Una camera a Chelsea

12 febbraio 2013

Questo romanzo uscì anonimo una sessantina di anni fa, quando i rapporti omosessuali costituivano ancora un reato in Inghilterra. L’autore, Michael Nelson, non era tuttavia gay: e, direi, la cosa si vede benissimo leggendo quel che scrive. La storia si può riassumere in poche parole: Patrick, un ricchissimo, eccentrico gay londinese, capriccioso al grado sommo, fatuo nel modo più delirante, si è invaghito di un bellissimo giornalista di provincia e tenta di farlo suo architettando le strategie più mirabolanti e complesse, salvo poi stufarsene e disfarsene con un batter di ciglia; ci sono anche i comprimarî: il frocio vanesio, accidioso e gourmand, l’artista, il ragazzo dell’artista e tante figurine minori. Dietro il tono costantemente witty e spumeggiante si celavano numerose punte dirette senza dubbio contro il circolo di Bloomsbury, ma, come suole accadere per la satira ad hominem di ogni tempo, hanno ormai perduto gran parte della loro forza. Dal punto di vista letterario, poi, l’opera presenta evidenti difetti: i personaggi sono una galleria di macchiette, il linguaggio e le situazioni divengono ben presto affatto prevedibili; ma dopotutto la forza del libro sta, paradossalmente, proprio in tali caratteristiche, le quali gl’impediscono di essere un romanzo valido, ma ne fanno una gradevole farsa sopra le righe. Letto come puro divertimento, col suo cinismo, le cattiverie fulminanti e l’aria inglese frivola e manierata, lontano, ovviamente, da qualsiasi canone di militanza gay – ché dal punto di vista della militanza un’opera simile sarebbe semmai da buttare dalla finestra – Una camera a Chelsea si può leggere ancora con piacere perché scorre via in un lampo, anche se, tutto sommato, non è niente di speciale.
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