Divinamente stronza: Greta Garbo

26 gennaio 2006, "Pride", n.76, ottobre 2005

A 16 anni dalla scomparsa di Greta Garbo, ne é da poco scoccato il centenario della nascita, il 18 settembre scorso. L'aneddoto sulla Garbo che più m'intriga riguarda la sua casa di Beverly Hills. A due piani, elegantemente circondata da un prato e accarezzata da antiche magnolie. La Divina l'abitò per quattordici anni e ci consumò i suoi amori per John Gilbert (l'attore che poi si diede all'alcolismo, mollato su due piedi perché aveva annunciato entusiasta alla stampa l'imminente matrimonio con Greta, a pubblicazioni già avvenute) e Stokowski (direttore d'orchestra manesco, abbandonato per impotenza sessuale che lei poco gradiva una volta arrivata al sodo). Rimasta sola, la Diva non permise ad altri di metterci piede. Per meglio trincerarsi dietro il suo drammatico riserbo, non usava neanche il telefono. Ne aveva tagliato i fili. Ma venne punita, quando scoprì che i vicini affittavano, ad un dollaro a testa, le finestre della casa adiacente da dove la si poteva comodamente spiare, al chiaro di luna, che si tuffava nuda in piscina. Per entrare e uscire da casa, Greta sgusciava da una porta di servizio, nascosta tra la folta edera. Per dormire sfruttava soltanto una camera del piano superiore, arredata con stoica parsimonia. Il pianterreno era completamente vuoto, con le pareti tinte di verde scuro, quasi nere. Dalle finestre spalancate, giorno e notte, gli alberi allungavano i rami, il vento irrompeva sibilando come in un castello stregato. D'autunno volavano dentro le foglie appassite che nessuno spazzava. "Io non voglio. Amo le foglie sole. Hanno il sapore della malinconia", lei diceva. Quando, nel 1944, vendette la villa per trasferirsi a New York, lo strato di foglie era così alto che ci si poteva dormire come su un materasso. Definirono la Garbo come il "Mistero Numero Uno" o la "Donna che vive dietro un muro" (alludendo pure all'alto muro di cinta della sua casa-eremo). Nel bel giardino, giusto per non sprecare nulla, aveva adibito pure un angolo alla coltura delle patate. Talmente tirchia, sia in denaro che in privacy, che la si vedeva solo nel ruolo d'invitata in casa d'altri e mai in quello di ospite. I suoi amici dicevano benevolmente: "La sola persona che sia riuscita a penetrare nella sua casa è un ladro". E che, ad onor del vero, lei mise prontamente in fuga urlando come un'aquila, calandosi lesta dal pluviale esterno brandendo un bastone. Anche durante il suo esilio volontario dagli schermi, iniziato nel 1941 subito dopo il fiasco del suo ultimo film Non tradirmi con me, la si poteva incontrare in pubblico a più di tre ricevimenti alla settimana, ma l'appellativo di "Eremita Mondana" non glielo schiodò più nessuno. Impenetrabile agli estranei, ruvida e mascolina, nascondeva la sua enorme timidezza dietro la maschera da Sfinge del suo mito irraggiungibile. Fondamentalmente lesbica, aveva tuttavia bisogno di sentirsi rassicurata da forti presenze maschili. Uomini, però, che dovevano dipendere da lei, dominandoli con la sua leggendaria bellezza e reputazione. Sessualmente scatenata, da vera scandinava emancipata, non aveva nessun problema a concedersi a chicchessia, per capriccio e al primo incontro. Assolutamente troppo avanti per i suoi tempi. Odiava l'idea stessa del matrimonio e dei figli. Disse di no a tutti, sia a Hollywood che agli spasimanti. Istintivamente non si fidava di chi potesse legarla in ogni modo. Se ciò che è raro è caro, allora lei si ritenne senza prezzo. Anche dal punto di vista professionale, perché raramente concedeva soddisfazione ai suoi colleghi di lavoro. Quando il celebre costumista Adrian, cui lei doveva il raffinato look di successo, che l'aveva sostenuta in molte battaglie con la M.G.M e per sua amicizia si licenziò, rifiutandosi d'eseguire l'ordine di "americanizzarla", lei ingrata rispose: "Tutto sommato i tuoi abiti non mi sono mai piaciuti". Si lagnò anche del giovane Clark Gable perché l'abbracciava troppo focoso in scena. Il povero Robert Taylor, invece, fu costretto a baciarla con passione mentre lei, sotto il lungo costume, indossava pantofole di pezza per riposarsi i piedi! Aveva una scaltrezza da contadina svedese, specialmente per far fruttare i suoi risparmi, ma non il più nobile fiuto d'artista. Litigò per i compensi finanziari ma non per le trame. L'incosistenza dei suoi film le era funzionale per predominare su tutto col suo "garbismo" androgino. In Non tradirmi con me Melvyn Douglas gli offre una stella, un tappeto per la luna, la panna della Via Lattea. Lei rifiuta dicendo laconicamente: "Cosa ne farei d'una stella? Un tappeto per la luna è troppo ingombrante. La panna della Via Lattea mi fa ingrassare". Fervente