Dei Martirii e del pene: il caso Bonfadio

29 settembre 2004, Sodoma, n. 1, autunno-inverno 1984, pp. 81-92

La storia della repressione omosessuale, nonostante il lavoro di alcuni studiosi, richiede ancora l'opera di pazienti ricercatori. Per quanto riguarda la Repubblica Genovese, poi, non è stata fin qui neppure tentata.

A giudicare da quello che mi hanno ripetuto certi topi di archivio, sembrerebbe che l'omosessualità non abbia avuto seguaci in questa clarissima urbe. Ma a giudicare dal sapore delle antiche leggi, si dovrebbe concludere che i genovesi furono un gran popolo di "bulicci" [1]. Il silenzio degli archivi, comunque, non meraviglia se pensiamo che anche le carte del Bonfadio si "smarrirono" durante uno dei tanti "trasporti" (le più diligenti ricerche degli atti del processo, già nel Settecento, riuscirono del tutto infruttuose).

Da ciò scaturisce il senso di questa ricerca che, per somme e fondamentali linee, vorrei poter definire "storica", seppure avrebbe potuto risultare più seria e compiuta (gli avvenimenti di cui parlo mi sono parsi chiari pur nella loro evanescenza, perciò non ho fatto ricorso a una metodologia precisa, parlando spesso per intuizioni, supposizioni e con linguaggio gaio... inframmezzato da "sussurri e grida").

 

Conoscendo il grigiore puritano dei genovesi, non mi è stato difficile comprendere come sia stato possibile che durante il secondo Rinascimento il glorioso annalista dell'odiosa repubblica venisse decapitato e poi "abbruggiato" in pubblica piazza per essere stato colto, probabilmente, in flagrante e compulsivo atto sodomitico. [2]

Fatto incredibile e sconcertante, se pensiamo che già da tempo altrove (nelle corti presso le élites colte e cittadine) vigeva un clima di sensuale spensieratezza in cui, arditamente, ci si poteva far beffe anche del pregiudizio antigay e delle sanzioni penali.

Naturalmente si potrebbe osservare che anche altrove l'omosessualità era liberamente ostentata solo da chi, ai vertici della società, era in grado di sottrarsi ai poteri delle leggi; che quelli che non erano personaggi direttamente o indirettamente sacralizzati rischiavano, comunque, di essere arsi; che gli statuti antichi e nuovi erano più o meno simili ovunque. Resta il fatto però che i milanesi non si sognavano di decapitare Leonardo né i fiorentini il Cellini e il Michelangelo.

Ma poi, in quei tempi di rinnovamento, non andava costituendosi e diffondendosi una mentalità che si poneva in atteggiamento critico nei confronti della Chiesa e della sua morale sessuale? Giovanni Dall'Orto, al proposito, dice di aver trovato in una ricerca d'archivio a Venezia altre prove del fatto che per tutto il Cinquecento molte persone professavano senza problemi un certo "libertinismo", facendosi beffe della religione in un modo che, appena trenta anni fa, sarebbe costato caro a chiunque… [3]. Ma il ciclone della Controriforma già imperversava sull'Europa squassata dai terremoti della rivolta luterana e l'Italia stava entrando in una fase di glaciazione dalla quale stenta ad uscire ancora oggi.

 

Se al di là delle Alpi la repressione papalina ebbe solo un successo effimero, al punto che lo scetticismo e la coscienza del valore relativo delle prescrizioni morali riappariranno ancora nel libertinismo e nell'Illuminismo francese, in Italia la repressione controriformistica ebbe un effetto così duraturo da far sì che ancora ai nostri giorni l'omosessualità sia il peccatum mutum, la grande assente da tutte le discussioni.

 

A Genova, comunque, i potenti, i magistrati, i prìncipi della Chiesa dormivano il loro sonno di bruti, risfoderando mentalità e codici tardo medioevali.

 

Correva l'anno 1544 quando tra loro capitò l'amatissimo Bonfadio.

 

Nato sul Garda prima del 1509, Iacopo Bonfadio lasciò il paese natale per studiare e per intraprendere una qualche carriera. Pensò bene di diventare chierico e segretario di eminentissimi prelati (cardinali, vescovi) con i quali visse un po' ovunque.

