L'identità omosessuale: cos'è, a che serve, come si cucina

"Io sono io perché il mio cagnolino mi riconosce quando torno a casa".
(Natalie Barney)

1. - Premessa

A scuola ci hanno fatto studiare che il "Principio di identità" è ciò che ci fa dire che "A è uguale ad A" e grazie al quale "A non può essere non-A".
Tradotto in termini terra-terra questo significa che il "principio di identità" ci serve a:
1) identificare, per l'appunto, un oggetto, una persona, un fenomeno, in base alle sue caratteristiche e,
2) ci autorizza a credere che tali caratteristiche tendano a rimanere tali a meno che non intervenga qualcosa a modificarle.

Questo principio, come ho appena detto, si applica non solo ad oggetti, ma anche alle persone, fra le quali in primo luogo a noi stessi. Fin da piccoli anche noi abbiamo infatti imparato ad utilizzare questo principio applicandolo a noi stessi: abbiamo cioè imparato a "riconoscerci", magari allo specchio, e a dire che "io sono uguale a me stesso", e "non posso essere altri che me stesso".
Abbiamo persino imparato che se si è incapaci di compiere questo ragionamento ("A = A", cioè: "io sono io") allora si soffre di turbe della psiche anche gravissime (dall'amnesia via via fino alla schizofrenia, che è l'esempio più spettacolare di incapacità di identificare un "me stesso" stabile e uguale a se stesso).

Ovviamente voi sapete benissimo che queste che sto enunciando sono grossolane semplificazioni. Ma tant'è: questa grossolanità è inevitabile. Le idee ed il linguaggio che usiamo sono arbitrari, convenzionali: non contengono e non possono contenere "verità", ma solo "opinioni" convenzionali o comunque riducibili a convenzione.
Non mi è quindi possibile possedere o enunciare "verità" sull'identità omosessuale: io ho solo una serie di problemi (importantissimi), di domande (importantissime) e di proposte (ovviamente "importantissime"...).
Quanto alle soluzioni, anticiperò qui quella che ritengo l'unica che abbia senso quando si parla di identità: ognuno di noi deve faticosamente, da solo, trovare la propria.
L'identità è infatti per definizione il risultato di un lavoro individuale: se manca questo lavoro, manca l'identità.
Non è possibile proporre, imporre o togliere ad un'altra persona un'identità: il massimo che si può fare in questo campo è confonderle le idee riempiendole il cervello di informazioni sbagliate e fuorvianti, oppure viceversa chiarirle le idee fornendole dati che l'aiutino a decidere in senso positivo. Proprio quello che fa la società con le persone omosessuali, o quello che cerchiamo di fare noi gay e lesbiche militanti con le persone omosessuali che non si sono ancora "accettate" come gay.

L'identità, ho detto, è il frutto, il risultato di un processo. Eppure quando noi pensiamo alla nostra identità, al nostro "io sono", lo facciamo come fosse piuttosto il punto di partenza del nostro essere, e non certo un punto di arrivo.
Un giorno, nella prima infanzia, scopriamo di essere noi stessi, impariamo a riconoscerci, e da quel momento abbiamo dentro di noi la coscienza di quel che siamo (eccola qui la nostra "identità") mentre al di fuori di noi, ben separato, resta ciò che sono gli altri, e ciò che gli altri, eventualmente, pensano di noi.
Sbagliato. Io non sono libero di decidere a mio capriccio ciò che sento di essere. La mia identità si forma non attraverso la contemplazione di me stesso (per quanto splendido io sia...), bensì attraverso il continuo confronto fra ciò che io penso di essere, e ciò che gli altri pensano che io sia.
Faccio un esempio. Io posso anche convincermi di essere Napoleone e assumerne quindi l'identità, ma non sarà certo per il fatto che io credo d'essere Napoleone che lo sarò davvero: sarò al più, e sarò giudicato (giustamente) un matto che si crede Napoleone.

2. - L'identità si forma dal confronto fra me e quanto accade fuori di me.

Dunque stabiliamo qui il primo punto fermo: la mia identità si forma, in primo luogo, attraverso il confronto fra me e, non "ciò che accade dentro di me", bensì "ciò che accade al di fuori di me".
Natalie Barney ha riassunto questo paradosso in una frase di fulminante bellezza: "Io sono io perché quando torno a casa il mio cagnolino mi riconosce".
È una frase geniale. Noi siamo noi perché, o per meglio dire "anche" perché, ci rispecchiamo in quello che gli altri vedono di noi.
È un dato di fatto che ciascuno di noi non potrà mai vedere il proprio viso se non attraverso uno specchio: nello stesso modo ciascuno di noi per rispondere alla domanda "chi sono io?" ha bisogno di quello "specchio" che sono gli altri.

