Animula vagula blandula

11 aprile 2013

Oltre che un modello di prosa francese, Marguerite Yourcenar dovrebbe costituire, se così posso dire, un modello deontologico per lo scrittore odierno: seguendo l’esempio di autori classici come Racine, da lei espressamente citato (e noi italiani potremmo anche citargli accanto, fra gli altri, il nostro Metastasio), la scrittrice pospose all’opera una nota in cui enumerò le fonti antiche e la bibliografia di cui si era servita per comporre il libro su Adriano; e credo che uno storico che avesse lavorato in quegli anni su d’una biografia del grande imperatore non sarebbe riuscito a raccogliere molto di più. Che differenza coi molesti “ringraziamenti” oggi di moda in esergo a romanzetti tosto perituri, con cui si elencano serque di più o meno affidabili “esperti”, la cultura dei quali, non molto maggiore di quella del romanziere cui fungono da mentori, non evita pressoché mai svarioni e spiritose invenzioni gabellate per erudizione storica!
La grandezza della Yourcenar consistette però nel trasfigurare in maniera quanto mai originale questa selva di disiecta membra estratte da Elio Sparziano e da Cassio Dione, da testi epigrafici e da ritrovamenti archeologici, da visite alla Villa Adriana di Tivoli e da aridi articoli specialistici, fondendola in un flusso unitario di ricordi che ridanno vita, di pagina in pagina, con un’intensità, un’urgenza, una sottigliezza strazianti, a quello che fu uno dei più grandi imperatori di Roma in quello che di Roma e fu il secolo più bello: secolo di pace, d’alta civiltà, d’una cultura letteraria e artistica ormai all’apogeo della consapevolezza si sé. In queste pagine, da leggere posatamente, fermandosi spesso a riconsiderarne il ritmo, la sintassi e le clausole, proprio come si leggeva e si deve leggere la prosa degli antichi greci e latini, rivivono, senza bisogno d’artifici servili o di pesantezze didascaliche, i suoni, i colori e gli odori della Roma e soprattutto delle province d’allora. I gesti del sovrano sono quelli semplici delle sue immagini ufficiali, eppure, come i pensieri che gli dà la scrittura, sono pieni di verità e vita vera. Anche il divino Antinoo – beata la civiltà che adora gli Antinoi anziché profeti irsuti e predicatori di morte! – e il fedele Diotimo, del quale nemmeno conosciamo le sembianze, tornano in vita, e del resto, con loro, tanti altri fantasmi della storia, già in un gesto minimo, come il pianto dirotto dietro una piega della veste dell’ultimo giovane amato da Adriano, mentre questi si spegne sentendo fioco e lontano il mare di Baia.
Ettore Bignone, menzionando l’inizio del primo Idillio di Teocrito, ricorda come propria della mente greca fosse la capacità di creare tutto un mondo poetico grazie alla mera giustapposizione di pochi, semplici particolari, come uno sgorgare d’acque, un mormorio di vento, il profilo d’un pino. Ecco, la Yourcenar qui riporta in vita non solo Roma e la Grecia, ma proprio il modo di sentire e descrivere degli antichi; ed è per questa ragione che la sua Grecia, la sua Roma, la sua Tivoli, il Suo Antinoo, il suo Adriano sono così immediati e nascondono con tanto sovrana sprezzatura l’immensa erudizione che ne sostanzia le immagini. E poi, anche noi, noi tutti, come avremmo potuto non amare questo Adriano? Come non l’avremmo potuto credere anche noi divino? Al pari di Elio Aristide, a questa Roma mite, maestosa e amica avremmo sciolto anche noi un panegirico. Ma la celebrazione che ne fa la Yourcenar è la più bella di tutte, perché l'anima il fuoco d’una fantasia e d’uno stile che, conosciuti una volta, fanno innamorare di questo libro per sempre.
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Memorie di Adriano [1951]. L'imperatore che proclamò dio il ragazzo amatoGiovanni Dall'Orto
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