L'amore che osa dire il suo nome

19 marzo 2005, "Babilonia", 217, febbraio 2003

Mancava. L'amour qui ose dire son nom - Art et Homosexualité era un libro che mancava. In passato molti altri scritti hanno infatti esaminato, con risultati più o meno convincenti, i rapporti tra l'arte e l'omosessualità, ma riferendosi solo a particolari momenti storici (come The Sexual Perspective di Emmanuel Cooper) o a contesti limitati (Adam di Edward Lucie-Smith). Il libro di Dominique Fernandez - non ancora tradotto in Italia, ma comunque in vendita nelle migliori librerie d'arte - opera un excursus su tutta la storia dell'arte, dalla preistoria ai giorni nostri. Edito dal francese Stock in edizione rilegata (ma esiste anche un'ottima edizione in brossura, nonché una versione inglese, edita da Prestel), vale senza alcun dubbio i soldi spesi, ricco com'è di 350 eccellenti illustrazioni, di un testo brillante ed arguto e di un'aggiornatissima bibliografia.

Il risultato globale è grandioso: questa storia dell'omosessualità riletta attraverso il filtro particolare della creazione artistica e delle immagini è un tripudio di sensualità e di erotismo, calato in un superbo viaggio a cavallo dei continenti e dei secoli. Eppure non era un'impresa facile, a cominciare dalla, per certi versi scontata, domanda di base (domanda che, mutatis mutandis, vale in sé per ogni altra espressione artistica): cosa si deve intendere esattamente per arte omosessuale? Quella creata da autori della cui omosessualità siamo certi - si pensi, giusto per fare qualche esempio, a Michelangelo, Beardsley, Bacon o Cellini - in cui spesso (ma non sempre, diciamo la verità&), è riscontrabile qualcosa che ci riporta ad un gusto omoerotico? Oppure opere di autori che ufficialmente non risultano certo gay e che pure in molte loro creazioni rivelano uno straordinario erotismo, che apre la porta a moltissime considerazioni?

Al riguardo, lo scrittore francese opera una sottile distinzione fra gli autori dichiaratamente omosessuali (tra i quali inserisce a sorpresa Canova!), quelli che hanno magnificato le donne e il corpo muliebre (come Tiziano, Veronese o Rembrandt) e quelli, infine, che sono "au milieu", autori ufficialmente etero ma solo perché non hanno mai osato dichiarare, forse innanzitutto a se stessi, la propria attrazione per persone dello stesso sesso. Con dosata ragionevolezza, taglia però la testa al toro salomonicamente, finendo con l'includere nella disamina sia gli autori manifestamente gay sia gli altri. Sempre con la stessa logica, tratta sia opere dal contenuto apertamente omoerotico sia quelle in cui questo è invece solo latente e sottocutaneo, leggibile solo ad un livello più profondo, magari attraverso simboli, allusioni, metafore, allegorie o codici particolari.

Con apprezzabilissimo pragmatismo, Fernandez si attiene alle opere in sé e alle pulsioni erotiche che da esse promanano, indipendentemente dalle scelte sessuali dell'autore, pulsioni che, sostiene, sono in genere paradossalmente più forti quando esse alla fine smentiscono l'acclarata eterosessualità dell'autore. A questo proposito, lo scrittore evita quindi di incappare nella trappola scontata, nella quale sono caduti e cadranno moltissimi scrittori: cercare di provare a tutti i costi, con discorsi forzati, l'omosessualità in autori che nel corso della vita non hanno mai lasciato spazio a considerazioni di questo genere.

Incorniciato da un'introduzione (Un linguaggio di simboli) e da una conclusione (Arte, che cosa farne?), L'amour qui ose dire son nom è diviso in 13 capitoli: L'antichità greca, L'antichità romana, Lo sfruttamento moderno dei miti greci, Il mondo biblico, Il cristianesimo, Il Rinascimento a Firenze e a Roma, L'Europa barocca, L'Estremo Oriente, L'Europa neoclassica, Il mondo borghese, Il mondo libero, Le dittature e La società permissiva. Sono dunque poche le grandi civiltà artistiche del passato che rimangono escluse dal discorso non presentando un novero sufficiente di prodotti artistici a tematica omosessuale (cosa che evidentemente non esclude per niente che in quei paesi sia praticata l'omosessualità): fra queste gli egiziani, le antiche civiltà mediterranee, i precolombiani, gli indiani e l'arte islamica, quest'ultima, fa notare Fernandez, in netto contrasto con l'evidente e risaputa diffusione dell'omosessualità in quella società, sia nel passato che al giorno d'oggi.

