Miriam: un vampira lesbica si dà alla pubblicità

25 febbraio 2004

E' un film cui non bisogna chiedere troppo, come non bisogna chiedere troppo al titolo italiano quanto mai stupido. Tony Scott esordisce alla regia dopo una lunga esperienza pubblicitaria e, cercando forse di seguire le orme del fratello Ridley, si sforza di dare un'impronta di "stile" alla sua opera, velleità cui rinuncerà nelle sue successive fatiche, che annoverano titoli come Top Gun e Beverly Hills Cop II. In questo film cerca ossessivamente la suggestione nella fotografia, ma di luci dorate e soffuse e tende svolazzanti si è paghi dopo dieci minuti, stanchi dopo mezz'ora e nauseati dopo un'ora e mezza. Evidentemente il regista pensava di poter replicare nell'arco del lungometraggio, con i medesimi effetti, ciò che può anche risultare elegante nei trenta secondi di uno spot: alla fine Miriam finisce col sembrare un enorme, indigesto spot sul vampirismo. Non mancano tocchi persuasivi e un montaggio parallelo tutt'altro che banale (e di nuovo si sente la matrice dello sperimentalismo pubblicitario, debitore delle avanguardie), ma tutto l'insieme è troppo ricercato e l'immagine troppo patinata. La sceneggiatura, poi, è esilissima e lascia tutto inspiegato, trascurando anche una serie di occasioni tematiche che avrebbero potuto avere sviluppi interessanti. DeI tutto trascurato, ad esempio, è il fatto che Sarah sia un'esperta di processi dell'invecchiamento: ciò sembrava promettere riflessioni interessanti, ma le speranze vengono completamente disattese perché quando vive su di sé l'esperienza che ha sempre studiato negli altri non se ne cura (ci piace immaginare cosa avrebbe potuto trarne Cronenberg...) e Scott pensa solo a cesellare qualche scena erotica fin troppo, di nuovo, estetizzata (così da perdere in fondo tutta la sua portata disturbante): il lesbismo delle vampire, per nulla originale, finisce col risultare gratuito, non meno della morte di Miriam, semplice pretesto per l'esibizione di macabri effetti di make-up.
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