La principessa e il wâlî

17 luglio 2005

Il wâlî era, nella storia islamica, una sorta di governatore di provincia. In questa raccolta di racconti di Annie Messina, parte della sua tetralogia ispirata al mondo delle favole arabe, il wâlî è un personaggio che riproduce fedelmente gli stereotipi attribuiti ai potenti: crapulone, viziato talvolta fino alla prepotenza, amante dei piaceri e della sessualità disinibita con maschi e femmine.


Annie Messina, la cui breve biografia ho già esposto nella recensione a Il mirto e la rosa, conferma qui di non saper discostarsi dal modello delle "Mille e una notte", specialmente per il primo dei racconti. Tema comune a tutti i racconti è la passione assoluta, priva di sfumature, verso un'altra persona, per cui si vive e si desidera morire. Per la Messina, la fiaba è una sorta di schematizzazione dei sentimenti, che non conoscono vie di mezzo: tutti i personaggi amano in modo incondizionato, oppure odiano spietatamente, posseggono crudeltà e generosità senza limiti. Nei suoi racconti, intrisi di Mille e una notte, i personaggi fiabeschi di rado si invaghiscono di una donna. Molto più frequente è la passione verso un altro uomo. Nel racconto "Il leone", il primo della raccolta, il sultano del Khadyan (sempre un principe o un emiro come se tutti gli altri, soldati, eunuchi, mercanti, o ancelle d'harem non godessero d'una degna individualità ma facessero solo da contorno) incontra un essere umano, un ragazzo, nato tra i leoni e di cui ha adottato i tipici comportamenti ferini. Il capriccioso sultano decide di catturarlo e addomesticarlo per farne la propria ombra. L'uomo-leone, Arslan, si rivela assai affettuoso ma sente la mancanza del branco e nottetempo fugge dalla reggia per andare a trastullarsi con i leoni. Il sultano, furente per la gelosia, cerca di tendere una trappola al leone capo per ucciderlo, ma manca il bersaglio e a morire sarà Arslan, lanciatosi nel tentativo di proteggere il leone. Da allora nel sultanato del Khadyan a chi osi ferire un leone vengono amputate le mani.


Senza dubbio, è una storia che risente degli schemi favolistici e manca di originalità: infatti non sono dissimili le storie che la bella Shahrazad narrava al sultano ogni sera. Ciò che la Messina ha aggiunto, è l'attaccamento pressochè omosessuale verso un essere dello stesso sesso.


Altre due storie sviluppano il tema dell'omosessualità e lo portano sino all'amore tra due uomini. Anteros, nel racconto che da lui prende il titolo, è uno schiavo negro maltrattato dal padrone, il principe del luogo. Egli allora si fa giustiziere e giudice al tempo stesso: Anteros si vendica dell'uomo che aveva goduto del suo corpo, quando esso era giovane e attraente.

- Ti ricordi le mie mani? Queste mani?

Gliele allargò sotto gli occhi, livide e screpolate, con le nocche gonfie, le unghie informi.

- Ti ricordi come fremevi di piacere, quando io ti toccavo? E dal tuo corpo quel piacere si comunicava a me, m'inebriava, mi rendeva folle. Ero folle di te, lo sai?

- Lo so. Non c'è bisogno che tu me lo dica.

- Da quando avevo quattordici anni, e il tuo intendente mi ha comprato per te a un'asta di schiavi, non ci sei stato che tu, nella mia vita.

Anteros era stato mansueto e accettava la propria sorte, quella d'essere nato schiavo e di non aver ricevuto alcun insegnamento religioso. La mancanza di un Dio da adorare aveva indotto nel suo animo il bisogno di fare del principe il proprio Dio. La loro passione inizia quando lo schiavo massaggiatore Râgib sta male e, in sua vece, viene convocato Anteros, il quale si prodiga per soddisfare il suo signore e si sforza di piacergli, per esserne a sua volta amato. Il corpo virile si rilasciava sotto le sue mani, accettava la sua volontà, unito a lui in un rapporto che andava molto al di là del semplice contatto fisico.


Quando il principe suo padrone, vinto dalla dissoluta lascivia, chiede ad Anteros di penetrarlo, quest'ultimo ha un moto di ripulsa verso ciò che gli sembra un sacrilegio: possedere il padrone, sottomettendolo. Per la cultura dei fieri arabi ciò è un atto punibile con la decapitazione. La violenza dei sensi e l'avidità di possesso spingono Anteros a effettuare quanto gli chiede il principe.


La mattina seguente, il principe ordina ai suoi sgherri di evirare Anteros e di destinarlo al mestiere di 'vuotacessi' nel quartiere della bassa servitù.

- Ti amavo - la voce del principe era calma, priva di espressione.

.... - Ed è per punirmi di questo amore indegno, che ti ho condannato.

La voluttà di umiliare il proprio principe nel suo stesso talamo sarebbe costata cara allo schiavo, il quale, lavorando nei cattivi odori, perde la bellezza, la forza della gioventù e invecchia somigliando a un anziano decrepito in cui però mai si spegne il desiderio di infliggere al principe la stessa punizione subita, secondo la legge del taglione, cara all'islam.