 

Ottenne una modestissima provvigione nel vescovato di Vicenza che poi gli venne, nonostante le sue vivacissime proteste, revocata. A Padova conseguì un dottorato di diritto civile, divenendo amico di insigni umanisti (Annibal Caro, Bembo) e ottenendo anche ' una certa notorietà letteraria (particolarmente apprezzate furono le sue Epistole famigliari). Sicché a un certo momento gli fu offerta la cattedra di Retorica e Filosofia presso lo Studio di Genova. Sfortunatamente accettò, vedendo in questa interessante offerta di lavoro la possibilità di liberarsi dalla sua "condizione servile".

 

Più tardi fu insignito dell'incarico di storiografo ufficiale della Repubblica, col compito di compilarne gli Annali In qualità di storiografo si segnalò "per il tentativo di prescindere dai moduli encomiastici e dalla esposizione cronachistica dei predecessori in nome della dignità storiografica e di una raffinata ricerca stilistica di ispirazione classicistica" [4]. Nasceva così la figura dello storico umanista, del letterato che scriveva la storia moderna ripensando quella antica, con profondità di contenuti e altezza di stile.

 

Era in fama, Bonfadio, di essere uno dei più chiari ingegni d'Italia, quando, poco più che quarantenne, fu accusato di sodomia e arso dopo essere stato decapitato in carcere, per intercessione di nobili amici. Era il 19 luglio 1550.

 

Gli storici che si sono occupati del caso Bonfadio sono concordi nel dire che, a Genova, le leggi punivano col fuoco solo la stregoneria, l'eresia e l'omosessualità. Non è un caso che i tribunali secolari affiancassero l'omosessualità a quelli che erano notoriamente considerati peccati contro Dio, e che adottassero per essa la stessa forma di pena. Questo fu un retaggio culturale che la società laica ricevette in eredità dalla Chiesa. (Il cattolicesimo aveva confuso intenzionalmente la figura dell'eretico con quella del sodomita. Cominciò a farlo all'inizio del XII secolo contro i neomanichei e continuò nel Duecento e nel Trecento contro gli albigesi, con tale insistenza che da allora anche i giudici laici credettero di riconoscere un legame tra eresia e omosessualità. Ancora nel Quattrocento, quando i primi processi per sodomia cominciarono ad avere una loro autonoma giurisdizione, la giustizia secolare continuò a considerare l'omosessualità come un delitto contro Dio; e persino nel Rinascimento si continuò ciclicamente a ritenere sodomiti molti eretici, anzi ad ammettere che gli omosessuali erano, ipso facto, degli eretici). Ecco forse perché, in tempi controriformistici, nel momento in cui si aggravano le leggi inquisitorie, cominciano a essere sfornate anche leggi tremende contro l'omosessualità: a Firenze nel 1556, a Genova nel 1557, a Bologna nel 1561, a Ferrara nel 1566 e a Roma, dove nel 1558 una bolla di Pio V definì la sodomia horrendum illud scelus.

 

Comunque gli statuti di Genova decretavano la pena del fuoco contro siffatte colpe. Di stregoneria nessuno accusò mai il Bonfadio: gli scrittori si divisero tra coloro che lo volevano eretico e quelli che lo accettavano sodomita. Questi ultimi, poi, per quanto convinti che egli fosse reo di vizio infame, cercarono di dimostrare che si trattò di un pretesto per la sua eliminazione. Non era infatti la sodomia il crimine di coloro ai quali nessun crimine poteva essere imputato?

 

Il Celesia, [5] convinto del fatto che non avesse alcun fondamento l'accusa di illeciti amori, ritiene di non poter dar credito a coloro che lo vollero colpevole di quegli infami ardori, nulla accennando essi di veramente chiaro e aperto se non che venne condannato "ob rem tacendam". [6]

 

Il Manuzio [7] ad esempio, in un suo carme latino, se per un verso lo ritiene reo di una colpa contro cui non poteva restare oziosa la vindice spada della giustizia, per altro verso non accenna alla qualità del maleficio che pure, dice, non avrebbe reso meno glorioso il suo nome.

… Lapsus erat miser in culpam Bonfadius, iudex

 detulerat patribus: nec inani teste probarat.