3. - L'identità non può essere imposta dall'esterno.

Sono dunque gli altri a stabilire la nostra identità? Naturalmente no.
Qui è anzi possibile stabilire il secondo punto fermo, che è talmente evidente che nessuno si lamenterà se non mi metterò a dimostrarlo.
Il secondo punto è questo: l'identità non può esserci imposta dall'esterno.
Per riprendere l'esempio di prima: non basta certo che gli altri mi dicano che io sono Napoleone per convincermi di esserlo: e se è per quello non basta nemmeno che mi dicano che non lo sono, per convincermi che non lo sono, se io mi sono messo in testa di esserlo.
L'identità nasce insomma dal sottile equilibrio fra la vocina che dentro di me dice: "io sono", e quello che attorno a me gli altri mi dicono "tu sei".
Il punto in cui si deve collocare il mio "io" è esattamente sulla linea di confine tra ciò che io penso di essere, e ciò che gli altri pensano che io sia.
Spostarsi al di qua o di là di quella linea è catastrofico: sia dando retta solo a se stesso sia dando retta solo agli altri finisco per perdere il contatto con la realtà, che è fatta sempre da me più gli altri, al tempo stesso.

Ma cosa succederà, vien da chiedersi, quando "ciò che gli altri pensano di me" contiene una dose più grande dell'abituale di calunnie e intenzionali denigrazioni?
Qui stiamo già parlando di identità omosessuale, perché ciascuno di noi ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze (devastanti) che si hanno quando la vocina degli "altri" che dice "tu sei" mente spudoratamente e sempre.

Cosa succederà, chiedevo, se gli "altri" mentono nel dire "tu sei"? Succederà quello che è accaduto a dodici-diciotto anni a tutti noi froci e lesbiche: diventerà difficilissimo assumere un'identità equilibrata, tale da non creare contraddizioni in noi stessi.
Se infatti coloro che amano le persone del loro sesso sono chiamate "omosessuali", e se io scopro che io amo le persone del mio sesso, ne consegue che io sono omosessuale, e mi definirò tale, no? Ebbene, no: sappiamo fin troppo bene che questo sillogismo non è mai così semplice.
Se infatti l'omosessualità non fosse presentata nel modo in cui è presentata nella nostra società, il ragionamento sarebbe semplice e banale come quello che ho appena fatto. Il punto è che per fare quel ragionamento ho dovuto trascurare un elemento molto importante: la propaganda anti-omosessuale, che introduce una serie di distorsioni tali da rendere impossibile quel tipo di sillogismo.
In effetti il ragionamento che fanno praticamente tutti gli e le omosessuali quando scoprono le loro pulsioni è più o meno questo, molto tortuoso:
"Se coloro che amano le persone del loro sesso sono chiamate/i "omosessuali", e se le/gli omosessuali sono (come tutti ben sanno) assassini, ladri e stupratori, e se io scopro che io amo le persone del mio sesso ma non sono e so benissimo di non essere né un assassino, né un ladro né uno stupratore, ne consegue che...". Ne consegue che a questo punto io avrò un gran casino nella testa, non saprò più come definirmi, né quale identità assumere: ecco cosa ne consegue.

Ne consegue che per poter accettare la mia identità di omosessuale io dovrò, per prima cosa, riuscire a sgrovigliare chi fra me e la società sbaglia.
Devo riuscire a dimostrare a me stesso che la società mente quando afferma che lesbiche e gay sono assassini, ladri e stupratori: se invece non riesco a farlo (e molti esseri umani non hanno gli strumenti intellettuali - che sono politici prima che culturali - per farlo), allora dovrò rinunciare a quell'identità.

4. - Se il gioco della dialettica sociale io-altri è truccato.

Ora, la dimostrazione del fatto che la società mente sarebbe di per sé semplice, se non esistesse un imponente apparato propagandistico che ha per solo scopo impedire di reperire le informazioni utili a smontare il preconcetto secondo cui ogni omosessuale è assassino, ladro e stupratore.
La costruzione della propria identità omosessuale risulta così uno dei processi più dolorosi, laceranti, ansiogeni che si possa chiedere a un essere umano.