Avendo, con uno stratagemma, reso prigioniero il principe, si prepara a evirarlo, cosciente che forse desidera punire sé stesso per la propria antica debolezza. Al momento di afferrare il pugnale, Anteros comprende che l'evirazione del padrone d'un tempo non gli sarebbe valsa a liberarsi del tormento patito e si squarcia il petto, cadendo esanime al suolo davanti al principe, suo amore di gioventù. Si rialzò con uno sforzo, si chinò a sfiorargli la fronte con le labbra, poi si lasciò cadere su di lui e si abbandonò al buio misericordioso che saliva ad accoglierlo.


Le storie di Messina raccontano invariabilmente amori funesti, saturi di una passione ardente perché intralciata dall'etica conservatrice, quale quella musulmana di ogni epoca. I costumi in realtà erano piuttosto lontani da quanto auspicato dai religiosi e dalla morale coranica. Difatti l'omosessualità è presentata come frequente abitudine dei principi che possono permettersi ogni capriccio.


La sensazione che l'omosessualità sia una forma di amore del tutto accettata come naturale, nonostante la riprovazione ad essa riservata dal Corano, si ritrova nel racconto "La legge del sangue". Marwân ha condotto un combattimento vittorioso contro la dinastia principesca che aveva usurpato il trono di suo padre, legittimo proprietario. L'epoca è quella degli omayyadi che regnarono tra Damasco e Baghdad, le cui lotte insanguinarono il Medio Oriente, già poco tempo dopo la morte di Maometto. Il prode Marwân, sul terminare della battaglia, riesce a scampare al colpo di spada sferratogli da Agìb, figlio del sovrano sconfitto. Agìb viene ferito e raccolto dallo stesso Marwân, colpito dalla bellezza e dal coraggio del giovane avversario. A palazzo, Agìb viene curato e si ristabilisce. Ma quando egli apprende che il Marwân che lo accudisce amorevolmente è lo stesso ch'egli aveva tentato d'uccidere, il figlio del principe nemico del padre, rinasce in lui il bisogno d'obbedire alla legge del sangue per sangue, tipica di quel periodo, impietosa norma di comportamento che regolava la società islamica in piena espansione. I due sembrano riappacificarsi e si avvicinano sempre più, avvinti da una passione che li legherà per l'eternità. Infatti, una notte che Marwân s'era svegliato accorgendosi di un balenio nel buio, vede Agìb presso di lui con un pugnale. Marwân pensa che l'amato voglia ucciderlo, tradendo l'amore che li aveva avvicinati, pur di vendicare la morte del padre. Ma si sbaglia. L'onore è più forte ma il ragazzo offre la propria vita pur di soddisfare l'esigenza della vendetta ma non osa far del male a colui che ama così intensamente.

E allora Marwân dice piano:

- Agìb, fa il tuo dovere. E non temere: accetto da te anche la morte.

Riscuotendosi nell'udirlo, Agìb lo guarda e un'espressione di orrore gli dilata gli occhi.

- Marwân! Come hai potuto pensare una cosa simile? Come potrei ucciderti? Io ti amo, Marwân!

La voce sale a un grido disperato, il braccio armato si alza:

- Padre! Sangue per sangue, prendi il mio!

Così Agìb si suicida e cade senza vita ai piedi del talamo del suo amato principe nemico.



Il quarto racconto ("Il wâlî") narra dell'amore del giovane governatore berbero di Alijena, Yûsuf ibn Târif ibn Alî, per una cristiana paralizzata a seguito di una caduta da cavallo, destinata a divenire suora di clausura. Costei, doña Iñez, s'innamora del principe moro, nonostante il disonore che arreca alla propria famiglia. Per lavare l'onta, il fratello don Pedro intraprende l'assedio al palazzo dove la sorella è custodita. Il berbero Yûsuf, durante la battaglia è ferito a morte e desidera che Iñez lo segua nell'aldilà. Così, raccogliendo le ultime forze, sale alla stanza della giovane e la pugnala, uccidendola subito prima di cadere esanime al suo fianco. È la storia che meglio si può posizionare nel tempo: siamo all'epoca del glorioso Almanzor, condottiero moro che combatteva incessantemente contro i regni cristiani quando la Spagna era divisa tra cattolicesimo e islam. Non siamo più quindi nell'Oriente arido e caldo ma nell'Europa occidentale, anche se si è sempre in un ambiente musulmano.


Sono favole in cui non manca mai la violenza sanguinosa della battaglia, ma nemmeno un tenero innamoramento che termina con una morte, ineluttabile, viste le regole della fiera società guerriera; scritte con prosa poetica, sono una miscela di eros e thanatos, ambientate in un scintillante cosmo dominato da califfi gaudenti, donne maltrattate e adorate e visir spietati quanto onnipotenti. È continua la sensazione che vi si uniscano, a mò di contorno, portentosi geni tuttofare, scaltri commercianti, pesci e uccelli parlanti, caratteristici del folklore arabo medievale.
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