Cuore sacro

24 aprile 2005, "Pride", aprile 2005

Molti possono rimanere forse scontenti dopo aver constatato che in Cuore sacro non c'è quasi niente di gay. In effetti in tutti i precedenti film di Özpetek ci sono sempre stati degli spunti omosessuali, più o meno importanti per la vicenda, mentre qui c'è solo un enigmatico accenno ad un rapporto lesbico in gioventù fra la zia Maria Chiara (Erica Blanc) e la mamma della protagonista. A dispetto della delusione di molti, credo però che questo sia un passo in avanti per Özpetek, finora troppo legato ai temi dell'omosessualità e della madre patria turca. D'altra parte il regista, come ha più volte dichiarato, non vuole fare un cinema politico omosessuale, ma solo raccontarci belle storie. E questa sicuramente lo è.

Il film è decisamente originale, a cominciare dal fatto che è una storia tutta al femminile, con tre generazioni di donne intrecciate da rapporti affascinanti e fluidi, e con la presenza di fantasmi. Irene (l'eccellente slovacca Barbora Bobulova) è una manager rampante gelida e cinica, tanto che ha sulla coscienza il suicidio di due persone, stritolate economicamente dalla sua azienda. Dietro di lei, ancora più spietata nella logica del profitto, c'è la zia Eleonora (Lisa Gastoni). Dopo aver deciso di trasformare l'antico palazzotto di famiglia in lussuosi miniappartamenti, Irene scopre la stanza dove la madre è morta, dopo esservi stata reclusa per anni dai parenti, i quali non ne apprezzavano le idee diverse e stravaganti. La stanza è praticamente intatta, con le pareti coperte da scritte della madre, in realtà graffiti incomprensibili. Poi la conoscenza di Benny, una bambina che fa volontariato, fa scoprire ad Irene un mondo assolutamente nuovo, fatto di generosità verso chi ha bisogno, le apre squarci sul suo passato e la fa riscoprire donna, lei che era stata costretta a seguire le orme paterne. Scomparsa Benny tragicamente, Irene smantella poco alla volta il suo mondo, scoprendo nuovi valori (proprio come l'Antonia de Le fate ignoranti o la Giovanna de La finestra di fronte); trasforma così la casa avita in una comunità dove ogni giorno tanti poveri possono mangiare e stare al caldo. Pur osteggiata aspramente dalla zia, Irene continua imperterrita nel suo percorso interiore, fatto di altruismo verso chi è sofferente (compresi quelli che il regista chiama "sgusciati", ossia le vittime della nuova povertà che ha colpito le classi medie).

Girato magnificamente - con immagini folgoranti in una Roma dorata e ammaliante ed un numero enorme di primi piani, che riescono a scavare dentro i personaggi - il film, sorretto da una splendida musica, mostra ormai uno stile decisamente personale impreziosito da citazioni filmiche: da Europa '51 di Rossellini a L'esorcista di Friedkin, da Il bacio della pantera di Tourneur a Teorema di Pasolini (la scena in cui Massimo Girotti si denuda nella stazione di Milano).

Tutto il film è giocato su opposizioni - ricchezza/povertà, materia/spirito, male/bene - e sul numero due: due zie, due uomini, due luoghi antitetici (la casa fredda e lussuosa/la casa di famiglia calda e labirintica) e due fantasmi (anche se la ragazza è forse la reincarnazione della madre). Contraddistinto da una laicità di fondo, il film è però pervaso da un'innegabile religiosità, a cominciare dal fatto che la storia in sé ricalca quella di un santo. Si pensi a Irene che si spoglia dei suoi beni davanti a tutti, proprio come San Francesco.

Certo, non tutto funziona sempre al meglio: il travaglio della donna appare talvolta un po' semplicistico, qualche scena è forzata (a cominciare proprio da quella in cui Irene si spoglia nella stazione della metropolitana) e la figura del prete finisce col confondere le idee. Ma soprattutto sembra che tutta la vicenda non sia capace di dare risposte e che alla fine non conduca da nessuna parte. E però le domande che suscita sono basilari, mettendo dolorosamente il dito in una piaga aperta: nella vergogna che si dovrebbe provare di fronte alla propria indifferenza verso l'immoralità di questo mondo. Di sicuro questo interrogarsi liricamente sul senso più profondo della vita riesce ad emozionare, spingendo lo spettatore a cercare la propria verità, magari finalmente in quell'altro cuore che il più delle volte non sentiamo perché schiacciati da quello razionale: il cuore sacro.
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