490 più 1 = 491

7 maggio 2014

Tratto da un romanzo di Lars Görling pubblicato in quello stesso anno e ambientato in un futuro prossimo, 490+1=491 ha sollevato a suo tempo un certo scandalo, e se ha fatto discutere in Svezia si può immaginare cosa sia successo in Italia.

Il titolo del film allude al monito evangelico di perdonare settanta volte sette, cioè 490 volte. La 491a volta parrebbe dunque lecito non perdonare più, ed è di questa 491a volta che si occupa il film nel raccontare un esperimento sociologico consistente nel riunire un gruppo di giovani criminali e disadattati in una sorta di piccola comunità, insediata nell’appartamento di un assistente sociale incaricato di seguire l’evoluzione del gruppo, delle cui angherie invece rimane presto vittima. A supervisionare il lavoro del supervisore è uno scienziato/funzionario più anziano, il quale in una delle sequenze più scandalose seduce il più incallito dei giovani criminali.

La scena in questione è costruita con intelligenza, tramite un gioco di sguardi tra i due accompagnato da apprezzamenti molto espliciti sul piano verbale, sicché gli intenti dell’uomo non possono essere equivocati, soprattutto dopo che si alza, accarezza la nuca del giovane e poi si accuccia sulle sue ginocchia. Poi tutto torna allusivo e allo stesso tempo chiarissimo, senza bisogno di inquadrare mai i due insieme: un dettaglio della mano dell’uomo che chiude le veneziane, un’inquadratura del ragazzo che si appoggia sulla scrivania, un altro dettaglio della mano dell’uomo che riprende gli occhiali dalla scrivania dopo una dissolvenza.

Il contenuto della scena di per sé, nonché il fare di un operatore sociale un omosessuale rapace, suscitarono sconcerto all’epoca e portarono alla circolazione di versioni censurate, compresa quella italiana, peraltro uscita con un divieto ai minori di 18 anni e solo nel 1968, dato che il visto di censura nel 1965 venne rifiutato per via di «una serie di situazioni che costituiscono offesa al buon costume, in particolare nella vicenda di pederastia, con i ricatti che vi si ricollegano, e nelle scene delle quali è protagonista la prostituta nonché la volgarità del linguaggio talora gratuito». Non è chiaro se i censori italiani colsero l’allusione ancora più sconcertante all’accoppiamento tra la prostituta e il cane nel finale, ma ad ogni modo il film ha finito coll’anticipare lo scandalo ancora maggiore che Sjöman avrebbe sollevato pochi anni dopo con Io sono curiosa.

490+1=491 nell’insieme è però invecchiato meno bene di Io sono curiosa, e sembra un’Arancia meccanica più statico e meno risolto, interessante per il modo in cui testimonia le ansie di una società pur aperta come quella svedese ma non sempre troppo lucido nel suo percorso narrativo e nelle motivazioni delle sue svolte, nonché poco sagace nell’esplorare la psicologia del supervisore più giovane, dai tratti talora infantili. Si direbbe che Sjöman abbia puntato più all’urto e alla provocazione che alla costruzione coerente e compiuta del film, che tuttavia non pecca mai di grossezza e conosce momenti di finezza anche nelle scene più scabrose.

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