Inutile dire che sono presi esami tutti i più grandi artisti e le opere più famose nella cultura gay - da Caravaggio a Tuke, da Eakins a Cocteau - ma non mancano moltissime sorprese. Per cominciare, stupisce favorevolmente l'ampio ed inusuale spazio offerto all'arte orientale, che ha dato vita ad opere eccezionali - stampe in particolare - estremamente erotiche e raffinate e di fatto molto più audaci di quelle coeve delle nostre società occidentali: si pensi alle stampe di Utamaro, il grande pittore giapponese paragonato a volte, per la sua vita turbolenta e trasgressiva, al nostro Caravaggio.

Le parole più belle e sentite Fernandez le dedica al suo periodo preferito (mentre, per la cronaca, l'autore contemporaneo che ama di più è l'inglese Lucien Freud): il neoclassicismo, in particolare quello francese. A suo parere, la non comune libertà offerta dalla Rivoluzione e poi da Napoleone fu determinante per quell'eccezionale fioritura di riproposte che gli artisti neoclassici (su tutti Girodet, David, Thorvaldsen e Canova) fecero dei miti classici esaltati 2500 anni prima, che fanno bruciare di passione e di desiderio l'apparente freddezza stilistica del neoclassicismo. Non è quindi un caso se lo scrittore trova proprio in un dipinto neoclassico - I funerali di Patroclo di David, del 1779 - l'opera più omoerotica, assieme alla statua ellenistica del Fauno Barberini, del III secolo, che a suo parere è capace di riassumere come nessun'altra l'eros omosessuale romano.

Ugualmente, molto spazio è lasciato - ovviamente, per chi conosce lo scrittore francese - all'arte italiana, grazie allo straordinario amore che egli prova per il nostro paese (a proposito del quale dice: "E' lei che mi ha salvato. E' un paese felice, che esalta l'arte del vivere. A 12 anni sapevo già della mia omosessualità. Diventato un ragazzo, l'Italia mi ha mostrato che potevo viverla").

Nell'economia del libro, anche per l'arte a tematica lesbica c'è un po' di spazio, limitato sia perché oggettivamente esiste meno materiale a disposizione sia perché l'autore, il quale non fa fatica ad ammetterlo, è meno addottrinato sull'argomento. Comunque sia, non mancano splendide opere, a cominciare da una coppa greca, conservata al Museo di Tarquinia, in cui due donne languidamente si carezzano, per poi andare, in tempi più recenti alle stampe giapponesi, a Boucher, Chassériau, Courbet, Klimt, Rodin, Balthus, Tamara de Lempicka e altri ancora.

Chi sono gli eroi della storia dell'arte omosessuale? La star incontrastata è senza alcun dubbio San Sebastiano - non a caso il santo preferito dai gay& - che per secoli è stato (magari assieme a Adamo ed Eva) l'unica valvola di sfogo dell'arte religiosa, allora assolutamente predominante, che escludeva programmaticamente il nudo in ogni sua forma, inammissibile nella funzione didattica del prodotto artistico. Ma anche in seguito, con l'avvento di una visione più laica, come quella rinascimentale, San Sebastiano ha continuato ad essere un soggetto iconografico diffusissimo, che ossessionò quasi alcuni artisti, come Guido Reni. Le pagine dedicate da Fernandez al martire cristiano sono fra le più convincenti ed entusiasmanti, soprattutto quando esaminano quelle che trasudano un erotismo più pungente, come quelle del Sodoma, di Antonello da Messina, del Mantegna, di Guido Reni, del Ribera, o di Mattia Preti o l'eccezionale San Sebastiano del misconosciuto Antonio De Bellis. A fare da robusta spalla al santo cristiano, ci sono poi altri tre eroi, anch'essi diventati delle icone sulla scena gay: il biblico David, il greco Ganimede e il romano Antinoo, presenti anch'essi in un numero altissimo di opere.

Certamente, si può dire che l'arte offre una validissima testimonianza di come l'omosessualità sia sempre universalmente esistita, sia pure con notevoli differenze spazio-temporali. Non sono pochi i momenti, intervallati da periodi di repressione e di censura, nei quali essa ha trovato nell'arte un'esaltazione trionfante, come il Rinascimento fiorentino, la Cina e il Giappone classici, l'Europa fra il 1780 e il 1820, il periodo fra le due guerre in Germania e ovviamente l'epoca attuale.

