Meglio gli antichi castighi

22 aprile 2005, Babilonia, giugno 1998

Nico Naldini ha sempre scritto di omosessualità in maniera, per così dire, indiretta attraverso le ricostruzioni delle biografie di Comisso, De Pisis, Pasolini.

Dal punto di vista personale, a parte in alcune poesie, ha sempre difeso una forma di “dissimulazione onesta”, cioè l’idea che per quanto riguarda l’omosessualità, come dice egli stesso, “meno se ne parla meglio è” . Ora, messe da parte “discrezione e riservatezza”, quasi come un testamento, ha deciso di parlare delle “ proprie inclinazioni affettive ed erotiche che procedono inalterate da più di cinquant’anni”. Da questo bisogno di mettersi a nudo è nato Meglio gli antichi castighi , un libro di versi, ma si tratta, come dice l’autore, “di righe con frequenti a capo”, di una poesia cioè senza metri e rime, colloquiale, che di tanto in tanto è integrata da commenti in prosa.

Nelle quattro sezioni in cui è diviso il libro Naldini rievoca la sua frequentazione con Comisso, De Pisis, Pasolini, narra dei suoi viaggi a Parigi, Berlino, negli Stati Uniti, nel sud-est asiatico, in nord- Africa, polemizza con il mondo gay, ricorda con affetto la madre che probabilmente ha trovato “nel fondo del suo cuore il modo di assolverci tutti, non nascondendosi tuttavia, come volevano le geniali vignette di Copi, la sua parte di complicità”.

Il libro è ricco di immagini di bellezze virili e di trepidante desiderio, ma è la tesi di fondo che lascia perplessi. Secondo Naldini, gli omosessuali, a furia di pretendere di essere legittimati, hanno raggiunto la possibilità di starsene, indisturbati, tra di loro. Credono in questo modo di aver vinto e non si accorgono di essere più emarginati di prima. Reprimendo “la più reale e intima aspirazione”, che è quella di avere rapporti “con l’altra “razza”, cioè con gli eterosessuali, tendono sempre più ad un comportamento sessuale che un osservatore ironico potrebbe definire “endogamico”, a scapito “di quel teatro di sfide erotiche che un tempo rendevano così intense le vicende omosessuali”.

Meglio quindi gli antichi castighi di un tempo che la falsa tolleranza e i “ghetti” di oggi.

Cosa dire di fronte ad una tesi del genere , per altro non nuova ? Innanzitutto si ha l’impressione che Naldini tenda a considerare la condizione omosessuale in una dimensione astorica senza tener conto che i comportamenti sessuali sono culturalmente determinati e cambiano nel corso del tempo. Oggi, ovviamente, non sono più quelli dei tempi di Proust, che Naldini cita per avallare la sua tesi . Oggi molti omosessuali vogliono essere “praticamente normali” e non sono interessati all’”eros mendicante” descritto in questo libro .

Questa realtà sarà anche meno “eroica”, ma è la realtà emersa da decenni di lotte, da profonde trasformazioni del costume e, chcché ne pensi Naldini, fa vivere meno infelici tanti omosessuali.

Quanto poi all’idea del “ghetto”, senza polemizzare, voglio solo ricordare che voler stare insieme a persone con cui si ha qualcosa da condividere è anche affermare un’appartenenza, un’identità , una sopravvivenza.

E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, ogni volta che riaffiora il ritornello “si stava meglio quando si stava peggio” come non pensare che a dirlo è sempre qualcuno che “quando si stava peggio” aveva vent’anni ? E a vent’anni è certo che si stava meglio, a prescindere da tutti i castighi ....

Il libro comunque può anche essere letto come uno stimolo perché non vengano meno le tensioni contro i pregiudizi di sempre, che l’apparente tollerenza di oggi nasconde, ma non ha certo eliminato. In questo caso ben venga la provocazione, anche se non mi pare che sia questo l’intento di Naldini.
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