Edmund White

28 ottobre 2005

Confesso che l'idea di cenare al "Biondo Tevere" è stata mia. Per due motivi non secondari. Il primo di natura sentimentale: è lì che Visconti girò una memorabile sequenza di Bellissima con la Magnani e Walter Chiari.

Il secondo invece è strettamente logistico. Incontriamo ­ e festeggiamo - Edmund White al circolo Mario Mieli di via Efeso, sull'Ostiense, dietro San Paolo fuori le mura. A un passo dalla trattoria, dunque. Così, dopo l'incontro che si rivela come previsto giustamente affollato, non dobbiamo intrupparci in venti automobili e girare per questa sublime ed esausta Roma di giugno.

La serata è magnifica, calda ma ventosella al punto giusto, stormi di gabbiani roteano in un infinito tramonto che sembra essere commissionato apposta per noi dall'Azienda Autonoma di Soggiorno (ma la notte ci sorprende ancora in attesa della pizza mordicchiando delle crocchette un po' così).


Con Edmund sudiamo sotto le giacche abbandonate dopo un minuto sulle spalliere delle sedie. E ridiamo ­ lui contento come un ragazzino in vacanza ­ a guardare le vocianti famiglie romane ai tavoli accanto. La caciara è proverbiale in questo vecchio ristorante affacciato sull'ansa del fiume. Il vino sfuso, qualcuno di noi suppone perfidamente, è direttamente pescato dal ­ biondissimo - Tevere.

White ci racconta che questa Roma è ben diversa dalla sua prima volta negli anni Settanta. Non conoscendo nessuno, con qualche risparmio, era approdato nell'appartamento di un altro americano, scoprendo ben presto che l'ospite non pagava le bollette da mesi. Lui, da bravo ragazzo dell'Ohio, aveva provveduto.

C'era poi stata anche una casa in vicolo del Leopardo a Trastevere che White ha descritto nella Sinfonia dell'addio con commossa e pungente nostalgia. Un appartamento lugubre e zeppo di mobili preso in affitto da una nobilastra lunatica e pazza.


Fra le altre qualità lui ha questa straordinaria capacità di raccontare l'Europa senza sentimentalismi. Partecipazione tanta, e di lega preziosa, ma sdolcinature da americano in visita neppure una, mai. Per questo la sua Roma è così rotonda, lucida e ubriaca, cinica e insieme infantile. Come in effetti è.

Questa volta ci è tornato per l'estate con il suo compagno Michael Carroll (anche lui autore, a presto il suo esordio a New York con una raccolta di racconti) per scrivere qui le sue memorie.


Memorie che saranno non cronologiche ma per argomento: un tanto per i viaggi, un tanto per i luoghi, un tanto per gli amori, e così via.

"Provo a lavorare qui, ma è difficile. Questa città, questo vostro paese è troppo meraviglioso, un circo, una festa tutti i giorni".

Al tavolo con noi ci sono altri autori venuti a festeggiarlo: Francesco Gnerre, Ivan Cotroneo, Errico Buonanno, Gianni Rossi Barilli, Tommaso Giartosio, Andrea Pini (che ha da poco pubblicato con Stampa Alternativa Omocidi, una serrata inchiesta sugli omosessuali uccisi in Italia dal 1990 a oggi), l'editore della nuova Playground Andrea Bergamini, e altri amici, artisti, librai.


White, che è tradotto in tutto il mondo, dice che in Italia deve tutto a Piero Gelli che lo ha scoperto pubblicando per Einaudi i primi romanzi Un giovane americano e E la bella stanza è vuota, e con Baldini & Castoldi La sinfonia dell'addio e L'uomo sposato, romanzi che lo hanno reso celebre anche da noi.


Nel 2002 è uscita con DeriveApprodi la raccolta di racconti Scorticato vivo con una bella prefazione nella quale David Leavitt ricorda come gli scrittori della sua generazione guardassero a White come al loro indiscusso maestro.

Leavitt accenna anche alla querelle che infiammò la scena letteraria americana all'uscita della Sinfonia. Fu duramente attaccato dall'altro mito, Larry Kramer, che lo accusava di aver voluto fare l'apologia della New York erotica ­ e per questo perversa e condannabile ­ nella quale si era sviluppato il virus dell'Hiv. Kramer non sopportava la scanzonata malinconia del romanzo, nel quale sono mescolati coscienza politica e bar d'infimo ordine, ricordi di famiglia ed emancipazione, rimpianto e desiderio.

