Noi albinoi

6 febbraio 2005, Babilonia, n. 227, gennaio 2004

Il cinema islandese – 3/4 film l’anno, pochissimi dei quali riescono a raggiungere schermi non scandinavi (tra questi ricordo il brillante 101 Reykjavik, presentato al ToGay 2002, con spunti lesbici) – regala spesso veri e propri gioielli. E’ il caso di Nói Albinói, opera prima del trentenne Dagur Kári, che ha vinto a Rotterdam e a Edimburgo. Ambientato in un piccolo villaggio su un fiordo della costa occidentale dell’Islanda, Bolungarvik, isolato d’inverno dal resto del mondo, il film ha un fascino particolare, quasi misterioso, immerso com’è in un paesaggio irreale, sospeso e immobile. Nói, il protagonista (lo straordinario Tómas Lemarquis), è un diciassettenne che sogna di fuggire da quella claustrofobica realtà insieme a Iris (Elin Hansdóttir), che lavora in un distributore di benzina. Alto, allampanato, albino, dalla pelle chiarissima, occhi grandi, Nói è un “diverso”, incompreso da quasi tutti gli abitanti del villaggio; di poche parole, ma dalle battute icastiche e pregnanti, il ragazzo si fa espellere dal liceo e si mette a fare il becchino, nonostante la sua intelligenza fuori dal comune. Il tema del film, una commedia che man mano va avanti diventa dramma, non è dunque nuovo – il diverso che viene disprezzato dalla comunità, nonostante la sua ricchezza interiore – ma è condotto in maniera incredibilmente coinvolgente, portando lo spettatore a condividere il grido di rivolta del ragazzo e a sognare con lui la fuga, che sarà però condizionata da un cataclisma che frantumerà il suo universo, ma gli aprirà uno spiraglio per realizzare i suoi sogni. Splendida la colonna sonora, che conferma lo stato di grazia della musica attuale islandese, a cominciare da Bjork per finire ai Sigur Ros, autori del più bel videoclip a tematica gay visto negli ultimi anni.
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