Banshee

2 ottobre 2013

Il pilot inizia con un inseguimento reboante di quelli che se non li vedi non ci credi, e dopo averli visti continui a non crederci perché c’è un limite a tutto. Poi si sviluppa in modo interessante, mischiando personaggi risaputi (l’ex pugile nero che adesso fa il barista) ad altri più imprevedibili (il mafioso Amish), con sorprese sufficienti a tenere in piedi un’intera stagione: come non essere curiosi di vedere dove andrà a parare? A lungo rimane il dubbio se si tratti di un capolavoro del kitsch, di quelli che ne accumulano così tanto che possono anche sembrare gradevoli, o più semplicemente una bazzecola che a tratti riesce a vendersi abbastanza bene. Alla fine della prima stagione non ho risolto del tutto il dilemma, ma protendo per la seconda opzione.

Banshee è una di quelle serie alla Twin Peaks in cui i paesi di provincia contano più malavitosi con manie di grandezza che case; i mafiosi russi vivono in magioni pacchiane e giocano a scacchi da soli; i mafiosi indiani costruiscono casinò; i geni del computer battono a caso sulla tastiera facendo apparire tante piccole scritte verdi che scorrono veloci, tipo Apple II del 1977. E ovviamente è una di quelle serie per eterosessuali bisognosi di fantasie diurne in cui i buoni sono delinquenti innamorati che cercano di rifarsi una vita, garanti a pugni e pistolettate di una superiore giustizia (il protagonista, Hood, è reduce da 15 anni di galera ma si fa passare per lo sceriffo). Di conseguenza tutti se le danno di santa ragione una sequenza sì e una no (senza ovviamente riportare mai lesioni permanenti) e quando nessuno li pesta si allenano prendendo a pugni il muro giusto per non perdere l’abitudine.

Hood, in particolare, è uno di quei maschi talmente maschi che possono risolvere da soli qualsiasi “situazione”, come dicono gli americani che di questo genere di machismo s’intendono. Esempio: due rapinatori tengono in ostaggio un gruppo di scolaretti nella scuola? Poliziotti comuni e persino l’Fbi si affannano all’esterno, a cercare di capire, pensare e trattare, mentre Hood irrompe nell’edificio con la sua camminata da anello mancante della catena evolutiva – a gambe larghe come se fosse appena sceso da cavallo anziché da una macchina e a braccia larghe come se avesse irresolubili problemi di traspirazione ascellare – e salva tutti gli ostaggi sterminando i cattivi da solo. A mani nude. Oppure: un pugile malvagio e stupratore è arrivato in paese con la protezione del malavitoso locale e nessuno osa affrontarlo? Arriva Hood che, pur essendo grande la metà, lo fa a pezzi (letteralmente). Una banda di motociclisti mette a soqquadro la città? Arriva Hood e, con due ferri rimediati sul posto, ne fa strage. Da solo, come sempre.

Siccome poi oggi un gay non si fa mancare a nessuno, nemmeno in questo genere di cose da canale via cavo per repubblicani frustrati, Banshee è anche una di quelle serie dove pure gli omosessuali sono tosti, anche quando vestono in modo eccentrico e sono inutilmente acidi con tutti. Job, oltre a essere il genio del computer di cui sopra, è un tiratore scelto e sa pure menare, come tutti a Banshee. Quando tre bulli locali lo prendono in giro mentre sta lavorando per Hood via computer da un fast-food, interrompe un attimo per rimetterli al loro posto senza che abbiano nemmeno il tempo di capire cos’è successo, per poi tornare con nonchalance al suo posto. E poi c’è anche l’Albino, una montagna di muscoli cui nessuno ha mai dato notizia dell’invenzione di magliette e mutande, bianco come fosse caduto in un bidone di cipria, che in carcere gestisce il suo potere massacrando di botte, dispensando bacetti e abbassando i pantaloni per testare la sottomissione degli altri reclusi. Ma quando arriva Hood… Tutto da solo, ovviamente.

Se poi vi chiedete perché alla fine della prima stagione Carrie (alias Anastasia), che ha una mira infallibile, spara al super-cattivo che le sta davanti inerme a due metri di distanza colpendolo a destra invece che al cuore, la risposta è proprio quella: perché il canale ha già deciso che ci sarà una seconda stagione. Vi sembra che gli autori possano porsi problemi di credibilità in una serie tenuta insieme dalla crassa violenza di scazzottate e torture, che si protraggono alle volte per tanti di quei minuti che nel frattempo potreste leggere buona parte di Guerra e pace, o almeno fare una lavatrice, senza perdervi nulla?

Hood è insomma una specie di Chuck Norris, solo un poco più piacente perché deve sedurre le donne di mezzo paese senza preoccuparsi dell’età e deve starsene più tempo con le chiappe al vento che in divisa. Occhio azzurro, faccina furbetta, dentatura perfetta per poter digrignare meglio i denti bianchissimi nonostante abbia preso più bastonate di un mulo svogliato, proferisce le sue frasi fatte a mezza voce rotta, come fanno i veri maschi, quelli che hanno visto tutto nella vita e non devono chiedere mai. E cui è meglio non chiedere mai niente. Non solo perché ad andare bene si rimedierebbe un pugno sul muso, ma perché non hanno nulla dire.

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