Non c'è solo il problema dell'essere "diverso": c'è in più anche il problema che Hans Christian Andersen, che guarda caso era omosessuale, ha sintetizzato tanto bene nella favola del Brutto anatroccolo: il "complesso del brutto anatroccolo", il "complesso del cùculo".
Gli ebrei, per fare un esempio, sono "diversi"; però nascono da famiglie ebraiche: viene loro insegnato che la loro "diversità", ha un significato ed un senso, imparano di essere parte di un gruppo.
Le persone omosessuali invece, tutte le persone omosessuali, nascono da famiglie non-omosessuali. Ciascuno e ciascuna di noi cresce credendo di essere non un cigno quale in realtà è, bensì un "brutto anatroccolo"; un'anatra "sbagliata", goffa, inadeguata.

Questa sensazione non fa altro che alimentare il sospetto che la definizione che la società dà degli omosessuali come assassini, ladri e stupratori non sia poi del tutto sbagliata.
Da qui nasce il terrore che possa essere vero il sospetto di celare dentro di me un assassino ladro stupratore che non ho ancora scoperto, ma che è lì appostato in agguato, pronto ad emergere non appena accetterò di definirmi, tremo a pronunciare la parola, "omosessuale".

Da qui nasce la non-volontà di guardarsi dentro che caratterizza così drammaticamente le persone omosessuali: pensate a tutti quegli uomini gay che vivono la loro omosessualità cercando di non pensare mai a quello che sono e a quello che stanno facendo, che usano il sesso come una droga per non fermarsi mai a pensare, che arrivano ad "essere" solo in quanto "sono desiderati" per il sesso, secondo la famosa battuta: "Coito ergo sum"!

Per farla breve: nasce da qui quella somma difficoltà ad "accettarsi" che fa sì che tutti noi conosciamo decine di persone omosessuali che, magari anche in età avanzata, non sono ancora "riuscite ad accettarsi", non sono cioè riuscite a far combaciare la loro esigenza interiore di assumere un'identità omosessuale con l'immagine che la società eterosessuale ed omofoba ha appiccicato all'identità omosessuale.

L'ho detto all'inizio: la nostra identità si costruisce in una dialettica fra me stesso e gli altri, ma qui il gioco è truccato, la società usa intenzionalmente specchi deformanti: bara, mente.

Questo discorso potrà sembrarvi forse un po' estremizzato, ma l'esistenza di questa dinamica è riconosciuta in primo luogo dai nostri nemici, a cominciare dai cattolici. Pensiamo solo, per esempio, con quale accanimento essi vogliono impedire che gli e le adolescenti abbiano sull'omosessualità informazioni direttamente dagli omosessuali: pensiamo ai casini che vengono fuori ogni volta che si va a parlare in una scuola: Consigli d'Istituto che protestano, genitori che danno fuori di testa eccetera.

Il motivo: i ragazzi di quell'età sono impressionabili, la vista di omosessuali potrebbe "sviarli" dalla costruzione di un'identità comunque eterosessuale, potrebbe "suggestionarli" e via delirando. Tutte queste affermazioni postulano, come avrete notato, il dovere sociale di impedire che agli e alle adolescenti arrivino immagini di un sé diverso da quello eterosessuale. "Per il loro bene", ovviamente.

E come se, per riprendere l'esempio fatto dalla Barney, la società eterosessuale fosse entrata nelle nostre case, avesse rapito i nostri cagnolini, e li avesse sostituiti con robottini bionici che quando rientriamo a casa ci dicono: "ti riconosco, sei tu: infatti sei una balena rosa".
A furia di essere trattati da balene rosa si finisce, dopo un po', a chiedersi se siamo pazzi noi o se sono pazzi gli altri. Per fortuna chiunque abbia capito chi sono gli eterosessuali sa che è palesemente vera la seconda ipotesi...

5. - Tutte le identità vanno negoziate.

Tutto questo che ho detto fin qui ci porta ad un terzo "punto fermo", un altro punto importante nel discorso della costruzione delle identità: il fatto cioè che le identità, tutte le identità, non sono mai scontate.

Tutte le identità vanno negoziate.

L'identità omosessuale non ci si limita ad "averla", magari per il solo fatto di essere omosessuale: l'identità omosessuale si conquista.

