Riecco i "guaritori"

8 novembre 2007, "Pride", ottobre 2007

Dopo decenni di terapie spesso sadiche, sul finire del secolo scorso l'omosessualità è stata cancellata dall'elenco delle patologie (nel 1973 dall'Associazione degli psichiatri americani, poi nel 1993 anche dalla lista dell'Organizzazione mondiale della sanità) e definita "una variante naturale della affettività e della sessualità umana". Non è una malattia e dunque non c'è bisogno di "guarire". Eppure ancora oggi alcuni medici e psicologi (che sono in minoranza nella comunità scientifica) lavorano per "ri-orientare" i pazienti e propagandano "terapie" dell'omosessualità.



Qui in Italia gli ultimi in ordine di tempo sono apparsi qualche settimana fa su Internet, con un'associazione battezzata Agapo, nome non a caso simile alla più nota e accreditata Agedo (Associazione genitori e amici di omosessuali).

Agapo dichiara di rivolgersi ai genitori che hanno un figlio o una figlia gay e suggerisce "interventi" e "specialisti" per "riorientare" la sessualità del pargolo. I nomi degli "apprendisti stregoni" sono sempre i soliti. Gerard van der Aardweg, uno psicologo olandese vicino all'Opus Dei (autore di Guida all'(auto)terapia dell'omosessualità, che insegna agli uomini gay a superare i propri desideri sessuali e innamorarsi delle donne). L'americano Joseph Nicolosi, fondatore del Narth (Associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell'omosessualità), sponsorizzato in Italia da un'infettivologa milanese legata a "Radio Maria" e al Movimento per la vita, la dottoressa Chiara Atzori. "Gli omosessuali che si rivolgono a me", sostiene la Atzori, "sono tristi e infelici. C'è un forte stato di disagio, la stabilità delle coppie è inesistente" (forse, ha replicato l'Arcigay, perché la Atzori lavora con sieropositivi e malati di Aids...).


Il Narth, comunque, si rivolge ai cosiddetti "omosessuali non gay" (anche qui soprattutto maschi), che rifiutano il proprio orientamento e sognano di essere eterosessuali. Per costoro è stata ideata la "terapia ricostitutiva" che contrasterebbe "la crisi dell'identità maschile", permetterebbe di "uscire dal tunnel di una personalità incompiuta" e, in alcuni casi, persino di costruirsi una vita eterosessuale con moglie e figli. Si alternano momenti di terapia individuale e di gruppo, con un forte legame con il terapeuta, che, consiglia Nicolosi, "dev'essere dello stesso sesso del paziente".

Il primo passo è allontanarsi dalle amicizie gay, se esistono, e instaurare rapporti di amicizia casta con altri uomini; poi i pazienti sono invitati a ricostruire il rapporto con il padre (da cui deriverebbe lo "sviluppo incompiuto") e infine ad avvicinarsi alle donne, creando prima un rapporto di confidenza e complicità e poi, se possibile, cercando un'intesa sessuale. Anche se "per chi ha superato l'omosessualità", è costretto ad ammettere il professore, "il rapporto fisico con la moglie non è eccitante come con gli uomini".

"L'omosessualità", si legge in italiano sul sito del Narth, "è una condizione patologica. Dalla quale, se si vuole, si può uscire. Ma l'azione di una potente lobby gay mira a nascondere questa verità".

È davvero così? Esiste una "terapia"?
"Curarel'omosessualità? Sogno o son desta?" esclama Chiara Simonelli, docente di psicologia dello sviluppo sessuale e affettivo all'università "La Sapienza" di Roma. "Nel manuale di riferimento internazionale, il Dsm, l'omosessualità è stata tolta definitivamente dall'elenco delle malattie, in quello europeo compare nella voce "egodistonica" quando la persona si sente a disagio con la propria condizione. Ma è normale che sia così, in una società fatta per gli etero. Di solito non si rivolgono al medico i gay, ma i genitori che scoprono l'omosessualità del figlio, o la moglie. In questi casi serve una fase di accompagnamento per la famiglia e per aiutare la persona a capirsi meglio. Anche l'eterosessualità è un costrutto, ma ci sono anni di formazione e i bambini ricevono continui rinforzi all'orientamento eterosessuale. Per gli omosessuali, invece, c'erano meno modelli, anche se adesso qualcosina si vede".


Ma in Italia ci sono terapeuti disposti a curare l'omosessualità? "A me non risulta, e almeno pubblicamente non si praticano queste terapie. Nei corridoi, in separata sede, rimangono psichiatri che parlano di omosessuali 'nevrotici', ma nessuno si sogna di definirla una patologia. Nella carta dei diritti viene evidenziato che ognuno dev'essere libero di esprimersi. Alcuni psicanalisti negli anni Sessanta sostenevano che la terapia aveva un grande successo con gli omosessuali. Ma poi sono stati sbugiardati. In passato sono state sperimentate le cure più strane: facevano vedere ai pazienti corpi maschili e davano scosse elettriche, per associare l'attrazione verso gli uomini a sensazioni di dolore, e al contrario davano una gratificazione di fronte a un corpo femminile. Ma l'orientamento non veniva assolutamente modificato".
Perché quindi si cerca ancora una cura?
"Queste ricerche nascono dalle richieste di omosessuali che hanno una doppia appartenenza: di solito gay e cattolici. Anche seminaristi, e comunque persone molto vicine alla chiesa. Cercano a tutti i costi un fondamento biologico che giustifichi qualcosa che è una variante nella norma, non una malattia. C'è un mercato di persone che non sono soddisfatte e alcuni ci fanno soldi: si cerca di farli fessi e contenti. Ma gli ambienti scientifici evoluti non lo ammettono".
E le teorie di Van der Aardweg e Nicolosi?
"Mai sentiti. Carneadi che non fanno parte della comunità scientifica".