Anche in questi periodi, però - sostiene lo scrittore francese - raramente sono state mostrate delle scene palesemente omoerotiche, poiché l'indulgenza della società non è mai arrivata fino a questo punto. Così, persino al giorno d'oggi, nella "società permissiva", mostrare due uomini o due donne mentre fanno l'amore è qualcosa di raro nell'arte, a meno di non cadere nella pornografia.

Il titolo del libro - progettato da circa quarant'anni, come rivela lo stesso Fernandez in un'intervista a Têtu - vuole essere una simbolica risposta ad una celebre frase di Oscar Wilde che definì l'omosessualità "l'amore che non può dire il suo nome" dimostrando così come molta acqua sia passata sotto i ponti se essa ora osa proclamarsi senza problemi. Tutto vero, naturalmente, anche se è bene ricordarsi che c'è ancora tanto da fare; a mo' di esempio, viene incontro proprio questo libro, al quale alcuni musei hanno ostacolato, e talvolta negato, il permesso di riproduzione di alcune opere, senza avere peraltro il coraggio di ammettere la vera ragione, ossia il fatto che fosse un libro sull'omosessualità.

Ma, ad onta del titolo trionfalistico, lo stesso Fernandez ha qualche remora, espressa in particolare nella conclusione. Nei nostri anni, infatti, se da un lato finalmente ci si può esprimere con assoluta libertà, frutto di una lunga e faticosa battaglia vinta, paradossalmente ciò non significa che le opere artistiche si esprimano compiutamente e diano il meglio di sé, anzi. Secondo lui "essere omosessuali non è solamente preferire le persone del proprio sesso: è (e deve continuare ad essere) tenersi al margine della massa dei propri simili, pensare e agire differentemente, apportare nel consenso sociale un fermento di critica e di discordia". Ora, la mancanza dei timori e della sofferenza, della lotta, in sostanza, ha portato in campo artistico ad una banalizzazione che può portare con sé, potenzialmente, la fine di una vera ispirazione artistica: "La realizzazione individuale, l'accesso di ciascuno alla vita privata che più gli piace, la fine della clandestinità, la sicurezza affettiva, la possibilità di scegliere il proprio partner e di dividere tutto con la persona che si ama, senza doverlo nascondere al proprio capoufficio, all'inquilino, ai vicini, senza mentire ai suoi amici e ai suoi parenti, nessuno può dubitare che quest'insieme di diritti e di felicità non sia lo scopo di ogni società ideale".

Però, sottolinea Fernandez con una certa nostalgia: "non si tratta di rimpiangere l'epoca dei segreti e dei tabù. Noto solamente che i segreti e i tabù erano più favorevoli alla creazione che le facilitazioni del lassismo. Molto meglio per i costumi, tanto peggio per la letteratura e l'arte". Una posizione, questa, che lascia per molti versi perplessi perché - al di là della descrizione idealizzante e non sempre rispondente alla verità dell'omosessualità nella società odierna - rilancia la vieta idea che "si stesse meglio quando si stava peggio" e che l'omosessualità desse più spazio alla creatività quando era repressa.

Il libro di Fernandez - sulla cui copertina campeggia lo splendido, ma anche un po' inflazionato per la verità, Ragazzo sul bordo del mare di Hippolyte Flandrin del 1835 - così come già l'altro suo saggio, Il ratto di Ganimede, ha un taglio evidentemente letterario, tipico di una persona che si è avvicinata all'arte sì con cognizione di fatto ma ricco soprattutto di una cultura eminentemente umanistica e quindi non versata sugli aspetti tecnici. Non a caso, spesso vengono operati collegamenti interdisciplinari, dalla letteratura alla fotografia, che ha un ruolo fondamentale negli ultimi capitoli. Ciò detto, le sue considerazioni sulle opere - esaminate di per sé soprattutto sul piano iconografico e non formale - se peccano di critica artistica, in compenso sono brillanti e originali (tanto da essere talora discutibili). Originale è poi anche il taglio trasversale operato sui temi mitologici e su quelli sacri, estrapolati dai contesti storici e raggruppati per affinità di soggetti.

Va bene così, dunque, ognuno dà ciò che sa dare e, d'altra parte, esistono moltissimi altri libri che prendono in esame gli aspetti squisitamente artistici. E godiamoci questa straordinaria galoppata che esalta l'erotismo, l'omosessualità e infine, se non soprattutto, l'arte.
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