Foglie d'erba, di Walt Whitman, l'amante della vita

Nel 1855 apparve negli Stati Uniti un volume di poesie di un centinaio di pagine. Delle ottocento copie stampate ne fu venduta solo una.

I critici ignorarono il libro o lo accusarono di "oscenità".
Lo scrittore Emerson, allora molto famoso, scrisse però allo sconosciuto autore:

"Egregio signore, non ignoro il valore del vostro prezioso dono di Foglie d'erba.

Le trovo la più straordinaria manifestazione d'intelligenza e sapienza che l'America abbia avuto finora".

L'autore di Foglie d'erba (Leaves of grass) era il trentaseienne Walt Whitman, che si autodefinì il turbolento figlio di Manhattan e anche il poeta della fratellanza.

Per tutta la vita, come si era augurato, aggiunse poesie a quell'unico poema.

Irruento, appassionato, fervente democratico, panteista, indifferente al denaro, Whitman rivoluzionò la poesia moderna e, insieme alla fragile e delicata Emily Dickinson, creò la nuova poesia americana, che avrebbe influenzato e suggestionato tutta la poesia del Novecento.

Nato nel 1819 a New York, era figlio di un carpentiere d'origine inglese e di una donna d'origine olandese, e di fede quacchera.

Aveva otto fratelli e dopo le scuole elementari fece l'apprendista tipografo, il maestro in scuole rurali, aiutò il padre come falegname, divenne giornalista in piccole riviste.
Quasi da autodidatta lesse e amò Omero, Eschilo, Shakespeare, i poemi sacri dell'India, ma anche alcuni suoi contemporanei, come il severo filosofo inglese Carlyle, e la scrittrice più anticonformista d'oltreoceano, la francese George Sand.

Whitman scrisse ignorando volutamente le "regole" della poesia, ma non la musicalità della poesia; scelse un linguaggio semplice e schietto, spesso con parole tratte dallo slang americano.

Rese omaggio alla vita, al mondo, agli uomini, alle donne, ai popoli lontani, amò i mistici dell'India.

Una bellissima lirica racconta un episodio della vita di sua madre, Louisa Van Velsor: un giorno da ragazza aveva incontrato una coetanea indiana ed era rimasta incantata dalla sua bellezza e dalla sua dignità.

Per moltissimi americani bianchi gli indiani erano solo i nemici da sterminare o i diversi di cui aver paura:

Non aveva lavoro da darle ma le offrì

la sua rimembranza e il suo affetto

scrisse il poeta. Per Whitman la diversità (qualsiasi diversità) è sempre un arricchimento della vita e della bellezza.

Il suo libro che completò alla morte, avvenuta nel 1892, è diviso in 36 parti, ognuna con un titolo diverso, composta da centinaia di liriche.

Nella parte denominata "Calamus" egli scrisse apertamente del suo amore verso gli uomini.
Nessun poeta prima di lui, a parte Saffo, aveva scritto con tanta sincerità, semplicità e purezza della sua omosessualità. Con sensibilità Whitman canta gli uomini che ha amato e quelli che ama, i giovani appena intravisti.

La sessualità, che è una delle mille espressioni dell'amore, per lui è sempre naturale e spirituale se vissuta con onestà. I morbosi moralisti avrebbero voluto "linciarlo sulla pubblica piazza" come scrisse una gazzetta del tempo.

Fu sempre accusato di "immoralità" e invece era profondamente libero ed etico.
Un altro tema dominante di Foglie d'erba è la fratellanza, autenticamente vissuta da Whitman anche verso coloro che la società rifiutava: gli africani costretti alla schiavitù, le prostitute, i malfattori, i malati, i disperati, i suicidi, gli handicappati:

"In ogni persona ritrovo me stesso, non uno che mi superi, non uno che valga un chicco d'orzo di meno".

Nel suo vasto poema Whitman celebra (parola a lui cara) la natura e l'America.

Sarebbe errato vedere nel poeta un nazionalista: era un cittadino del mondo che viveva in una terra in ebollizione, un luogo di incontaminata bellezza dove tutto era forse ancora possibile.

Nella bella e vivace parte intitolata "Sul ferry di Brooklyn" il poeta lancia metaforicamente un ponte tra lui e le generazioni future in una felicissima descrizione del viaggio sul ferry-boat per raggiungere Manhattan.

La bellissima parte, intitolata "Quando i lillà fiorirono l'ultima volta", ha la grazia di un'elegia ed è dedicata al presidente Lincoln che era stato ucciso a revolverate da un fanatico sudista nel 1865.
Lincoln aveva abolito la schiavitù e combattuto contro i latifondisti bianchi del Sud degli Stati. I latifondisti avevano voluto la guerra civile, incominciata nel 1861, da cui uscirono sconfitti.

Questa parte contiene anche la celebre poesia "O Capitano, o mio Capitano!" , la stessa con cui nel bel film L'attimo fuggente il maestro Robin Williams risveglia, negli studenti di un noioso college, l'amore verso la vita.

Durante la guerra (1861-1865) Whitman si offrì volontario per curare i feriti, assistere i moribondi. Non combatté, ma confortò chi era nel dolore. I suoi canti si fecero accorati, senza ombra di retorica. In "Il canto di me stesso" egli scrive

"Io non chiedo al ferito come si senta, io divento il ferito".

E in "Calamus", parlando di sé:

"Guardate questo volto abbronzato, questi occhi grigi, questa barba, queste intonse ciocche bianche sul collo! Le scure mie mani e i modi silenti di chi è privo di grazia".

Un dagherrotipo che apparve in copertina nella prima edizione di Foglie d'erba lo ritrae come un uomo dall'aria scanzonata, con un cappello di traverso in testa e una camicia un po' aperta, un precursore della beat generation, che imparò molto da Whitman.

Di se scrisse anche:

"Mi contraddico, forse?

Ebbene mi contraddico

(sono vasto, contengo moltitudini)".

E quasi per caso, di sfuggita, alla fine di una poesia tra centinaia ci rivela da che cosa è nato il suo grande poema:

"Ho amato una certa persona ardentemente e il mio amore non fu corrisposto eppure per quell'amore ho scritto questi versi".

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titoloautorevotodata
Foglie d'erbaAngela Siciliano08/10/2008

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