Per chi inizia ad avere una vita omosessuale, l'identità omosessuale è un traguardo, non il punto di partenza.

Questo che ho detto non è affatto così scontato come forse qualcuno sta pensando. La gente infatti è convinta che l'identità proceda di pari passo con i "modi di essere". Per esempio, se una è italiana, si sente italiana, se uno è uomo si sente "naturalmente" uomo eccetera.
Ebbene, non è così: mai.

Prendiamo proprio il caso appena citato dell'"essere uomo" o "essere donna".
Cosa può esistere di più evidente, più chiaro, più netto, più semplice ed istintivo dell'essere maschio o essere femmina? Nulla. Noi sappiamo di essere "maschi" e "femmine", fin da quando eravamo alti così. Ci siamo sempre sentiti tali, per quanto addietro va la nostra memoria. È' "ovvio" che io sia un essere umano di sesso maschile. È stata la prima cosa che hanno detto di me quando io sono nato, come del resto di chiunque di voi.

Eppure l'esistenza del transessualismo sta lì a metterci in guardia contro la tentazione di credere che sia "naturale e istintivo" assumere la propria "identità di genere" (l'"identità di genere" è quella che ci fare dire: "io sono uomo", "io sono donna").

L'esistenza dei transessuali ci dimostra che anche questa identità, perfino questa identità, va negoziata, e che insomma nessuna identità è "naturale".

Tutte le identità sono arbitrarie, per quanto poi, a ben ragionarci, siano tutte necessarie, come dimostra il calvario che affrontano i transessuali per non rinunciare alla loro identità "anomala".

6. - TUTTE le identità sono limitanti, a iniziare da quelle cosiddette "non ghettizzanti".

Dove voglio arrivare con questo discorso?, mi si chiederà.

Voglio arrivare a mostrare come sia illusorio credere che se noi omosessuali rinunciamo all'identità omosessuale (disprezzata come "ghettizzante") in favore di altre identità più gradite alla società (come quella di "bisessuale" o peggio ancora di "persona", "essere umano" e simili) noi non stiamo affatto indossando un'identità meno arbitraria, meno "ghettizzante", meno "marchiante" di quanto non sia l'identità omosessuale. Stiamo semplicemente indossando un vestito più gradito agli altri, non un vestito più adatto a noi: e c'è una bella differenza.

Tutte le identità sono "limitanti". Bella forza: il loro scopo è proprio quello: di creare limiti, confini, fra il "me" e il "non-me". Qualche tempo fa ho pubblicato su "Babilonia" un articolo contro il famoso slogan che sento sempre ripetere nel mondo gay: "Definirsi è limitarsi". È una frase talmente stupida che solo un omosessuale (velato) può prenderla per buona.

Certo, che "definire limita"! La nostra vita intera è fatta di limiti! Lo scopo delle definizioni è esattamente quello: creare limiti. Anzi, da un punto di vista etimologico una frase quale "Definirsi è limitarsi" è tautologica, dato che il verbo latino definio significa appunto "stabilisco i confini" (in latino: fines), cioè: "delimito".
Pertanto chi ha escogitato questo slogan (che sento ripetere almeno cento volte al mese) rientra nella categoria dei genii universali dell'umanità che hanno scoperto principi fondamentali della nostra vita quali: "Morire è cessare di vivere", "Mangiare è nutrirsi" o "Nascere è venire al mondo". Da Nobel.

Limiti, dunque. Evviva i limiti. Chi riesce a immaginare una vita senza confini fra "me" e "te", una vita in cui non si sappia dove inizia la "mia" vita e dove inizia la "tua"? Confini, sia chiaro, che si possono spostare e ridefinire, sì, ma che devono esistere.
Figuriamoci se io venissi fuori con frasi del tipo: "Tu sei me, quindi devi fare quello che io decido". Se dicessi una frase del genere a qualcuno, lui o lei mi direbbe subito, in attesa dell'arrivo dell'ambulanza, "No caro: io sono io, e tu sei tu".
Ma come? Si definisce? Si limita? Si ghettizza? Ma come? Questa persona ha definito, de-limitato, limitato! E lo ha fatto apposta, per mettere i puntini sulle "i"!
Per lei è stato normale, ovvio, banale, spontaneo, immeritevole di seghe mentali del tipo: "se io definissi "io" e "te" limiterei e ghettizzerei ciò che siamo", e amenità del genere che ci tocca sorbirci invece quando si parla di omosessualità senza che il suolo si apra e senza che piova zolfo fuso!