 Quod facerent legum custodes? Legibus uti

 coguntur: dignum est. Servantur legibus urbes.

(…Il povero Bonfadio era caduto in errore: il giudice lo aveva deferito ai padri: ed era stata dimostrata la sua colpevolezza da una testimonianza ben valida. Cosa avrebbero dovuto fare i custodi delle leggi? Essi pensarono di applicarle: è giusto. Le città si conservano con le leggi).

 

Al Celesia non restava quindi che scagliarsi contro il Marino che, a suo avviso, tra i contemporanei, fu l'unico che diede aspetto di vero a una menzogna per la quale venne da altri acremente accusato, recandogli a colpa l'aver calunniato la memoria di tanto scrittore:

Arsi farfalla incauta, ed infelice,

in sozzo foco di vietate voglie,

or vergognosa e misera fenice,

rogo di infame arsura, ecco m'accoglie.

Ma bench'Astrea, ch'è di natura ultrice,

incenerisca queste immonde spoglie,

cener non fia però, che la bruttura

possa lavar della mia fama oscura.

 

 ===

 

D'Omero e Marone la scrittura

imitai pria vivendo.

Ma Troia nell'incendio, e nell'arsura

imitai poi morendo:

ella, preda del foco;

io, delle fiamme gioco.

Ma diversa cagion d'arder ne diede

Elena a l'una, a l'altro, Ganimede. [8]

Abusivismi funerari, disonorevoli epitaffi! Contro tali menzogne come ridefinire la verità, riparare a tutte le ingiustizie, rivendicare il posto di assoluto rispetto che il Bonfadio merita nel campo della storia? Creandogli attorno una leggenda, trasformandolo in un protagonista spregiudicato della vita pubblica, attribuendogli nemici mortali.

E così fa il Celesia, dopo le blasfemie e gli anatemi, riportandoci le opinioni dei più credibili autori di quei tempi che lo dissero innocente e martire per ragioni di stato o di chiesa (l'Ammirato, [9] ad esempio, che vide in lui un dissidente politico che tirava i giovani a governo contrario di quello che "si era allora in diritto", o il Toscano, [10] che scagliò fierissimi carmi contro i genovesi e che parlò di infami tresche per essere caduto, il nostro eroe, nell'inimicizia di illustri famiglie delle quali avrebbe nei suoi Annali oscurata la fama).

La politica, dunque! Le congiure inverosimili e bizzarre o il gioco delle parti in un mondo aristocratico violento e crudele.

 

Ma il Bonfadio, homo recondita natura et satis cognita fide [11] sapeva di non appartenere al mondo dei potenti e di non poter contare sulla forza della sola parola! Godeva, inoltre, di conoscenze e protezioni in tutte le famiglie nobili, e, sempre, negli Annali, levò al cielo i Doria e il "reggimento sotto cui la repubblica si dibatteva". Già il Tiraboschi, e più recentemente il Rosi, [12] dimostrarono che, tranne i Fieschi (ormai abbattuti e dispersi dopo il fallimento della loro congiura) nessuna famiglia poteva lagnarsi di lui. In caso di raggiri, comunque, molti si sarebbero dati da fare per salvarlo, specie quel governo che "si era allora in diritto", sotto la cui tutela egli scriveva nella generale approvazione.

I genovesi, poi, erano indifferenti al lavoro degli intellettuali, che tenevano in conto solo nelle cerimonie ufficiali o negli affari diplomatici. Non davano peso alla loro presenza, lasciandoli nell'impossibilità di rapportarsi con il potere e di creare legami tra i loro nuovi ideali e l'azione politica: gli umanisti, avulsi dalla società e dalla vita civica, non avevano alcun rilievo nella storia della Repubblica. Detto questo, risulta evidente come i discorsi del Celesia siano vaghi e bugiardi (tanta ambiguità, tanto accanimento dimostrativo nascondono una gran smorfia di irritazione). Non penso dunque che ci possa essere di aiuto il perderci ancora dietro i suoi argomenti; sarà piuttosto utile rifarci alle prove dirette, alla lettera che il Bonfadio scrisse, poche ore prima di morire, all'amico Grimaldi.

