ha ricevuto dal proprio figliolo, ex convittore dei Marinisti, proprio allora la identica confessione; i disgraziati volano entrambi dall'assessore scolastico e la mala nuova si diffonde come fulmine per la borgata"[5].

La bomba era ormai scoppiata in tutta la sua potenza.

Per il giornale socialista "L'Aurora", era un "pancia mia fatti capanna": "A Pallanza è successo quello che fatalmente doveva succedere e succederà nello stolido sistema di far educare i figli da tonsurati, i quali nella loro pazzesca libidine trascinano una vita delle più infami..."[6], mentre "Il Tempo" intitolava "Le infamie del convitto dei Marinisti a Pallanza - Le turpitudini innominabili del padre gesuita Burg"[7]; di questo tenore erano anche gli articoli riportati dagli altri quotidiani, sia da quelli anticlericali, che da quelli filoclericali, ai quali conveniva una linea di dura condanna se non verso l'ordine religioso, quantomeno verso padre Burg.

Nel frattempo, come consigliatogli da padre Juglar e dagli altri confratelli, il religioso aveva furtivamente abbandonato il collegio a bordo di una carrozza e di lui si persero le tracce. Un aiuto nella fuga e quindi una responsabilità comune? Riportò "Il Tempo": "E mentre il cuore sanguina a vedere giovinetti innocenti così infamemente deturpati da questo assassino di anime giovanili, sfuggito alla pena con una sollecita corsa all'estero consigliatagli dai capi, ci domandiamo quale possa essere per avventura la responsabilità dei suoi colleghi marianisti del Convitto; pur troppo l'interesse fa dire da alcuni che la colpa di uno non offende tutto l'ordine..."[8].

Si precipitarono al collegio i genitori preoccupati degli alunni "a ritirare risolutamente i loro figli", ma anche "gli scolari rimasti fanno sentire la loro volontà di uscire con urli e schiamazzi"[9].

La cittadinanza era indignata ed offesa per l'accaduto, "non trascriviamo le invettive che il popolo lancia contro a questi forastieri"[10]. La giunta comunale fu costretta a sedute prolungate, a discussioni interminabili con il resto del consiglio sulla gravità della situazione ed in particolare sui contratti stipulati con i marinisti.

Fu richiesto l'intervento energico del Consiglio Scolastico provinciale, in modo da far sì che "l'onore della Città sia incontaminato"... "E' evidente di quanta antipatia sia ora già fatta segno questa Congregazione per questi fatti ignobili, per quanto personali, e senza dubbio la cittadinanza non vuol più saperne"[11]. Ed ancora, causticamente, "Il Tempo": "Qui infatti (dopo un'ipotetica chiusura del convitto, ndr.) sorge una curiosa questione, nella quale noi auguriamo che l'autorità intervenga a tagliar corto ed a liberare il paese da tutta questa immondizia marianistica"[12].

La tensione popolare andò crescendo quando si seppe che l'autorità giudiziaria avena in un certo qual modo le mani legate, poiché mancava la querela di parte. Dal momento che padre Burg deteneva comunque la patria potestà degli alunni ospitati presso il collegio, molti lessero in questa presa di posizione la volontà di non procedere e quindi di mettere tutto a tacere.

Tuttavia il prefetto volle comunque vederci chiaro, interrogò i ragazzi ed appurò le responsabilità del Burg. "Nell'interrogatorio avvennero scene commoventi, perché a tutta prima i ragazzi cercavano di negare ogni cosa, ma poi stretti dalle rivelazioni fatte dai compagni, confessarono di essere stati vittime di atti turpi del Burg"[13].

Si parlò anche di malattie: "A quanto si dice queste cose vergognose avevano cominciato a verificarsi fin dal 1902; nello scorso carnevale due ragazzi erano stati seriamente ammalati"[14], ma il dottor Guglielmo Massazza, il medico che aveva visitato gli alunni convittori, negò l'esistenza di patologie "dipendenti da fatti della natura di quelli imputati al prof. Burg"[15].

Pochi giorni dopo il Ministero della pubblica Istruzione ordinò la chiusura provvisoria del collegio "colla massima soddisfazione della cittadinanza civile e religiosa unanime, stomacata dalle turpitudini del Burg e più ancora nauseata dei vani sforzi dei suoi turibularii per coprire lo scandalo"[16] e, come informano i quotidiani d'allora, i ragazzi ospitati gratuitamente ed i padri marinisti furono ospitati nella loro Casa di Roma.

Intanto la bagarre fra clericali ed anticlericali non accennava a terminare. Quasi ogni sera venivano organizzate a Milano e in altre città serate di discussione e comizi sui fatti di Pallanza, nei quali intervenivano personaggi di ogni estrazione politica a condannare o ad appoggiare la presenza delle congregazioni religiose nel settore scolastico ed educativo dei giovani. Di tanto in tanto i dibattiti sfociavano in veri e propri incidenti, con democristiani, socialisti, repubblicani, anarchici e persino qualche prete che se le suonavano di santa ragione.

Lo scandalo dei Marinisti di Pallanza ebbe uno strascico che si protrasse diversi anni e si accompagnò ad altri episodi simili accaduti in altri collegi italiani.

Umberto Bianchi, che dalle colonne del "Corriere di Catania" del 1908 attaccava duramente von Gloeden e quello che lui riteneva un "commercio di giovani da parte dei tedeschi", riassunse lo scandalo di Pallanza in un aggettivo: "Difatti... pallanzerebbe il prete, alfonsinerebbe la Taide Fumagalli, ove l'uno e l'altro avesse il mezzo legale e naturale di sciogliere i debiti dell'orgasmo?"[17].

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