Lo schermo velato

6 aprile 2005, "Babilonia" 231, maggio 2004

La Dolmen continua a sfornare film decisamente interessanti. E' il caso de Lo schermo velato, distribuito episodicamente nelle sale nel 1996 dalla Mikado; un anno dopo, la Cecchi Gori lo lanciò nel mercato home video con un'operazione decisamente inusuale, poiché la videocassetta fu distribuita in uno stock limitato di copie e con un prezzo particolarmente alto, cosicché essa fu praticamente introvabile nel giro di poco tempo.

Il DVD offre, oltre al film in edizione italiana e inglese, alcuni extra: il trailer, la biofilmografia dei due registi ed alcune note di produzione. Diretto da Jeffrey Friedman e Rob Epstein - i registi di Paragraph 175 che lavorano assieme dal 1987, anno in cui fondarono la Telling Pictures, società di produzione con sede a San Francisco - il film rappresenta un caso decisamente raro - tra i pochi altri ricordo Perversioni femminili - di un'opera che si ispira non ad un romanzo o ad una novella ma a un saggio. Un saggio che però ha fatto epoca e che tuttora rimane la più valida storia del cinema omosessuale: The Celluloid Closet: Homosexuality in the Movies dell'americano di origine italiana Vito Russo (in edizione italiana edito da Baldini & Castoldi, corredato da due saggi di chi scrive: L'omosessualità nel cinema americano 1987/88 e Breve storia del cinema italiano a tematica omosessuale).

Si tratta di un film di montaggio (curato da Arnold Glassman e dallo stesso Friedman), nato proprio su un'idea dello stesso Russo nel 1986 e prodotto poi dalla televisione HBO. Costato molti anni di lavoro, esso ripercorre in maniera abbastanza fedele le acute riflessioni del libro, integrato da alcune produzioni recenti (come l'australiano Priscilla o Philadelphia), successive alla scomparsa di Russo, morto di Aids nel 1990.

Osservando puntualmente come l'omosessualità maschile e quella femminile siano state rappresentate nel corso di un secolo intero nel cinema hollywoodiano, viene di fatto ribadito il filo portante del libro: un'inarrestabile, progressiva conquista di spazio e di credibilità dell'omosessualità sullo schermo finché, negli anni Settanta, parallelamente alla presa di coscienza civile in atto in molte società occidentali, essa non è stata più costretta a nascondersi, a "dire senza poter dire".

Friedman e Epstein (vincitore di due Oscar per The Times of Harvey Milk e Common Threads: Stories from the Quilt, quest'ultimo con la coregia dello stesso Friedman), sceneggiatori del film assieme allo scrittore Armistaid Maupin e a Sharon Wood, rendono palpabile, con eleganza ed efficacia, questo percorso dal sapore quasi epico attraverso spezzoni tratti da ben 93 film, dalla forte carica emotiva, accompagnati dalla sontuosa musica di Carter Burwell.

A collegare le varie scene c'è la narratrice Lily Tomlin ed alcune interviste a celebri personaggi hollywoodiani, principalmente attori e sceneggiatori: Tony Curtis, Armistaid Maupin, Susan Bright, Whoopi Goldberg, Jan Oxenberg, Harvey Fierstein, Quentin Crisp, Richard Dyer, Jay Presson Allen, Arthur Laurents, Gore Vidal, Farley Granger, Stewart Stern, Paul Rudnick, Shirley McLaine, Barry Sandler, Mart Crowley, Antonio Fargas, Tom Hanks, Ron Nyswaner, Daniel Melnck, Harry Hamlin, John Schlensiger e Susan Sarandon.

Si parte dunque da un frammento nientedimeno di Thomas Alva Edison, nel quale due uomini ballano dolcemente al suono di un grammofono. C'è poi il periodo delle comiche - come Charlot macchinista, del 1916 - e delle commedie sofisticate, nel quale l'omosessuale era presente solo caricaturalmente ma che pure ha visto Marlene Dietrich e Greta Garbo incarnare splendidamente l'ideale lesbico.

