Thérèse e Isabelle: passioni senza censure

29 gennaio 2005, "Babilonia", n. 214, ottobre 2002, p. 82, in una versione differente

Francia, anni Venti. Un collegio perso nell'asfittico grigiore della provincia. Qui due ragazze inscenano i fantasmi di un eros divorante e interpretano i rituali della loro iniziazione omosessuale alla vita: "il cielo raccolto in una nuvola era in me: il cordone del desiderio usciva tra le mie gambe... Il sospiro cadde dall’albero del silenzio, due gole si allacciarono, quattro focolai di dolcezza si irradiarono" (p.103).

È la storia dell'irrompere di una segreta felicità nel vuoto ordine di una scuola-prigione femminile: "Allacciate, siamo rotolate giù per una china di tenebre. Abbiamo cessato di respirare per fermare la vita e per fermare la morte".

A Isabelle condurre il gioco; Thérèse, la prescelta, vi si abbandonerà anima e corpo: "Entravo nella sua bocca come si entra in guerra: speravo di saccheggiare le sue viscere e le mie" (p.63).

Benché aspirino a godere fino all’ultimo respiro, il presentimento della separazione finale le incalza: "Più in fretta, più su, più in basso, ancora...", e le parole s'inseguono, i corpi si scontrano.
Assuefatti ad una pornografia troppo spesso mediocre, restiamo galvanizzati dalla vertigine di due ragazze stremate dal loro appartenersi, naufraghe del piacere: "Il sesso ci montava alla testa. Isabelle si spaccò dalla testa ai piedi. Un numero incalcolabile di cuori batteva nel suo ventre, sulla mia fronte" (p.76).


Violette - mistica visionaria - sonda le sfumature lessicali, orchestra le cadenze emotive, dosa le suggestioni della lingua quasi fossero fragranze d’una pietanza carica di spezie, da assaporarsi in una rarefatta gioia dei sensi: "Abbiamo sfiorato, sorvolato le nostre spalle con le dita selvagge dell'autunno, lanciato lampi di luce nei nidi, creato motivi con la brezza marina..., abbiamo avvolto le nostre gambe con gli zefiri".

A tratti lo stile si arricchisce di chiaroscuri che esplodono in tutta la loro surreale sontuosità: "Io mi perdevo nel dito di Isabelle come lei si perdeva nel mio... Le nuvole ci aiutarono. Grondavamo di luce. L'onda venne a esplorare... le liane si allungarono... la dolcezza irrompeva" (p. 64).


Chi legge è coinvolto in quel misto d'eccitazione, paura e confusione che è la cifra più intima del primo amore: "L'abbiamo fatto a memoria come se ci fossimo accarezzate prima della nostra nascita, come se ritrovassimo l’anello di una catena... Lei mi rifletteva, io la riflettevo: due specchi si amavano... La nostra pelle trascinava la nostra mano e il suo doppio” (p.110).


Una scrittura sanguigna, da far impallidire la pur inarrivabile Saffo del frammento 31(“la lingua s'inceppa, un fuoco sottile mi scorre improvviso sotto pelle, s'appanna la vista, le orecchie ronzano, un tremore m'afferra tutta"), da far appassire i fleurs du mal di Baudelaire.

Il lettore resta a lungo rapito di fronte agli intarsi barocchi che fissano la memoria di un antico amore: "La notte: la nostra coperta di cigno. La notte: il nostro baldacchino di gabbiani... Ci siamo strette. Ma non ci siamo messe al riparo della grande marea delle ore" (pp. 99 e 104).

La mente corre a La foresta della notte (1936) di Djuna Barnes, a Il corpo lesbico (1973) di Monique Wittig, a La casa dell'incesto (1958) di Anais Nin: "...le mie mani serravano ogni ora intera. Volevo abbracciare e tener stretta la luce, il vento, il sole, la notte...accarezzare, guarire, cullare, circondare, rinchiudere".


Introducendo il caleidoscopico romanzo di una vita La bastarda, scritto da Leduc nel 1964, de Beauvoir coglie nel suo erotismo "la chiave privilegiata del mondo; alla sua luce Violette scopre la città e le campagne, lo spessore delle notti, la fragilità dell'alba".

Carlo Jansiti, animatore del rilancio della grande scrittrice (1907-1972) ed autore di un'esaustiva monografia (Violette Leduc, Grasset, Paris 1999), presenta questa terza edizione italiana di Thérèse et Isabelle (dopo la Feltrinelli del 1969 e la ripubblicazione Guanda del 1997), finalmente esemplata sul testo originario - quella prima parte del romanzo Ravages che invano cinquant'anni prima Violette aveva tentato di difendere dalle mutilazioni di Gallimard e dalla censura. Viene conservata la bellissima versione del poeta Adriano Spatola, integrata da Laura Cimenti per tutte le parti all'epoca censurate.


Dal racconto della Leduc, Radley Metzeger ha tratto nel 1968 un film prismatico, in un inquietante bianco e nero, ricco di flashback: Thérèse rivisita i fantasmi del passato in un collegio ormai deserto. In un rapido sguardo alla letteratura e al cinema in tema di brucianti passioni adolescenziali o di tellurici rapporti a due, troveremo più consonanti con lo stile della Leduc I turbamenti del giovane Torless di Musil che Le amicizie particolari di Peyrefitte; più Pompe funebri di Genet o Gli angeli malvagi di Jourdan che I ragazzi di Montherlant; più storie come Butterfly Kiss di Michael Winterbottom o Quasi niente di Sebastien Lifshitz che le ricostruzioni omoedulcorate alla Ivory.


Per chiudere segnalo il saggio di Elizabeth Locey The pleasures of the text: Violette Leduc and reader seduction, edito da Rowman & Littlefield nel 2002, che aiuterà ad esplorare a fondo l'immaginario di una delle più memorabili interpreti lesbiche della cultura del Novecento.

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