Agnolo Ambrogini detto "il Poliziano" (1454-1494)


Una delle più grandi figure di umanisti del Rinascimento.

Nato a Montepulciano, località da cui trasse il soprannome con cui è noto e dove esiste ancora la casa natale, giunse in tenera età a Firenze, dove fu allievo di insegnanti illustri, come Marsilio Ficino.

Giovanissimo si accinse, nel 1469-1473, a una traduzione dell'Iliade dal greco in latino, con la quale attrasse l'attenzione di Lorenzo il Magnifico, che gli concesse nel 1473 l'uso della ricca biblioteca privata dei Medici, e nel 1475 gli affidò addirittura l'istruzione del figlio Piero.

Il conferimento, nel 1477, del titolo di priore di San Paolo assicurò all'Ambrogini l'agiatezza e ne sanzionò la riuscita sociale.

Successivi screzi con la famiglia de' Medici lo portarono però ad abbandonare Firenze per Mantova nel 1479; vi tornò nel 1480.

Da allora si dedicò fino alla morte (avvenuta a soli quarant'anni nel 1494) all'insegnamento universitario, all'educazione di Piero de' Medici, alla scrittura e allo studio filologico dei classici antichi.

Poliziano scrisse e poetò tanto in italiano che in latino e in greco classico. Fra le sue opere principali le Sylvae (in latino), le Stanze per la giostra di Giuliano (1475-78), i Detti piacevoli (1477-79) il dramma profano La fabula di Orfeo (1480) e inoltre opere storiche, traduzioni dal greco, studi di filologia ecc.

La tomba di Poliziano è oggi visibile nella chiesa di san Marco a Firenze, sotto a quella di Giovanni Pico della Mirandola.





Nonostante gli storici della letteratura italiana lo neghino con violenza, abbiamo almeno quattro tipi di fonti sull'interesse (chiamiamolo eufemisticamente così) del Poliziano per l'amore omosessuale.

La prima fonte sono ovviamente le denunce per sodomia alle autorità. Ne conosciamo almeno due.
Di una prima, del 3 aprile 1492, abbiamo notizia da una lettera del 7 aprile 1492 di Niccolò Guicciardini (1467-sec. XVI), che racconta come un ragazzo, arrestato per sodomia, avesse denunciato agli "Otto di Guardia e di Balìa" (una magistratura fiorentina) un gran numero di persone:

"E fra gli altri uno garzone che si chiama Duccio Mancino ne squittinò [denunciò] assai, fra gli altri messer Agnolo da Montepulciano" [1].
Questa lettera, si noti bene, era stata già pubblicata nel 1935, ma parzialmente: questa frase, "guarda caso", era stata soppressa. (Ecco il modo in cui gli storici eterosessuali hanno fatto la storia dell'omosessualità fino a ieri).

Il nome del Poliziano appare anche in un verbale d'interrogatorio (in latino) degli "Uffiziali di Notte" (la magistratura in quel periodo specializzata nella repressione della sodomia): il 23 luglio 1496 il diciassettenne Giovanni Bellacci denuncia tutti gli uomini da cui si era lasciato sodomizzare, e

"disse che ser Angelo da Montepulciano, precettore di Piero de' Medici, al presente morto, una volta solamente, prima che morisse, sodomizzò nel posteriore il detto Giovanni" [2].
***
La seconda fonte sono le accuse dei suoi contemporanei. Fra costoro, per esempio, Bartolomeo Scala (1430-1497), in una lettera del gennaio 1493, accusò il Poliziano d'amare troppo la "coda" degli adolescenti [3], mentre Andrea Dazzi (1473-1548) fu decisamente più pesante in questa sua poesia latina:
A Giacomo
Vuoi sapere, Giacomo, quante preoccupazioni io abbia.
Ne ho tante quanti capelli ha la testa,
quante onde ha il mare agitato dalla tempesta,
quante piogge bagnano la terra d'inverno,
quanti pesci nuotano nel mare profondo
e quanti granelli di sabbia hanno le spiagge,
quante le foglie di cui si coprono le alte selve
e quante viole e rose ha la primavera,
quante messi si mietono con l'ardente calore,
quante nere ombre abitano l'aldilà,
quanti uccelli volano nel cielo aperto,
e quante stelle fisse si contano in cielo,

e per non fartela più lunga, tante
quanti ragazzi incula il Poliziano [4].


Meno volgare è l'epigramma latino che segue (dello stesso autore), ma l'accusa è identica:

Ad Angelo Poliziano
Se Giove è reso più grande dall'avere Ganimede,
tu Angelo sarai superiore al Serenissimo Giove stesso [5].
***
La terza fonte d'informazione sono gli scritti stessi dell'Ambrogini: almeno tre volte l'omosessualità vi appare con un certo rilievo.