Ma allora, santo cielo, cosa c'è di sbagliato, di tanto "ghettizzante", di tanto "limitante" solo e soltanto e unicamente nel definirsi omosessuali?
Perché posso dire senza scandalo "io" (escludendo tutto ciò che non è "io", cioè tutto il resto del mondo, e scusate se è poco!), però appena dico: "io, omosessuale" ecco tutte le oche del Campidoglio che starnazzano che "mi auto-ghettizzo", e "mi limito"?

Non voglio girare intorno alla risposta: il punto è che definendomi "omosessuale" io mi definisco, secondo il punto di vista delle oche (senza offesa per le oche) di cui sopra, assassino ladro e stupratore eccetera.
Gira gira, siamo sempre lì.
In effetti, non ho mai trovato una persona che definisse "ghettizzante" l'identità omosessuale e che non fosse divorata da nevrosi più o meno galoppanti: tanto più galoppanti quanto più nascoste sotto vari strati di astruserie intellettualoidi una più scombiccherata dell'altra.

Peggio: non ho mai incontrato nella mia vita una persona che dicendomi: "Io non sono omosessuale, io sono un essere umano", sapesse poi rispondere alla mia soave domandina al veleno: "Vuoi dunque dire che chi è omosessuale non è un essere umano?". Ovviamente , voleva implicare proprio questo... però non osa dirlo a chiare lettere per non fare la figura dell'omofobo...

Quanto casino insomma per non dire, semplicemente, "io sono io", "io, omosessuale, sono omosessuale", e quindi "la società mente sull'omosessualità e il suo specchio è deformante"!

7. - Io sono io - tutto, sempre e tutto assieme.

Questo che ho appena discusso non è l'unico argomento "scottante" che suscita panico quando se ne discute tra finocchi.
Ottengo infatti sempre un grande successo di pubblico e di critica (scandalo garantito a costo zero, senza nemmeno andare al Maurizio Costanzo Show) quando affermo che l'omosessualità non è un paio di mutande o un vestito che ci si toglie o mette a seconda delle ore del giorno, come invece i froci "velati" si illudono di poter fare (dalle 8 alle 17: eterovergine di ferro. Dalle 17:30 alle 21, bisex "trasgressivo". Dalle 21 alle 22, checca andante con brio. Dalle 22 alle 24, frociona assatanata del genere "oh-sì-dammelo-tutto". La mattina dopo, Messa, un bacetto alla moglie e via che ricomincia il ciclo).

Chi è lesbica o gay lo è sempre, in qualsiasi momento della sua vita, e indipendentemente dalla pratica sessuale. Io sono un omosessuale sempre, anche mentre sto dormendo.
Di solito questa affermazione fa saltare sulle sedie le finocchie che non si sono accettate. La trovano mostruosa. Nemmeno mentre dormono le perfide checche militanti lasciano loro un poco di requie!
A nulla serve che io faccia notare loro che io continuo sì ad essere omosessuale anche mentre dormo, ma continuo pure ad essere italiano anche quando dormo, o quando ascolto musica classica; o viceversa continuo ad amare la musica classica e ad essere gay anche mentre mi chiedono di che nazionalità sono e io rispondo "italiano"... perché io sono frocio, e lo sono sempre, sono italiano, e lo sono sempre, sono appassionato di musica barocca, e lo sono sempre...

Ciò che queste persone non capiscono è che io sono un essere umano, e lo sono sempre, anche quando dormo, anche quando faccio l'amore, anche quando dico le tremende parole fatidiche: "io sono frocio".

Io sono tutto questo, lo sono sempre, e lo sono tutt'assieme. Cioè, per dirla in un'unica frase: io sono io.
Eccola qua, l'identità.

Io posso essere "io" solo a patto di essere sempre me stesso, tutto me stesso, sempre e in ogni momento. Senza cedere a ricatti.
Io so sia nuotare che usare un computer. Se nuoto, non smetto di sapere usare un computer, o viceversa. Semplicemente, uso di volta in volta quell'aspetto di me che sul momento serve, ma senza che ciò significhi che io smetta di essere tutto il resto. Io resto capace di usare un computer anche mentre faccio l'amore con un uomo, e resto capace di fare l'amore con gli uomini anche mentre uso un computer (e faccio bene entrambe le cose... ovviamente).

8. - Risposta a quattro obiezioni.