anti-fascista ma durante la Guerra non mosse un dito. Era un argomento proibito in sua presenza perché lo trovava troppo deprimente. Ad un pranzo da amici sfuggì di parlare della storica resistenza russa a Stalingrado. In una pausa della conversazione lei esclamò: "Ooh, i soldati russi devono essere bellissimi." Dietro suggerimento d'amici esperti, iniziò ad investire nelle opere d'arte pur capendoci ben poco. A tale proposito Truman Capote testimoniò cattivo: "Aveva quattro Picasso, e sicuramente due di loro erano appesi al muro, per sbaglio, alla rovescia". In pubblico la Garbo era terrorizzata d'avere a che fare con estranei e doverne "subire" una conversazione. Una riservatezza che confinava con la sobrietà. Un orgoglio che cadeva nella pura presunzione. Fino alla sua morte, dopo 50 anni d'esilio e fughe, cioè la maggior parte della sua vita, sprecò tutte le energie per farsi riconoscere come una persona che rifiuta di farsi conoscere. Una contraddizione vivente che con la perdita d'interesse della stampa, anno dopo anno, diventò solo un fantasma. Intravista appena, mentre entra ed esce furtivamente dagli aeroporti e ristoranti, nascosta da occhialoni scuri, avvolta in un cappotto informe e col cappello ben calato sulla fronte. Fino alla fine, s'espose ai paparazzi perché, inevitabilmente, voleva stare al loro gioco. Era una creatura metà immaginaria e metà reale, in gran parte d'invenzione sua. Ma si dimenticò che la vita non è cinema. Diede il meglio degli slanci sentimentali e del sacrificio, tutto femminile, in nome dell'Amore solo sullo schermo. Nel privato non era sempre così ipersensuale, spirituale e mistica. Possedeva la facoltà d'esprimere sullo schermo emozioni con grande semplicità, mentre, lontano da esso, per lei la cosa diventava un processo sempre più tormentoso. Risparmiò, certo, alle platee la vista dell'inevitabile declino fisico ma, a dispetto di tutti gli sforzi, non sfuggì dal degradarsi a personaggio pubblico insulso. Essere "libera" per non sapere che fare. Nel 1950 dichiarò, con rara generosità, ad un giornalista: "Non ho progetti, sono come alla deriva". Ricchissima, continuò a traslocare da casa a casa, per tutta Manhattan, abitandone solo una stanza e manifestando una tendenza nevrotica a vagabondare entro dei confini stabiliti. Le conferirono un Oscar alla carriera nel 1954 ma lei lo rifiutò pur di non andarlo a ritirare di persona. Era una finta reclusa che in realtà si trovava perennemente in viaggio tra gli USA e l'Europa. In fondo era una scroccona, sempre pronta ad accettare inviti da amici in Francia o ai Caraibi, purché fosse qualcun altro a pagare i conti. Famosa per creare problemi d'orari e pasti ovunque andasse. Dichiarò che amava viaggiare perché si sta da soli e non si è costretti ad incontrare gente. Voleva essere anonima dentro una folla. "Voglio essere lasciata da sola", era la sua battuta cinematografica più famosa. Per questo, anche in casa d'amici, tutti dovevano rivolgersi a lei come a "Miss Harriet Brown", falso nome da lei inventato e che metteva ancora di più in imbarazzo i presenti. Divenne come un ingombrante fossile vivente. Le persone, a lei più vicine, erano individui ricchissimi ed influenti del jet-set, in grado di estendere la protezione delle loro relazioni altolocate e della privacy che il denaro può procurare. Loro stessi star di un piccolo mondo esclusivo (Onassis, ecc.) e che gli mettevano a disposizione yacht, aerei privati e limousine con autista giorno e notte. Non è un caso che la Garbo, per quarant'anni, visse tranquilla ed in pieno comfort una love story con la baronessa Cécile de Rothschild. Quando, cedendo ai ricordi, parlava di lei da giovane in Svezia, parlava al maschile come di un "ragazzo", riteneva che la parola "ragazza" fosse troppo sminuente. Col suo fascino riuscì pure a "convertire" nel suo letto gay conclamati, ad iniziare dal suo pigmalione, il regista svedese Mauritz Stiller (che poi lei meschinamente abbandonò e lui, tornato in Svezia, si uccise abbracciato ad una foto della Divina), il dietologo Gaylord Hauser o il celebre fotografo Cecil Beaton. Fu quest'ultimo che nei suoi diari, nel 1943, scrisse di lei rinsavito: "Non s'interessa di niente e di nessuno in particolare, e diventa scorbutica ed egoista come un'invalida, assolutamente incapace di scomodarsi per chicchessia. Sarebbe una compagna asfissiante, querula e piena di tragici rimpianti. E' superstiziosa, sospettosa, e non sa cosa significhi amicizia. E' incapace d'amare.(...) Il suo fascino magico non sarà fors'altro che un'anomalia della Natura, che induce la nostra immaginazione a far di lei l'Ideale che non potrà mai essere?"
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