White rispose ­ e ancora lo sostiene con forza ­ che non è chiudendo i ritrovi gay che si combatte l'Aids. Semmai è il contrario. La rinuncia alla visibilità, delle conquiste e della gioia anche erotica (con tutte le precauzioni del caso) è il vero addio, il vero arrendersi. In questo la sua opera è politica in profondo. È il suo scatenato sguardo d'artista che svela in ogni pagina i mutamenti delle comunità gay non solo americane, l'intrigo degli amori, gli appunti di viaggio, la pietas per gli amici che se ne vanno, in un girotondo intensamente, essenzialmente umano.


Questo romanzo si è così rivelato anche il manifesto della nostra storia recente. E non è casuale il richiamo nel titolo alla sinfonia n. 45 di Haydin in cui gli strumentisti abbandonano ad uno ad uno l'orchestra lasciando soli due violini. Come sottolinea Leavitt: "Un enorme talento artistico e poco rispetto per le convenzioni". Cosa che ha infastidito molti, a cominciare dalla sua sostenitrice Susan Sontag.


Ma c'è un'altra cosa che mi pare importante dire: White, nella vita come nella scrittura, è sorretto da un irrefrenabile umorismo, una leggerezza incantevole.

La sorpresa nelle sue pagine è anche questa, nessun narratore contemporaneo è così drammatico e allo stesso tempo divertente come lui.

Soprattutto nessun narratore strettamente autobiografico, come White stesso si definisce.

Ed è grande proprio quando si confronta con l'erotismo, materia quasi irraccontabile in letteratura, se non immersa in uno stato di grazia e innocenza.


Nei suoi anni francesi ­ ha vissuto stabilmente quindici anni a Parigi ­ è nato anche il suo amore per Genet: "Sette anni di ricerche. Era incredibile, nessuno sembrava sapere niente della sua infanzia, delle sue origini". Un lavoro immenso raccolto in Ladro di stile. Le diverse vite di Jean Genet pubblicato in Italia da Saggiatore nel 1998. Seicento pagine avvincenti come e più di un romanzo.

Dispiace che l'altro suo grande ispiratore a cui White ha dedicato una biografia, Marcel Proust, non sia tradotto da noi. "Ad un certo punto, però, dovetti tornare negli Stati Uniti: non capivo più chi ero, se un americano prestato all'Europa o un parigino che guardava con sospetto alla sua ex-patria. Era come vivere in un continuo jet-lag".


A Parigi conobbe il suo compagno poi morto di Aids, Hubert Sorin, sul quale plasmò il personaggio di Julien nell'Uomo sposato.

In questo romanzo White racconta anche se stesso in terza persona nello sbilenco appartamento sull'Ile Saint-Louis affacciato sull'abside della chiesa:


"Austin poteva starsene a letto e guardare il tetto della chiesa, ricoperto di ardesia e in forte pendenza, e un'enorme voluta di pietra di quasi tre metri di circonferenza, scolpita in modo da assomigliare a una spirale che si richiudesse su se stessa e leggermente schiacciata sulla punta.

Siccome pioveva quasi sempre, Austin la considerava una gigantesca lumaca che un giorno avrebbe anche potuto spostarsi in avanti sulla grossa zampa appiccicosa. I piccioni si riparavano dalla pioggia nella grondaia fuori della finestra e tubavano pacifici, e se Austin si trovava dietro la finestra o la spalancava come una porta a due battenti e si sporgeva dalla ringhiera, lo guardavano con i loro occhietti rossi senza la minima agitazione. Se avesse ancora fumato, in quei momenti avrebbe acceso una sigaretta."


In questo romanzo, ideale proseguimento della Sinfonia, White descrive la malattia e la morte in Marocco del compagno, un'agonia spaesante punteggiata però, anche qui, da lampi di spirito nero. Come quando Austin decide di regalare l'orologio d'oro di Julien a un amico:


"Sei sicuro di non volerlo, petit Austin?".

Da quando era morto Julien, Robert aveva preso la sua abitudine di chiamarlo Petit, nonostante fosse un soprannome ridicolo per un americano grasso e con i capelli bianchi come Austin.

"No, no, è per te," disse Austin, felice di sbarazzarsi dell'orologio d'oro.

Sapeva che Julien lo teneva in gran conto, ma non poteva fare a meno di pensare che faceva terribilmente... be', Las Vegas ed era... be', volgare.

Anche formulare un simile pensiero era sacrilego, e Austin sorrise con aria triste".


Finalmente arrivano le pizze, accolte con grande entusiasmo e sollievo.

I gabbiani gridano anche loro, come i nostri vicini, sull'apparire della prima stella.

Tutta Roma sembra seduta in terrazza a cenare. Edmund ride ancora attaccando la sua Margherita: "Ah, mangiare e scrivere! Non è male la vita, vero?"
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