Thirteen

6 febbraio 2005, "Babilonia", n. 227, gennaio 2004

Ormai da anni il Sundance – il Festival di Salt Lake City creato da Robert Retford – è diventato un’importantissima passerella, tenuta in alta considerazione dai media di tutto il mondo, e così è sempre più frequente che i suoi film arrivino anche da noi. E’ il caso di Thirteen – 13 anni, che ha inoltre vinto anche due Pardi d’argento a Locarno (come opera prima e per l’interpretazione di Holly Hunter).

La regista Catherine Hardwicke mette a fuoco una generazione raramente trattata dal cinema, quella tanto cara a Larry Clark (il regista di Kids e Ken Park). Stavolta però il punto di partenza è diverso: la sceneggiatura, scritta due anni fa, è di una delle protagoniste (Nikki Reed), oggi quindicenne. Nel film Nikki Reed è Evie Zamore, una “bad girl” grintosa, sexy e pericolosa che un giorno compare sulla strada della coetanea Tracy (Evan Rachel Wood), una ragazzina il cui mondo è ancora quello degli orsetti di peluche, nonostante viva in una famiglia sfasciata, con la madre divorziata Melanie (Holly Hunter), depressa ed ex alcolista, ed il fratello. In breve, Tracy per piacere all’amica – che si installa a casa sua – cambia i suoi atteggiamenti, rifiutando la scuola e la famiglia e diventando aggressiva e competitiva. Dietro le ragazze, il fantasma dei genitori, poco interessati o impotenti di fronte a visioni del mondo tanto differenti.

Tipico prodotto del cinema indipendente (ma con una fotografia eccessivamente levigata), il film sa scavare a fondo – grazie anche ad una macchina da presa, che col suo nervoso, inesausto movimento evidenzia l’ansia delle protagoniste – nei guasti di una generazione vuota e preda di un’omologazione selvaggia, che vede come punti di riferimento l’essere come Britney Spears e Jennifer Lopez. La regista non dà nessuna attenuante a queste tredicenni dai comportamenti vacui, sempre eccitate, prive d’amore e succubi totali del consumismo, fissate per l’anoressia e la droga, invidiose nei confronti delle altri componenti del gruppo, nel quale è fondamentale primeggiare. Ma il giudizio non è certo migliore nei confronti degli adulti, impantanati in esistenze squallide e senza punti fermi. Una visione disincantata ed amara, adatta ad una certa America ma non lontano dalle nostre società.
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