Soffermandoci, infatti, sulla prima frase vi osserveremo l'ammissione di una colpa che non poteva essere altra - a rigor di logica - che quella contestatagli dall'accusa ufficiale:

Mi pesa il morire: perché non mi pare di meritare tanto: e pur m'acqueto del voler d'Iddio: e mi pesa ancora; perché moro ingrato: non potendo render segno a tanti onorati Gentiluomini che per me hanno sudato e angustiato, del grato animo mio.

Le rendo con l'estremo spirito grazie infinite... E se da quel mondo di là si potrà dare qualche segno senza spavento, lo farò.

Restate tutti felici.

Se il Bonfadio non si fece allora problema di ammettere quella colpa, fu perché, a causa di forze maggiori, neppure prima poté mai negarla. Quasi come se le prove dei fatti non gli avessero concesso il benché minimo spazio, come se fosse stato colpito in flagrante da testimoni irreducibili ("nec inani teste probarat"). Se così non fosse stato, certamente egli avrebbe protestato, specie in extremis, la sua innocenza, non solo per salvar la vita, ma (dato il suo livello di repressione e inevitabile colpevolizzazione) anche la propria reputazione. Come non urlare, non implorare, come rassegnarsi a una morte così assurda? Lui, che era vissuto negli ambienti umanistici in cui si celebravano anche gli "antichi amori" e che sapeva che letterati grandi e di gran fama si concedevano spesso e volentieri lo "spurcissimum vitium", specie coloro che facevano professione di educare i giovani...

L'ultima ora è venuta, gli è concesso di parlare per l'ultima volta e lui è così nobile e distaccato da rimanere calmo e gentile anche nelle ultime parole. Afflitto dal peso dell'enorme ingiustizia, si limita a minimizzare la sua colpa, senza rinnegarla, quasi come se fosse consapevole, ormai, che gli errori fatali, a volte, sono i nostri momenti più alti.

Avrà avuto a che fare con un vindice giustiziere, un potentissimo nobile padre di qualche suo alunno? ("nec inani teste probarat"). Oppure sarà stato lungamente pedinato da amici e potenti seguitatori dei Fieschi che, conoscendone il segreto, aspettavano il momento opportuno per perderlo definitivamente?

Egli, "eodem die quo fuit captus", aveva con sé molto denaro, quasi il valore del suo soldo mensile, preso in prestito poche ore prima da un amico.

Che nell'euforia delle tasche piene abbia deciso di fare una visita al solito giovane? Che fosse sprofondato oltre ogni dire in quel vituperio da divenire così incauto e irresponsabile, lui così intelligente e astuto… farfalla incauta? O sarà bastato che qualche scolaro frocetto, cattolico più del dovuto, gustate le "frutta delle peccata", pena la mancata assoluzione, venisse istigato alla delazione e che il Bonfadio ammettesse poi, sotto tortura, la sua nefanda libidine? (il reato di omosessualità rientrava nel numero dei crimini per cui era autorizzato il ricorso alla tortura).

 

Ma torniamo agli storici, e al loro insigne giudizio. Per essi è più credibile l'ipotesi che l'imputazione di sodomia occultasse quella di eresia. Nella scheda su Bonfadio del Dizionario degli Italiani Illustri, l'Urbani riferisce dei suoi rapporti con alcuni "eretici", e di testimonianze come quella del coevo Pantegato che, in una lettera al Manuzio, lo definiva eretico; il catalogo stesso della sua biblioteca testimonierebbe, fra le sue letture, alcuni testi significativi dell'Irenismo tardo-rinascimentale.

L'Urbani attinse di certo al solito Celesia che, fra le molte cose, definì il Bonfadio odiatore di preti e di frati (facendo appello ad alcune sue epistole in cui si faceva beffe di alcuni ordini religiosi) e giunse, nel suo delirio purificatorio, ad architettare una congiura ordita in segreto dalla corte di Roma. Già il Rosi sfatò queste congetture, osservando che le conoscenze di eretici erano cose comuni, che non provavano molto, e che, se volessimo dire eretici tutti coloro che sparlarono di preti e di frati, dovremo concludere che non ci furono mai cattolici. Non si deve dimenticare, poi, che il Bonfadio aveva preso gli ordini minori per godere di benefici ecclesiastici, che per molto tempo fu al servizio di vescovi e cardinali, dei quali conosceva benissimo mentalità e cultura; che negli Annali trascurò le questioni religiose e non ebbe parole per la Riforma; che pochi giorni prima del suo arresto il cardinal Doria lo aveva indicato al Doge e ai governanti [13] come il più adatto in Genova a scrivere una lettera ufficiale a Giulio III in occasione della sua elevazione al soglio pontificio; che nel giorno del suo supplizio, il papa scrisse una "breve" in cui moveva severe lagnanze pretendendone la consegna al tribunale ecclesiastico; [14] che dopo la sua morte, nel febbraio del 1556, il cardinal Lomellini riferiva alle autorità di aver saputo che il papa era ancora scandalizzato perché era stato giustiziato prima ancora di dimostrare di essere chierico. [15]