Da quanto ho appena detto emerge implicitamente, spero, la mia risposta ad alcune diffusissime obiezioni che circolano nel mondo frocio sul tema dell'identità omosessuale.
Le elenco subito.

  • La prima è quella delle persone (purtroppo presenti anche all'interno dell'Arcigay-Arcilesbica della città in cui vivo) che affermano che noi omosessuali dobbiamo scoraggiare gli altri dal vederci come omosessuali, perché noi siamo persone, e non ha senso che gli altri ci "ghettizzino" in questa definizione.

    Da dove spunti questa obiezione lo si vede chiaramente leggendo tutti quei testi cattolici che riguardo alle persone omosessuali proclamano: "E tu non sei gay ma uomo".
    In uno dei miei libri [1] ho dedicato un capitoletto (a cui rimando chi volesse saperne di più, per non tirarla in lungo adesso) ad elencare una serie di testi ufficiali cattolici che affermavano proprio questo: che definire "omosessuale" una persona è ghettizzante, limitante, inumano eccetera.
    I cattolici sono dunque all'avanguardia? Niente affatto! Per i cattolici, omosessuali non si "è", e l'omosessualità non è una condizione umana, né un modo di essere. L'omosessuale è in realtà, semplicemente, un "eterosessuale fallito", l'omosessualità è, semplicemente, l'assenza di corretta eterosessualità: è il buio (cioè la mancanza di luce) a fronte della luce, e non una luce di colore diverso.
    A dar retta alla visione cattolica si può essere eccessivamente portati al vino, alla cocaina o ai rapporti carnali con persone dello stesso sesso, però con uno sforzo e una rieducazione è possibile smettere di bere troppo, di drogarsi, e di avere rapporti con persone del proprio sesso. È uscito non da molto un libro cattolico, Omosessualità e speranza [2], che ci spiega come "guarire" dall'omosessualità proprio come altri libri spiegano come smettere di fumare!
    Ebbene, la mia risposta a chi mi dice che "noi omosessuali dobbiamo scoraggiare gli altri dal vederci come omosessuali, perché noi siamo persone" eccetera, è chiara: in verità noi dobbiamo scoraggiare gli altri non "dal vedere come omosessuali noi omosessuali" (che male c'è se lo fanno?), bensì dal vedere lesbiche e gay come ributtanti criminali: questo sì.
    Miagolare che "ziamo zolo perzone" è un escamotage patetico per evitare il faticoso ma indispensabile lavoro di cambiare la mentalità della società in cui viviamo. Infatti, come ho già detto prima, ogni omosessuale è indubbiamente una persona, però è pur sempre una persona omosessuale, che compie tutte le cosacce che i catechismi cattolici condannano e i manuali psichiatrici esecrano e che le leggi puniscono.
    Definiteci pure come volete, anche "solo-persone" se volete: dopo averlo fatto resteremo però comunque "solo-persone devianti", con tutto ciò che l'essere "devianti" comporta.
    È ora di capire che il disprezzo sociale contro di noi deriva da ciò che facciamo e ciò che siamo, non certo dal nome con cui ci facciamo chiamare!
  • Una seconda obiezione che ho sentito spesso è: "che razza di senso ha "definirsi" in base ad un atto sessuale?".
    La mia risposta è semplice: nessun senso. Non ha senso: esattamente come non ha senso definirsi in base al fatto di parlare una lingua, appartenere ad un sesso piuttosto che ad un altro, appartenere all'Ordine dei Primati, all'Ordine dei benedettini oppure al Pianeta Terra.
    Le definizioni non hanno infatti "intrinsecamente" un senso: hanno solo ed unicamente il senso che noi diamo loro.
    Allora correggo la mia risposta a chi mi chiede: "Che senso ha?".
    Rispondo: ha il senso che vuoi dare tu alla cosa. Se sei aperto di idee, allora ha il senso di essere te stesso, punto e basta (e guarda che non è poco).
    Se invece sei un omofobo e un sessuofobo, allora avrà un senso orribile, e in questo caso hai ragione: è meglio evitare di definirsi in base alla propria sessualità.
    Meglio definirsi in base alla propria non-sessualità, come fanno già in molti, meglio davvero definirsi "vergine" (come Rosy Bindi), o "casto" (come Formigoni), o "celibe" (come Del Noce), o "troppo preso dal lavoro" (come Armani). Fate come loro: non definitevi: è così chic!
  • In effetti le persone omosessuali sono bravissime a non-definirsi in base alla non-sessualita che non-hanno. Quante volte ho sentito dirmi da un altro frocio (ed ecco la terza obiezione): "il fatto che io abbia rapporti sessuali con altri maschi non implica che io sia omosessuale". Demenziale.
    Il punto è che niente "implica" nulla. L'ho già detto: il linguaggio che parliamo è il regno dell'arbitrio, cioè della convenzione.
    Se vogliamo intenderci sulle convenzioni, senza fare giochini di prestigio con le parole, allora possiamo capirci, e possiamo comunicare.
    Dunque se una persona che ha rapporti solo con persone del suo sesso è una persona omosessuale, e se tu hai rapporti solo con persone del tuo sesso, allora sei omosessuale, e basta: non cercare ulteriori scuse e non trapanarmi oltre le orecchie perché c'è un ragazzo carino che sta passando e ho di meglio da fare che ascoltare te e quelli come te.
    Altrimenti, se vuoi divertirti coi giochi di parole, senti questo e dimostrami il contrario se ci riesci: "Il fatto che tu mi parli non implica che tu esista".
    Esattamente come il fatto che tu fai bocchini tutte le sante sere non implica affatto che tu sia eterosessuale, cocca mia...
  • C'è ancora una quarta obiezione che sento spesso: "Ma a cosa serve avere un'identità omosessuale"?
    Due le risposte possibili: "A uno che fa domande come queste, proprio a niente", oppure, fingendo d'essere una persona seria: "A parte a vivere, a nient'altro". La seconda risposta è meglio che la spieghi.
    Ho citato poco fa il caso dei transessuali, e vorrei tornarci perché si tratta di un esempio importantissimo. Nei transessuali vediamo persone la cui "identità di genere" è in disaccordo con il genere sessuale assegnato loro dalla conformazione fisica con cui sono nate.
    Ebbene, cosa fanno queste persone: forse si sforzano di adattare la loro identità a quello che un dato di fatto inoppugnabile: la loro realtà corporea? Neanche per sogno: semmai affrontano calvari inenarrabili pur di adeguare il corpo alla loro identità.
    Per quasi tutti l'operazione di adeguamento chirurgico dei genitali comporterà la rinuncia alla sessualità, e per sempre, ma loro pagano volentieri questo prezzo: e che prezzo! Dunque l'identità di genere è per loro più importante perfino della sessualità.
    Guardate fin dove arriva l'importanza dell'identità, guardate quale prezzo gli esseri umani sono disposti a pagare pur di possedere un'identità adeguata!
    Ecco perché non si può vivere di identità "prese a prestito". Vivere con non-identità, a furia di compromessi, negazioni e capriole mentali, comporta un prezzo tale, in termini di infelicità, ansia, nevrosi, che nel giro di dieci o vent'anni le persone omosessuali che non si accettano si riducono a campionari di psicopatie mentali.
    Le conosce bene chiunque abbia risposto anche per un giorno solo ad un "centralino gay": se lo fai diventi subito sostenitore dell'eutanasia...