Una terapia dell'omosessualità "è un nonsenso clinico, un'operazione di memoria nazista", aggiunge Giorgio Rifelli, segretario del Cis (Centro italiano di sessuologia), e docente all'università di Bologna. "Il lavoro del clinico", dice, "è mirato a recuperare le saluti, non le normalità. L'omosessualità non è una malattia, dunque non ci sono terapie. E comunque non danno risultati. Chi prova un desiderio per il proprio sesso se lo tiene. Se una persona soffre, dobbiamo aiutarla a superare il problema, non a diventare eterosessuale. Non è possibile".

Anche Mauro Rossetto, direttore del centro Das per la terapia dei Disturbi affettivi e sessuali, respinge le "vecchie tecniche di condizionamento, che oltre a non avere efficacia non ottengono una condizione di vita serena". Piuttosto si deve lavorare con le famiglie "per spiegare che l'omosessualità è uno dei tanti modi di esprimere l'identità sessuale".


In Italia, però, c'è qualcuno che segue i "guru" Nicolosi e Van der Aardweg. "Noi offriamo una chanceagli omosessuali egodistonici, i cosiddetti omosessuali non-gay", dice Tonino Cantelmi, presidente dell'Aippc (Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici) e docente all'università Gregoriana. "Diamo una possibilità a chi per motivi di fede non si riconosce nel modello gay e non consideriamo come unica strada la terapia confermativa", quella cioè che aiuta ad accettarsi e superare l'omofobia della società.
Il tutto cercando di evitare polemiche con il mondo scientifico e con le associazioni per i diritti degli omosessuali: "Lavoriamo senza enfasi, con molta discrezione. In varie parti del mondo praticano questa terapia, anche se noi siamo un po' meno semplici". L'omosessualità "ha gradi di reversibilità, a volte c'è un mancato sviluppo identificatorio con la figura maschile e su questi pazienti possiamo intervenire". Con la terapia ricostitutiva si diventa eterosessuali? "In qualche caso è possibile, in altri si raggiunge una maggiore comprensione di sé e a volte un'evoluzione di tipo eterosessuale".


Sui risultati dissente però Iole Baldaro Verde, presidente del Cirs (Centro interdisciplinare per la ricerca in sessuologia): "In una società che considera i diversi inferiori, chi non riesce ad accettarsi può andare da uno psicoterapeuta. Se vuole riuscirà ad avere rapporti sessuali con persone del sesso opposto, se ammettiamo che siamo tutti bisessuali. Ma non è un ritorno a una presunta "eterosessualità" originaria, è solo un poter usufruire di una bisessualità che molti non utilizzano. Certo, chi cambia orientamento avrà rapporti scarsi e deludenti, dipende dalle aspettative. Di sicuro non si ha l'orgasmo della vita".

Cantelmi assicura che le richieste "sono numerosissime", ma il successo della terapia "è difficile da valutare fino in fondo", visto che non esistono dati ufficiali in italiano e neppure in inglese. "Di mio", ammette, "non c'è nessuna pubblicazione".

Un punto debole sottolineato da Fabio Veglia, professore di psicologia clinica all'università di Torino. "Ne ho sentito parlare, ma non conosco questa terapia. Di certo non si tratta di contributi importanti dal punto di vista scientifico, altrimenti sarebbero stati pubblicati sulle riviste internazionali. Mi insospettisce poi che ci sia una terapia per un fenomeno che non è stato spiegato. È stata fatta una scelta politico-culturale sensata di non considerare più l'omosessualità un disturbo. Trovo molto discutibile il principio di "cambiare l'orientamento", si rischia di fare un danno: come se in un mondo alla rovescia, fatto di omosessuali, curassimo un eterosessuale solo perché non segue la maggioranza. Dobbiamo aiutare le persone a vivere la propria omosessualità, perché una trasformazione di tipo magico non appartiene al modello scientifico".


Questi dubbi sono condivisi anche da Maurizio Palomba, psicoterapeuta che ha fondato il Gay counseling (www.aiutogay.it) per adolescenti e giovani che scoprono l'omosessualità e non sanno come comportarsi. "Il terapeuta deve aiutare la persona a vivere nel miglior modo possibile per lei. Molte delle patologie collaterali nascono dal rifiuto della società, soprattutto per gli adolescenti".
Lo conferma Paola Dell'Orto, fondatrice e presidentessa dell'Agedo. "La prima cosa che chiedono molti padri e madri è 'far guarire' i figli, vanno dallo psicologo o dallo psichiatra e a volte trovano qualcuno che ci marcia. Anche perché le terapie sono sempre molto lunghe e costose".

In natura "una percentuale di comportamento variante è normale" spiega in conclusione Roberta Giommi, che dirige l'Istituto internazionale di sessuologia a Firenze. "Per i genitori è inquietante, mentre oggi i giovani sono più sereni. L'importante è che non ci sia odio per l'altro sesso e si accetti il proprio corpo, perché la terapia non può abituare a fingere meglio. Temo insomma la parola 'riconversione': l'esperto non deve prendere posizione. E se un giovane è omosessuale e gli va bene, io lo sostengo".






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