United States of Tara

14 ottobre 2010

Anni fa ho seguito tutte le stagioni di Dawson's Creek solo per comprendere a che punto fosse arrivata la televisione americana nei confronti della rappresentazione dell'omosessualità (un atto di militanza che basta per una vita intera e di cui vado fiero come un reduce può esserlo di una cicatrice guadagnata in battaglia). Il personaggio gay di quella soap per teenager, Jack, rappresentava un modello con cui identificarsi per tutta una generazione (non la mia, che aveva avuto anche meno con lo Steven di Dynasty, ma anche di più, con Alexis). Il che mi preoccupava: identificazione e compassione possono essere buone cose e strumenti di rafforzamento personale, ma non vedevo grandi prospettive in una serie che si accontentava di essere l'equivalente di una seduta di terapia di gruppo in cui la guida sa dire solo "ciao, sono Jack e sono omosessuale, piango e mi faccio pippe dalla mattina alla sera, ma non ditelo a nessuno perché altrimenti chissà cosa mi succede". Certo Dawson's Creek aveva sollevato la sua parte di salutari discussioni. Ma non si poteva guardarla se non sognando di andare oltre - molto oltre - Dawson, la sua cricca e, soprattutto, gli infiniti complessi provinciali di Jack.

La nuova generazione ha più fortuna e se una qualche mutazione genetica la aiuterà a superare il surriscaldamento globale e la paurosa insipienza della classe politica al potere (opposizione inclusa) potrà godersi forme di identificazione per noi impensabili. Il che è confortante anche per noi (voglio dire, per quelli della mia generazione), se anziché attardarci a pensare a cosa ci è mancato consideriamo che abbiamo ottenuto qualcosa di ciò per cui abbiamo militato, e pure in tempi ragionevolmente brevi, certo più brevi di quanto non potessimo sperare solo qualche anno fa.


The United States of Tara è un buon esempio, soprattutto se si considera che è solo una delle molte serie che oggi offrono personaggi omosessuali fissi il cui problema non si limita al coming out o all'essere accettati in famiglia. Il loro problema semmai è affrontare tutto quel mondo esterno alla domesticità del quale, dieci anni fa, non si poteva nemmeno lasciare immaginare di saper qualcosa. Fuori non c'era nulla, perché già dentro le mura domestiche si prospettavano drammi insormontabili. Il problema alla fine era questo: al massimo si parlava di coming out, oltre non c'erano che l'Aids e vecchie baffe arrapate vestite di cuoio. Una volta detto tutto a mamma e papà, che fare? L'imperfetta guida televisiva al perfetto omosessuale si fermava lì. Il resto era tutto da inventare, e da immaginare.


Marshall, il figlio adolescente di Tara, non ha invece nessun problema ad accettare la propria omosessualità, una volta superato un breve periodo di sperimentazione: per sua fortuna, da un lato nel suo liceo c'è un gruppo di ragazzini militanti, un po' rampanti ma comunque utili; dall'altro "sperimenta" con una psicopatica, quindi fa presto a capire che sì, la strada che aveva intravisto era quella giusta. A questo punto ha inizio il suo (breve e risolutivo) confronto con se stesso, il che include anche il coming out (che fa contenti mamma e papà, che avevano capito tutto da mo'...). Ma, soprattutto, Marshall si confronta con una realtà che da poco è entrata nel novero del "narrabile", almeno per la televisione: amore, luoghi di battuage, discussioni su forme, "gradi" e modelli dell'omosessualità stessa, organizzazioni militanti, prevenzione, ecc. E, ovviamente (!), il sesso, il desiderio, il piacere: se, come me, non sapevate cosa sono le "noci nella vasca da bagno" (o, quanto meno, non lo chiamavate così…), potete persino imparare qualcosa, ma tanto basta per farsi un'idea dell'assenza di inibizioni cui si è finalmente giunti, soprattutto se si considera che ancora a metà degli anni Novanta in thirtysomething - che pure era una delle serie più "avanzate" del momento - mentre gli eterosessuali si accoppiavano in ogni posizione possibile, gli omosessuali erano fermi ai fiori e alle api e non potevano nemmeno baciarsi. Soprattutto se avevano meno di 39 anni o più di 40.

A guardare Tara - ditelo in giro, se vi capita - sembra che fuori dalle mura domestiche non ci siano solo malattie e predatori insoddisfabili. Ci sono anche altri giovani, virili o effeminati, insospettabili o appariscenti, individualisti o militanti, e persino vicini di casa di mezza età impegnati in relazioni stabili, tanto che non pensano solo a montare il primo che passa per strada (come per decenni ha raccontato la fantasiosa - e ansiosa - vulgata eterosessuale). E ovviamente ci sono omosessuali, eterosessuali e bisessuali. Marshall in effetti si prende anzitutto una cotta per uno di questi ultimi, un giovanotto disponibile che tuttavia finisce anche a letto con sua madre. O meglio con una delle sue molte personalità, perché Tara è una schizofrenica con personalità multiple (interpretate con ottimo virtuosismo da Toni Collette). Se a questo si aggiunge che Kate, la sorella di Marshall, ha a che fare con arrapati virtuali cui si vende via webcam, che la zia sta per sposarsi ma è incinta di un altro uomo, che il padre può andare a letto solo con una delle personalità della moglie ma intanto si fa anche la cameriera lesbica che si è innamorata di un'altra di queste personalità (maschile, persino maschilista: quando si dice che il genere è performativo…), si capisce che l'omosessualità di Marshall rischia di essere la forma più semplice, matura, equilibrata, naturale e sensata di sessualità degli "Stati Uniti di Tara". Cioè un mondo talmente nevrotico e contorto da essere uno specchio sin troppo fedele di quello in cui viviamo. Ma il mondo è bello perché è vario: noi tutti lo sapevamo già, finalmente se ne è accorta anche la televisione.


Almeno fuori d'Italia: da noi si spacciano per atti di militanza la vittoria di Luxuria a un reality e le isterie della "grande sorella", e per sentir dire "cose gay" (nel senso in cui Moretti invitava D'Alema a dire "cose di sinistra", qualche anno fa) occorre che Busi vada all'isola dei morti di fama. Fateci caso, se vi capita.

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