Splendore

13 giugno 2016

È un segnale forte per il nostro paese che un’autrice di bestseller come Margaret Mazzantini decida di dedicare un suo romanzo a una storia di amore e passione omosessuali: Splendore, suo ultimo lavoro, ci racconta delle tormentatissime vicende dei due protagonisti, il borghese Guido e il più umile Costantino, dalla loro infanzia e adolescenza, siamo negli anni Sessanta, fino alla vecchiaia. Tormentatissime perché, come capita spesso nelle opere della Mazzantini, l’autrice – volontariamente o no, bisogna ancora capirlo – tende a esagerare nel tragico gli avvenimenti che capitano ai personaggi. Se, infatti, nel momento in cui compare la parola HIV, si pensa subito a risvolti drammatici, fortunatamente quella strada viene presto abbandonata: il problema, al contrario, nasce nella seconda parte di Splendore e in un finale raffazzonato e inverosimile. Splendore vive di luci e ombre: paradossalmente è più credibile e attraente quando i due protagonisti vivono la loro vita da eterosessuali, in particolar modo Guido, seppure in un’Inghilterra un po’ stereotipata (tra campagne, stazioni, musei e locali gay), piuttosto che quando si ritrovano e tentano di amarsi e stare insieme. Il romanzo presenta numerose Spannung (aspetto classico della narrativa mazzantiniana), ma quella che dovrebbe dare il colpo di grazia alla storia è stonata e richiama da vicino la celebre pellicola Brokeback Mountain di Ang Lee (il cui spirito aleggia anche sul primo incontro sessuale), riletta in salsa meridionale. Da questo momento in poi è come se la scrittrice, che aveva tenuto a freno la tendenza all’eccessivo dramma, si liberasse e desse sfogo a ogni tipo di catastrofe, facendo morire, uno dopo l’altro, alcuni personaggi: il lettore ha già compreso che la realtà è crudele e genera infelicità senza il bisogno di inoltrarsi in altro dolore e sofferenza.

Lo stile, croce e delizia della Mazzantini, è borghese, atto a compiacere tutti, ma una domanda sorge spontanea: perché se la passione tra Guido e Costantino è così violenta e irrefrenabile, l’autrice non racconta mai fino in fondo una loro avventura sessuale, ma interrompe la narrazione e la riprende a cose fatte? Abbondano, inoltre, barocchismi (che tanto hanno fatto storcere il naso a parte della critica e del pubblico) e tante, troppe, similitudini e metafore (“il suo collo si tese come una frusta, come frustato”, “la vita raglia e cavalca”).

C’è una catarsi finale? Figurarsi, solo “un fascio di speranze perdute”.

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