E se, come scrisse il Rosi, la notizia della dignità di chierico che il Bonfadio rivestiva giunse tramite gli amici persino a Roma, a maggior motivo vi sarebbe giunta quella di un ragionevole sospetto di ingiusta accusa.

 

Se questo fu, in un primo tempo, l'atteggiamento papale, come è possibile pensare, se non in malafede, che egli fu bruciato come eretico? In caso di "eresia" il tribunale religioso non si sarebbe lasciato sfuggire un simile processo. La Sacra Rota genovese doveva essere potentissima se pochi anni dopo (1559) il governo genovese emise un decreto con cui concedeva ogni libertà d'azione ai Padri Inquisitori. (Già nel 1543 la bolla di Paolo III aveva riacceso i loro ardori persecutori. Persino il prete di San Matteo, nulla valendogli la protezione dei Doria e del governo, sarà citato davanti al tribunale romano!).

Ma godiamoci la conclusione del diverbio accesosi fra la Repubblica e il papa. I governanti genovesi si preoccuparono di mandar le loro difese al cardinal Lomellini, che li rassicurò di voler perorare la giusta causa. [16] Quattro giorni dopo, infatti, con una nuova lettera l'eminenza annunziò di aver ottenuto i massimi risultati, essendosi Sua Santità convinto della bontà degli esiti conseguiti dalla giustizia secolare. [17]

Sua beatitudine, invero, quando venne a sapere per filo e per segno della turpitudine del Bonfadio, superò il ferito orgoglio di uomo di potere e di Chiesa che voleva intatto il diritto dei preti (maggiori o minori) a essere giudicati dalle Sacre Rote, e disse che quelle signorie Reverendissime "havevano fatto benissimo a far esseguir quanto feceno". Parola di papa.

L'uomo di Chiesa se perseguitato deve essere salvato, ma se si è macchiato di quella colpa da cui non è lecito salvarsi deve sprofondare con il bagliore delle sue fiamme nell'infinita ombra dello spazio infernale, nel buio della Storia. "Intra ecclesiam" tutto è sacro e consacrato da un destino di salvezza; "extra ecclesiam" irrompe il naturale inferno. Allora tutti si accomunano nella ipocrisia e nella menzogna, allora "gli angeli" parlano lo stesso linguaggio "dei demoni"…

 

Non ci resta, ormai, per concludere, che pesare le contraddizioni e le parole degli storici quando giungono a dare, per sostenere le loro tesi, una lettura tendenziosa anche delle leggi antiomosessuali scritte e codificate negli statuti antichi e moderni. Il Neri, [18] ad esempio, ricordando un decreto in cui l'omosessuale non veniva più bruciato ma dannato al bando perenne, vuol mostrare che quelli erano tempi d'esilio e non più di martirio (anche il Celesia riferisce di un certo Spinola, detto il Caboga, esiliato e non arso qualche tempo dopo l'emanazione della legge).

Ma il decreto comparve solo nel 1555, e venne subito rimpiazzato dal nuovo e più definitivo statuto controriformistico. Il suo linguaggio, poi, è quello dei ripensamenti; forse i governanti non poterono non tener conto del clamore suscitato ovunque dall'assassinio del Bonfadio, dello scoramento degli intellettuali che attaccarono l'odiosa Repubblica, [19] del rancore cresciuto all'interno, tra i suoi nobili amici. Eccone il testo:

Quanto abbominevole sia il vizio della lussuria usata contro natura ciascuno per se chiaramente il conosce...

