Suor omicidi

16 settembre 2012

A suo tempo perseguitato dalla censura (tutto sommato comprensibilmente, perché bastava molto meno) e finito pure sotto sequestro, Suor omicidi a lungo è rimasto invisibile. Oggi, in tempi di diffuso snobismo sottoculturale che vuole ogni artefatto di genere un capolavoro misconosciuto, se ne celebra il ritorno in circolazione come un recupero di un film d’alte ambizioni, una perla anticlericale, un’opera di denuncia basata su un fatto di cronaca che si sottrarrebbe alle convenzioni soft-porno della nun exploitation (quella corrente di filmetti sulle suore depravate che cercava di inseguire il successo dei Diavoli di Ken Russell) senza cadere nelle volgarità sanguinolente del thriller all’italiana. In realtà Berruti non evita né il soft-porno né le pozze di sangue, e quanto a eleganza siamo nella media del giallo all’italiana se non dei film sulle suore porcelle (ma il fatto che si riuscisse a fare di molto peggio è un’altra questione). Non che manchino momenti efficaci, ma il presunto approfondimento psicologico dei personaggi lascia molto a desiderare.

L’unica (parziale) eccezione riguarda la protagonista, Suor Gertrude, che tutti credono la responsabile delle morti atroci di svariati pazienti, e che dopo un’operazione al cervello è effettivamente un po’ sbalestrata. Tra l’altro, sente il richiamo del corpo (in abiti civili si dona a una sconosciuto), è drogata marcia e in mancanza di meglio si dà alla necrofilia.

Ma questo è nulla al confronto di quanto è tarata la vera assassina, ovviamente lesbica (approfondimento psicologico!). Si tratta della giovane suor Matilde, che in una sequenza dichiara a Suor Gertrude il suo amore mentre se ne stanno entrambe con le tette e il resto al vento (raffinatezza!), in un’altra subisce le angherie dell’amata (sempre con tutto al vento) che infine sembra concedersi, e in una terza lecca da cima a fondo il sempre piacente e mai espressivo Joe Dalessandro (che aveva scoperto tutto). La poverina ha il suo perché: il nonno la molestava da piccola, la mamma non le credeva, se non le piacciono gli uomini si può capire. Ma sono sempre le solite sciocchezzuole da rubrica psicologica della domenica.

Un po’ pochino per un film di denuncia sociale.

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