Nel segno del padre

22 ottobre 2012

Melodramma di impostazione didascalica, Nel segno del padre rimane un forte tentativo di rompere gli stereotipi nella rappresentazione degli omosessuali in televisione in anni difficili. Spinto un po’ agli estremi per esigenze didattiche, il quadro è però quello credibile di una famiglia tutto sommato comune, regolata da genitori esigenti, con un padre vagamente autoritario e una madre passivo-aggressiva che hanno cresciuto i figli con l’ansia di non deluderli.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti ma rimosso ovunque possibile. Anzitutto c’è il fratello maggiore, Tim, che non ha ancora trovato la sua strada e si consola con l’alcol (neanche tanto, in verità, giusto quello che consentiva la tv). Poi c’è la sorella maggiore, sposata con un fotografo che, come lei, non ha fatto la carriera che avrebbe voluto, tanto che la ragazza tiene nascosto ai genitori già delusi di essere rimasta incinta, il che sarebbe niente: il peggio è che lo nasconde anche al marito pianificando in segreto un aborto. Tutte le speranze dei genitori si riversano così sul figlio più piccolo, Matt, che sembra ripagarli di tutto: studente e figlio modello, arriva a casa con una fidanzata che è l’incarnazione del sogno americano (ricca e bella, è pure modesta e affettuosa).

Di fronte alla perfezione di Matt persino Tim aggrava i suoi sensi di colpa. Però Matt tiene nascosto a tutti qualcosa, e cioè un ragazzo con cui ha avuto una relazione per tre anni, ovvero fino al suo fidanzamento ufficiale. E quando la sua perfetta promessa sposa lo scopre, lo pianta in asso dalla sera alla mattina, sicché Matt deve inventarsi qualcosa per giustificarsi con i genitori. Non trovando niente di credibile, pensa bene di tentare il suicidio.

Un film tipo di quegli anni, soprattutto televisivo, sarebbe finito più o meno così, nel dramma, con la morte dell’omosessuale e la famiglia rosa dai sensi di colpa. Nel segno del padre invece continua con un lieto fine che è in sé un evento, e lo è ancora di più per il modo specifico in cui è costruito.

Uscito dall’ospedale, Matt si scontra con la madre e si decide finalmente a fare il suo coming out, mandando la genitrice a quel paese in una scena che è la quintessenza del melodramma, talmente esagitata nei toni che farebbe parteggiare per Matt anche un fascista. Ora, mandare la mamma a quel paese non è proprio quello che consigliano i manuali, ma il fatto è che il poverino non solo si è dovuto sorbire lo stress di tutta la famiglia per anni, ma in più sapeva che la mamma sapeva (lo si è già capito prima, se ne ha ora la conferma). In effetti anche la fidanzata aveva capito tutto da tempo. Sarà l’intuito femminile, o sarà che la mamma aveva sorpreso il figlio insieme al suo ragazzo, mentre la fidanzata, pur avendo tutte le qualità possibili, non è mai riuscita a portarselo a letto... Non si può negare che sono cose che fanno venire qualche sospetto. È così che, dopo che per tutto il film lo spettatore ha creduto che il padre fosse il mostro e la madre una povera donna un po’ troppo remissiva, i ruoli si ribaltano e gli orrori della passività-aggressiva conquistano la ribalta.

L’aspetto più intraprendente del film è infatti il lieto fine parziale, che è tale in effetti solo per Matt, il quale si libera del peso di una vita per farsene un’altra (una telefonata al suo ex lascia intendere che i due probabilmente si rimetteranno persino insieme). Inoltre, Matt impara un po’ alla volta ad affrontare i genitori, soprattutto sostenendo le accuse strampalate della madre, che nulla lascia pensare muterà mai il suo atteggiamento di rifiuto poiché vive l’omosessualità di Matt come un’offesa personale, una scelta del figlio fatta contro di lei e un’umiliazione di fronte all’universo, cioè al suo vicinato.

Al contrario il padre, pur con lo sforzo che si accorda al suo personaggio e lo rende credibile, si rivela invece disposto a cercare di capire e si preoccupa di sostenere il figlio.

Un buon esempio di come le risorse del melodramma si siano prestate forse meglio di quelle di qualsiasi altro genere per promuovere un’immagine nuova dell’omosessualità negli anni difficili dell’AIDS (cui si fa un piccolo cenno), che superasse i luoghi comuni, invitasse alla comprensione e all’apertura mentale, e iniziasse a preparare i genitori all’eventualità che un figlio possa essere gay senza dare inizio all’apocalisse. Con i suoi pregi e i suoi difetti, Nel segno del padre è uno dei migliori manuali per famiglie che la televisione avesse approntato sino ad allora.

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