Et desiderosi per tutte le vie et modi possibili svellere et estirpare così nefando vicio, hanno loro signorie per pubblico decreto statuito che tutti coloro qual da ora in là venire come colpevoli di detto vicio sodomitico saranno condannati et banditi... in modo tale che non possino essere per alcun tempo mai né domandati, né rimessi, né rebanditi... [20]

Il Neri conclude dicendo di non aver trovato prove che esistessero allora leggi scritte, ferme e sicure, per una pena capitale; perché solo negli statuti criminali di più antica data si parlava di tormenti; perché la pena così come si profilava nel contesto generale della legge, più che una pena gli appariva una sorta di procedura; perché la sodomia non vi veniva trattata separatamente da altri crimini comparendovi con una sua specifica pena. Interpretazioni approssimative, deduzioni illegittime! Nell'edizione "moderna" del codice di Pera (manoscritto risalente al primo decennio del Trecento) sono state pubblicate le tabelle delle leggi che furono in vigore nel XII e XIII secolo e che si conservarono, inglobate in quelle dello statuto del 1414, per tutto il Quattrocento sino al nuovo codice del 1557. Il cav. Promis, presentandoci la giurisdizione antica, intuì che gli statuti di Pera contengono le leggi contemporanee "al breve" dei Consoli del 1143, e che molte analogie di sostanza e di forma, facendo i debiti confronti, indicano le leggi del 1414 come le loro dirette discendenti [21].

Conservare di secolo in secolo lo stesso patrimonio tradizionale, all'insegna dell'isolamento e della continuità, è sempre stata una caratteristica dei genovesi, restii ad ogni sorta di mutamento, assestati com'erano su "stratificazioni" tardo-antiche che sedimentavano, al di sotto di qualsiasi processo di modernizzazione. Questa che traduco è la legge del 1414:

L'autorità - i suoi giudici e militi - non potrebbero né dovrebbero torturare o uccidere chicchessia se non in occasione di quelle colpe di cui sotto si farà menzione... 1 misfatti, quindi, per i quali si può condannare alla pena capitale come prima è stato detto, sono questi: ... rapina,... sodomia,... omicidio,... conio di moneta falsa,... incendio doloso,... congiura,... stupro... [22]

Come si vede l'aspetto terribile di certi capitoli non è sminuito dal fatto che vi si faccia di tutte le erbe un fascio! E poi, c'è da dire che nei 143 anni che intercedono tra il codice del 1414 e quello del 1557, furono emanati numerosi decreti atti a richiamare, potenziandolo, il rigore di quell'antica legge.

Tra le delibere governative traduco quella emanata agli albori del nuovo secolo (1499) la più vicina ai tempi del Bonfadio:

Informati ieri del nuovo delitto di sodomia che sta invadendo quale nuovo flagello alcuni abitanti di Genova, volendo porre rimedio al contagio di tale peste che ogni giorno minaccia di estendersi, si dovrà curare affinché gran parte della gioventù non venga corrotta da simile morbo contagioso, temendo, giustamente, l'ira dell'onnipotente Iddio per questa nuova malattia, che, come frequentemente si legge, arreca umiliazione per il suo peccato, cosicché la gente dimostra, contro chi ne è reo, tutto il furore. Certi che se non verranno presi gli opportuni rimedi lo stesso Dio colpirebbe questa città con qualche grande castigo si propone pertanto di dar mandato con tutto l'onere di tale carico al Podestà di Genova, affinché, per evitare l'ira di Dio, sia provveduto all'estirpazione del flagello.

Con ogni via, diritto, modo, forma, autorità, arbitrio e competenza, nel modo migliore e più valido, confidando nella giustizia, severità, integrità di vita e costumi dello spettabile e generoso Signor Podestà, si richiede allo stesso con la presente delibera che... applichi tutti i suoi pensieri e sforzi per trovare e punire i fautori di tale flagello fino alla estirpazione della radice, perseguitandoli il più possibile, incutendo in loro, a guisa di freno, il timore di Dio e delle sante leggi. Con l'autorità della presente, si concede allo stesso Podestà, oltre il suo ordinario incarico, stabilito dagli statuti di Genova, pienissima e amplissima, generalissima autorità e potere di ricercare e scovare i fautori e partecipi di tale delitto, di torturare con tratti di corda o rottura delle giunture gli stessi o coloro che sono sospetti, e di procedere in tutto secondo le sue decisioni, osservata o non la forma dei capitoli nel modo che giudicherà migliore e più utile. Così che dalla, concessione di tali facoltà, lo stesso Podestà non possa assolvere o condannare pene.... ma possa liberissimamente a suo arbitrio, dare punizioni più gravi, procedere più aspramente in tutto secondo la sua discrezione... [23]

