Rethinking Cold War Culture

29 marzo 2005

Due dei saggi di questa raccolta, dedicata al "ripensamento della cultura degli anni della guerra fredda", si occupano di omosessualità.

Il primo è Sex, Gender and the Cold War Language of Reform di Joanne Meyerowitz e si propone di dimostrare come quelli non furono solo anni di repressione ma anche di sviluppo dei primi ripensamenti dei ruoli di genere e dei primi movimenti omosessuali, i quali usavano nei loro documenti espressioni e vocaboli (e quindi concetti) non dissimili da quelli dei loro stessi oppressori.

Il secondo saggio è Containment at Home: Gender, Sexuality and National Identity in Cold War America di Jane Sherron De Hart e si occupa del tentativo di reprimere le rivendicazioni dei movimenti omosessuali così come quelle dei movimenti femministi, come tipico di ogni riflusso postbellico.


I due saggi sono piuttosto interessanti, ma non aspettatevi rivoluzioni. Per ciò che riguarda l'omosessualità (ma anche la posizione della donna nella società statunitense degli anni '50), più che di un "ripensamento culturale della guerra fredda" siamo messi di fronte a una riconferma del quadro già delineato da studiosi precedenti. Un quadro nel quale l'omosessualità è additata da psichiatri, giornalisti e politici come una malattia che minaccia di diffondersi nella nazione ed è collegata a tutti i livelli al comunismo, mentre le donne sono caldamente invitate a starsene a casa a curare i figli nella speranza di ridurre i crescenti livelli di delinquenza giovanile.

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