A quel periodo, tutto sommato all'insegna di una certa libertà, seguì quello del rigido codice Hays, frutto delle aspre pressioni sul cinema della Catholic Legion of Decency: anni bui, nei quali l'omosessualità fu giocoforza costretta a camuffarsi e/o negarsi e nei quali lo schermo fu invaso da figure stereotipate di omosessuali, o degne di ludibrio (le cosiddette "sissy") oppure colpevolizzate e spesso destinate ad essere brutalmente soppresse. Fu così che molti film - anche particolarmente validi come Odio implacabile (1947) di Edward Dmytryk o I giorni perduti di Billy Wilder (1945) - scamparono alla censura solo dopo essere stati "purgati" da ogni riferimento all'omosessualità (mentre ci fu chi, come Hitchcock in Nodo alla gola o Rebecca, la prima moglie o John Huston ne Il mistero del falco riuscì ad aggirare astutamente le forbici dei censori, così come Gioventù bruciata di Nicholas Ray, nel quale pure è evidentissimo di quale pasta fosse la fortissima amicizia fra James Dean e Sal Mineo).

La cosa si sbloccò all'inizio degli anni Sessanta, grazie a film come l'inglese Victim diretto da Basil Dearden (1961) o Quelle due di William Wyler (1962), che dettero il loro contributo alla caduta del del famigerato codice Hays. Negli anni Settanta, Festa per il compleanno del caro amico Harold di William Friedkin (1970) incentrò per la prima volta, finalmente, un'intera vicenda sulle storie di sette personaggi gay, sia pure nevrastenici e complessati. Fu l'inizio della liberazione. Da quel momento in poi, il cinema a tematica omosessuale si è espresso sempre più liberamente, per merito soprattutto del cinema indipendente statunitense e di quello europeo. Inoltre, con Philadelphia di Jonathan Demme, nel 1993, per la prima volta il tema fu toccato da un film prodotto da una major, ossia una delle grandi case di produzione hollywoodiana. Da allora, si può sicuramente dire che lo schermo è stato finalmente "svelato"!

Il film di Epstein e Friedman si impone dunque come un must per chi è gay. E' tale l'innegabile, fortissimo valore morale e civile dell'opera da far chiudere gli occhi su qualche pecca esistente nel film. Due sono le più vistose. La prima è che la meccanicità della struttura impedisce, a differenza del libro, di allargare il discorso alle concause sociali e sociologiche che sono il motore primo delle evoluzioni della produzione hollywoodiana. Peccato, perché sarebbe bastato qualche minimo accenno, magari sotto forma di qualche cinegiornale d'epoca, per far capire meglio i cambiamenti in atto nella società americana. Così, spesso tocca allo spettatore collegare fattivamente gli eventi storici e sociali a ciò che di nuovo si vede sullo schermo.

La seconda è che il film - uscito nell'anno del centenario del cinema, di cui vuole essere quasi una "controstoria" - non sottolinea sufficientemente le dinamiche in atto nel circuito cinematografico americano, in particolare sul versante produttivo e su quello distributivo. Nel libro, infatti, Vito Russo ha concentrato tutto l'interesse sul cinema hollywoodiano (cosa in sé, bisogna ammetterlo, un po' limitativo, poiché esclude di fatto bellamente le altre cinematografie, su tutte quella europea, peraltro molto più generosa nei confronti delle tematiche gay, e l'effervescente cinema indipendente). Il film ha invece allargato il discorso anche al cinema indipendente americano (si pensi a Go Fish) o di altri paesi (come Priscilla), senza però evidenziare come si tratti appunto di prodotti indipendenti, che hanno raggiunto i grandi schermi grazie a motivi vari, primo tra i quali una diversa distribuzione. Col risultato di banalizzare il discorso, facendo di tutta l'erba un fascio e facendo credere agli occhi dello spettatore poco addentro in questi discorsi che finalmente Hollywood dedichi la giusta importanza alle tematiche omosessuali.

Poco male, in ogni caso. Questi pur innegabili limiti non impediscono di gustarci appieno questo film straordinario. In particolare, occhio ai film tanto deprecati, zeppi di stereotipi, perché, lo sanno anche i bambini, quando c'è la censura la fantasia aguzza l'ingegno, magari attraverso sagaci escamotage. Insomma, bisogna ringraziare, ancora una volta, Epstein e Friedman, bravissimi sia sul piano dell'impegno militante, sia per la loro professionalità, storica, filologica e cinefila.


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