Questa relazione, per la complessità o confusione dei dati, sembrerà forse priva di veri punti di riferimento (l'immaginazione e lo "spirito di parte" sempre rischiano di prevalere sui contenuti e sulla realtà), ma leggendo un ultimo documento che più specificatamente interpreta e rappresenta lo spirito di quei tempi, tutto, sembrerà essere stato possibile, anche la morte di Bonfadio: e l'anarchia degli omicidi impuniti, delle stragi degli innocenti, delle vittime immolate sui roghi; l'incredibile spettacolo delle torce viventi, il male Assoluto! Eccolo, è del 1557. I magistrati che ebbero l'incarico di compilarlo, ci assicurano in una premessa di avere "ben operato", sintetizzando le nuove leggi e le antiche, rivedendo queste ultime ma facendone ancora conto, rispettando così i costumi ormai acquisiti, le tradizionali consuetudini in conformità al senso comune, etc. etc.: come da sempre, infatti, anche da allora

i lussuriosi contro natura tanto attivi quanto passivi, appesi alla forca, dal fuoco vendicatore siano cancellati dalla terra dei vivi...: della medesima pena sia punito chi accomodasse la casa per commettere questo delitto: coloro i quali fossero forzati non soggiacciano alla pena, e quelli che l'età scusa, possano essere condannati in danaro... [24]

Ma poi, senza doverci sempre appigliare alle leggi, il Manuzio [25], che ben conobbe il Bonfadio da vivo e lo pianse da morto, e che conobbe tutti i risvolti dell'infelice caso, non ci parlò nel carme già citato di dure e inderogabili leggi? "fixa manet duris sententia legibus atrox... ".

 

E nel cartulario delle spese della Repubblica per l'anno 1550, dovendo lo Stato restituire il danaro trovato in tasca al Bonfadio, non fu forse iscritto "...quia sunt pecuniae repertae in eius persona tempore quo fuit incarceratus pro crimine sodomitico"? [26]

 

La fine del Bonfadio e il mite decreto del 1555 furono cose presto digerite e dimenticate. Sopravvennero anni ancora più bui, scene macabre si videro sulle piazze delle città europee, specie in quelle più note per lo zelo religioso. A Roma, dove il Farinacci dice di aver visto bruciare in una sola volta molte persone; nella Spagna cattolica, ove il re affidò al tribunale ecclesiastico dell'Inquisízione pieni poteri per la repressione della sodomia; nella Ginevra di Calvino come nella cattolicissima Friburgo, ove il bigottismo impose sempre la stessa dura applicazione delle leggi. Per l'Europa fu tutto un rogo, un delirio, un Orgasmo Satanico! Erano quelli tempi di streghe, di eretici, di sodomiti, tempi di sterminio.

 

Ma la storia, di sé, fa sempre giustizia, e arrivarono anni migliori. Anni (XVIII secolo) in cui il veneziano Giorgio Baffo, scrittore dialettale e libertino impenitente poté scrivere [27]:

Genova, al gran Bonfadio rompiculo,

e all'istanza di tanti intercessori,

perché no guastù perdonà i so errori

se pur xe error a mettelo in tel culo?

 

Donca, perché 'l s'ha tiolto sto trastulo

ch'anca se lo sa tior dei senatori,

e tanti cardenali e imperatori,

cosa xelo al Bonfadio, xelo un mulo?

 

Oh, Genovesi, razze buzarone [28],

ch'un omo cosí grande avè brusà,

che ha fatto tanto ben alle persone!

 

Lu prima co studi 'l v'ha illustrà,

e po 'l v'ha sparagnà [29] le vostre done;

e vu de sta monea l'aveu pagà!

 

Almanco, come va,

zà che de lu cussì v'avè desfato,

l'avesse buzarà tutto il Senato[30]

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