9. - Conclusione.

Concludo con una considerazione.
L'identità omosessuale si può definire come una specie di attaccapanni che usiamo per appendere una serie di problemi e questioni, a cominciare dai diritti civili dei gay.

Senza l'identità gay, è palese, non ci possono essere né movimento gay, né diritti civili dei gay, perché se non riusciamo preventivamente a de-finire (ci risiamo con questo verbo!) chi siano gli omosessuali, non potremo poi de-finire chi siano le persone che possiedono i cosiddetti "diritti civili dei gay". (In effetti la società, e la chiesa cattolica in prima fila, ci scoraggiano dal de-finirci esattamente per questo scopo).
Questa osservazione è autoevidente, pleonastica: se "i gay non esistono" (come proclamano ora giulivi gli adepti della "Queer theory"), non possono esistere neppure i diritti dei gay.

Se dunque neppure una sola parola di quanto ho detto fin qui fosse risultata convincente, non fa comunque nulla: in qualsiasi modo la giriamo, la pillola amara dell'identità gay va mandata giù lo stesso, perché senza identità gay non possono esserci gay, movimento gay, cultura gay, amore gay, vita gay... incontri fra gay sull'identità gay.

Soprattutto, nemmeno gay che contestano quanto ho appena finito di dire: che pacchia...

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