Il caso più noto è quello del già citato Orfeo, opera teatrale che vanta il merito d'essere "la prima commedia profana della letteratura italiana", e che essendo stata musicata è forse la prima Opera con un tema omosessuale (purtroppo la musica non ci è pervenuta) [6].

In essa Orfeo, persa per sempre la sua amata Euridice, giura che non amerà nessun'altra donna e che si rivolgerà piuttosto ai ragazzi ("la primavera del sesso migliore") invitando a schifare le donne: chi è già sposato dovrebbe divorziare.
A giustificazione ideologica del proprio amore (e di quello del Poliziano!) presenta gli amori omosessuali degli stessi dèi pagani: Giove e Ganimede, Apollo e Giacinto, Ercole ed Ila...
Per punizione, e in difesa dei diritti del proprio sesso, un gruppo di baccanti lo uccide.

La vicenda è solo la ripresa d'un mito antico, a cui Poliziano non fornisce altro che un'elegante veste italiana; ciò non impedì comunque alle edizioni a stampa dei secoli XVII-XVIII di censurare le righe omosessuali del brano:

ORFEO:
"Qual sarà mai sì miserabil canto
che pareggi il dolor del mie gran danno?
O come potrò mai lacrimar tanto
ch'i' sempre pianga el mio mortale affanno?
Starommi mesto e sconsolato in pianto
per fin ch'e' cieli in vita mi terranno:
e poi che sì crudele è mia fortuna,
già mai non voglio amar più donna alcuna.

Da qui innanzi vo' côr e fior novelli,
la primavera del sesso migliore,
quando son tutti leggiadretti e snelli:
quest'è più dolce e più soave amore.
Non sie chi mai di donna mi favelli,
po' che mort'è colei ch'ebbe 'l mio core;
chi vuol commerzio aver co' mie' sermoni
di feminile amor non mi ragioni.

Quant'è misero l'huom che cangia voglia
per donna o mai per lei s'allegra o dole,
o qual per lei di libertà si spoglia
o crede a suo' sembianti, a suo parole!
Ché sempre è più leggier ch'al vento foglia
e mille volte el dì vuole e disvole;
segue chi fugge, a chi la vuol s'asconde,
e vanne e vien come alla riva l'onde.

Fanne di questo Giove intera fede,
che dal dolce amoroso nodo avinto
si gode in cielo il suo bel Ganimede;
e Febo in terra si godea Iacinto;
a questo santo amore Ercole cede
che vinse il mondo e dal bello Ila è vinto:
conforto e' maritati a far divorzio,
e ciascun fugga el feminil consorzio".

[Testo dall'edizione online del "Progetto Manuzio"]
(E si noti che a percepire l'apologia dell'omosessualità qui contenuta non furono solo i censori controriformisti ma anche, nel XIX secolo, il classicista e militante omosessuale John Addington Symonds).

Più ampia è la trattazione nelle poesie d'amore che il Poliziano scrisse nel 1471/1494 in greco e in latino (ma non, significativamente, in quelle scritte in italiano), soprattutto quelle in cui si rivolge a un Crisocomo ("Chiomadoro") e a un Coridone (nome che allude alla seconda ecloga di Virgilio, di tema omosessuale), cantando il suo amore a imitazione dei più eleganti autori classici (greci e latini) [7].
Evidente in queste opere la lezione degli epigrammisti greci, che l'Ambrogini conobbe attraverso l'Antologia Planudea.

Dall'audace traduzione di Enzo Savino ecco a titolo di esempio un epigramma greco:

Epigramma XXIX
"Non ardermi, ragazzo, con vertigine dell'attrazione,
bolidi di fuoco, sempre, al cuore del mio cuore.

Passione di te che sorridi accende di fiamme i miei occhi:
tu, che m'hai ridotto a vivere in rogo totale, ormai" [8].

Altrettanto esplicita un'altra poesia in greco, una delle molte per il ragazzo "capelli-d'oro ("Chrysocomum"), sempre nella traduzione di Savino:
Epigramma XXVI

"Guardami dal cielo, mentre ho fra le braccia il bello mio,
e non invidiarmi, Giove: non ho invidie, io.
Gòditi Ganimede, Giove, gòditelo, ma il luminoso
Crisocomo devi lasciarlo mio, dolce più del miele.

Felice, tri-, quadri felice, io! Ah, t'ho sentito mio
e ancora sento mio il tuo viso, bimbo tutto grazie!
O viso, o riccioli, o sorriso, o astro di pupille,
oh, dèi, io t'ho davvero, bello, io t'ho davvero.

Ma ti ho davvero, cucciolo d'amore? Quanti sospiri,
e patimenti, e mosse fatte, per averti in premio!

O mia febbre, perché friggi, ancora? Ormai,
pericolo passato: cuore, non devi palpitare.
Chi ci ha sradicato, chi ci ha raggelato
è preda nostra, in vincoli d'abbraccio.

