Life in plastic, it's fantastic

19 marzo 2013

Man mano che leggevo questo romanzo (il secondo di Chuck Palahniuk che leggo, dopo Fight Club) mi sentivo sbalestrato in un mondo il cui demiurgo sembra David LaChapelle: un mondo zeppo fino ad esplodere di tutte le carabattole, i detriti e gli avanzi del consumismo americano più insolente e baraccone, dove i rottami sono così tirati a lustro e le persone vive tanto irreali, che non si capisce dove corrano i confini tra la plastica e la carne viva; troviamo anche qui un iperrealismo che per troppa saturazione di tinte vira nel surreale; troviamo anche qui quel mondo di eccessi, quel precipitato di puerilità, pacchianeria, esibizionismo, sensualità e gusto per l'orrido che forma la gloria del copioso immaginario trash d'oltreoceano, dove tutto è oversize e pare fluire dalla fantasia d'un Trimalcione su scala industriale. Palahniuk qua dentro, con la sua solita bulimia di idee impressionanti, butta un po' di tutto, dal cambio di sesso alle facce distrutte, dai cascami di teorie queer alle visioni sul volto cadaverico della moda, dalla chirurgia ricostruttiva alle sparatorie, dal pasteggiare a psicofarmaci all'omofobia, dalla deriva on the road ai villoni extralusso, dalle auto decappottabili alle famiglie disfunzionali, dai modelli in speedo alle modelle che posano nude fra i rottami arrugginiti: il tutto mescolato in una ridda di flashback e flashforward che danno l'idea d'un mosaico a colori sintetici, esploso e abbagliante sotto una radente luce cruda artificiale. Una danza macabra in cui i corpi sono più colliquescenti d'una sagoma umana in disfacimento di Francis Bacon. L'unico guaio dell'opera è che di tutto ciò l'autore rimane sempre al contempo troppo ghiotto, troppo consapevole e troppo compiaciuto: l'eccesso, perseguito senza respiro, è pianificato con cura, ricercato nei particolari, e gli effettacci suscitano dopo un po' l'impressione di trovate fino a sé stesse, perché il Nostro non è abbastanza scaltro nel lavoro di lima e nella ricerca della sprezzatura, che anzi suonano come cose opposte alla sua concezione artistica: nel libro c'è troppo di tutto, e sorge il sospetto che a Palahniuk, in fondo, interessi solo sbigottire i suoi lettori. Nel complesso, tuttavia, è un romanzo godibile, soprattutto nei passi dove compaiono i genitori della protagonista, convertitisi dall'omofobia più grossolana ad un delirante appoggio alla causa gay di vertiginoso e paranoico fanatismo: gustosissimo soprattutto il brano in cui, volendo fabbricare un memory quilt per il figlio morto di AIDS, escludono man mano tutte le possibili combinazioni fra i colori di stoffa, sciorinando un incredibile catalogo di simbolismi cromatici per le più mirabolanti perversioni. E qui finalmente l'umorismo nero dello scrittore americano, invece di accontentarsi della trovata più fracassona e insolente, lavora di cesello strappando un sorriso incredulo ma sincero.
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