Le signore

23 settembre 2012

Satira intermittente dell’alta borghesia romana, è una sorta di Dolce vita in versione comica senza troppe pretese che ruota intorno a una serie di “signore” borghesi insoddisfatte e variamente propense all’adulterio con proletari: un giornalista, un sedicente attore e il parrucchiere Renato (Enrico Maria Salerno). In arte René, perché sul posto di lavoro si finge omosessuale, esibendosi in pose leziose e in battute pungenti, ma al ritorno a casa si trasforma e lo scopriamo sposato e padre di quattro figli.

Quando la moglie viene a sapere della sua doppiezza, lo affronta: «Renato, ho paura…». È l’unico momento drammatico dell’intero film, che continua nella spiegazione di Renato: «Sono io, quello che conosci tu, solo un po’ mascherato, come a carnevale… Eh, Ninetta mia», dice l'uomo, mentre attacca una musica malinconica: «C’è tanto carnevale fuori, dappertutto, se tu sapessi… Tanta dolce e grande confusione… I mariti, se io non facessi quello che proprio non mi va di fare, non mi manderebbero le loro mogli così a occhi chiusi, lo capisci? E poi, c’è la grande alleanza! Si proteggono fra di loro sai? Sono tanti, forti, quasi avessero il potere ufficiale». «E tu?», chiede la consorte. «Ma io fingo, io soffro, ma io ho famiglia, figli, moglie….».

Questo eterosessuale in croce si rivelerà poi un puttaniere di prima categoria, e come tale sarà svergognato pubblicamente dalla moglie solo per ritrovarsi, alla fine di questa satiretta italiota, promosso a parrucchiere-gigolò che visita privatamente. Ma intanto il momento drammatico lascia il segno con questo monologo raccapricciante nelle sue tonalità patetiche e paranoiche, in cui gli omosessuali sono descritti come una sorta di società segreta, allo stesso tempo sodale e vagamente mafiosa, una sorta di massoneria che addirittura detiene il potere. Su questa “alleanza” Renato torna a più riprese lungo tutto il film: «Frutta la grande alleanza, eh?», esclama ad esempio contando gli incassi a fine giornata.

Quando poi la moglie si mostra gelosa per una cartolina ricevuta dal marito, di nuovo “René” deve spiegarsi: «Ma questo è Checchinella. È un uomo!». «Un uomo! E ti scrive?», chiede la moglie. «Eh, sai, sto diventando famoso nell’ambiente…», si difende lui. «Ah Renato, che schifo!», taglia corto lei; «Ninetta mia a chi lo dici! Ma… è uno schifo di moda!», le dà ragione lui.

Infine, arriva l’attrice russa con il suo press agent (gay, ovviamente), al quale René finge persino di dare un appuntamento, mentre in realtà vuole andare a letto con la donna. «Tutte le donne sono demodé», si lamenta lei. «In Italia ancora no», ribatte il maschio italico offeso. «Non più amanti latini. Gli italiani tutti press agents», cioè gay, protesta lei. «Tutta dolce vita anche qui…». «Ah sì, ha visto il film?», si interessa lui. «Basta vedere lei…», chiude l’attrice. «C’è anche un’Italia che ama, un’Italia che soffre, un’Italia…», attacca lui, vindice della virilità romana offesa.

Il puttaniere trionfa sullo «schifo di moda» di questa Sodoma che inquietava allora trasversalmente tutta la politica, tanto quella democristiana quanto quella comunista. Il film esce nel maggio del 1960, pochi mesi prima di Rocco e i suoi fratelli, e «l’Unità» lo bacchetta come l’opera di uno «spirito parrocchiale» che accusa di volgarità, ma solo perché non sa far di meglio che «rimestare nella brodaglia della pornografia più sfacciata e dell’omosessualità», dove le due cose si equivalgono. Il quotidiano del Pci sta solo affilando le armi con cui pochi mesi dopo darà l’assalto alla curia bresciana in occasione dei “balletti verdi”, scrivendo una delle pagine più nere della sua storia, per quel che ci riguarda. Il film oggi può interessare giusto come testimonianza di questa ansia sociale diffusa negli anni in cui il boom economico e la dolce vita romana stavano dando una spinta energica ai cambiamenti sociali e di costume, cui anche questo genere di satire cercavano ironicamente di porre un freno.

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