Accettala, dea, questa colomba sull'altare
e fa' che questa gioia duri a lungo, Venere mia [9],
Tu fammi respirare i tuoi aliti d'amore, dolci
più che puoi, lingua che s'annoda a lingua, bimbo" [10].

Per finire, un epigramma latino, indirizzato allo stesso ragazzo:
Epigramma LXIV
"Mi attiri, mi respingi; insegui, fuggi; sei pietoso, sei crudele;
mi vuoi, non mi vuoi; mi tormenti e mi ami;
prometti, poi neghi, mi dai speranza e me la togli.

Preferirei piuttosto la tua sorte, o Tàntalo: [11]
è duro patire la sete mentre attorno a te zampillano le onde,
ma è ancora più duro patire la sete in mezzo al nettare" [12].

***
Per finire, di tono più leggero (e poco conclusivi per il nostro tema) sono i Detti piacevoli, la cui attribuzione è stata a lungo messa in dubbio, ma che Gianfranco Folena ha restituito al Poliziano [13].
Si tratta di facezie (barzellette) su vari personaggi fiorentini, alcune delle quali hanno tema omosessuale (notevoli quelle relative a Donatello e Botticelli).


La quarta ed ultima fonte di notizie sull'omosessualità del Poliziano è alquanto strana: si tratta infatti dalle circostanze della sua morte, che secondo la recente ipotesi di alcuni storici [14] sarebbe da annoverare fra le prime causate dalla grande epidemia di sifilide, che colpì l'Europa come una bomba proprio nel 1494.

Vera o no che sia questa ipotesi, al suo apparire la sifilide aveva un decorso acuto, "fulminante", quale quello descritto nel più dettagliato racconto della morte del Poliziano tramandatoci: la lettera che Antonio Spannocchi (sec. XV-1503) scrisse in latino il 29 settembre 1494:

"Scordavo di dirvi che il Poliziano è morto: e la causa è stata questa, che egli amava un certo ragazzo, tanto adorno di bellezza da non aver pari, con il quale ebbe a tal punto confidenze intime, che "il sesso perse la sua funzione naturale" [15].

Dopo di ciò il ragazzo s'ammalò subito, e chiedendogli i medici perché si fosse ammalato, non riferiva loro nessuna causa, complice di se stesso. Ma poiché essi insistevano, rispose: "Chiedete al Poliziano". Ciò detto iniziò a delirare, e nel delirio non parlava d'altro che del Poliziano. Infine morì.

Quando la cosa si riseppe, a Firenze si cominciò con gran clamore a chiedere che questo nefando omicida e disonestissimo stupratore di ragazzi fosse giustiziato con la spada la croce il fuoco. Immagina da solo quanta tristezza e vergogna portarono tali cose, in quel momento, a quest'uomo eloquentissimo tanto nella lingua greca quanto in quella latina.

Vedendo che già la fama, da cui cercava con gran fatica di farsi innalzare, lo abbandonava, si ammalò di febbri. E quindici giorni prima della morte fu preso dalla stessa follia che già aveva colpito il ragazzo, anzi a proposito del ragazzo si vantò in modo ancora più acceso di ciò che questi aveva detto di lui, e diceva di essere Cristo, e quando venne a trovarlo il conte Pico della Mirandola lo chiamò subito san Pietro" [16].

Se davvero i fatti si svolsero come narra Spannocchi, è più probabile che sia stato il ragazzo a contagiare Poliziano piuttosto che il contrario, visto che l'Ambrogini si ammalò solo dopo la sua morte, e che come detto la sifilide aveva allora un periodo d'incubazione cortissimo. (Incidentalmente, è interessante notare che un altro umanista in odore d'omosessualità, quel Pico della Mirandola nominato da Spannocchi, morisse appena due mesi dopo con i medesimi sintomi).

Sulla morte del Poliziano la voce popolare si divertì poi a ricamare una versione che non spiacerebbe oggi alle telenovelas, affermando che egli sarebbe stato stroncato dal furore amoroso per un ragazzo greco di nome Argo, al quale aveva cantato serenate col liuto per tutta la notte. Tanto eccessiva fu la passione con cui lo fece, si disse, che il giorno dopo morì d'un colpo apoplettico!

L'implausibilità di questa voce (creduta a torto invenzione dell'umanista Paolo Giovio, 1483-1552), è stata usata dagli storici italiani per negare credibilità anche alla lettera dello Spannocchi, che in passato è stata liquidata come "un falso".
Carlo Dionisotti ha però infine dimostrato che ciò che Spannocchi scrisse fu scritto anche da altri suoi contemporanei in testi sicuramente autentici [17].

Per finire, l'antologia di testimonianze e voci che Del Lungo [18] raccolse sulla morte del Poliziano dimostra che è vero che egli fu talora vittima innocente di pettegolezzi, ma che ciononostante sostenere oggi che egli avesse in vita fama di "ortodossia sessuale" significa far violenza ai documenti.

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